Utilizziamo una psicoterapia di tipo conoscitivo, ossia l’analisi della situazione problematica del nostro interlocutore. Gli assi su cui ci stiamo spostando per impostare la terapia sono :
AZIONE ----------NARRAZIONE---------RELAZIONE
L’azione sulla base della quale viene costruito ed agito il problema; le relazioni che sono implicate nel definire quel tipo d’azione come problematica. Vi è anche un 4° focus d’intervento : OLISTICO, ossia quello che si occupa della relazione che un individuo ha rispetto un sistema più ampio. Esistono due poli indicatori di movimento della persona che si racconta in terapia: il paziente racconta gli aspetti che non vanno (anche la persona più sana del mondo, messa davanti ad uno psicologo, troverà qualche magagna), ossia elabora tutto un resoconto circoscritto a dettagliare gli aspetti del problema. Su questi elementi costruiamo l’intervento successivo, ossia proponiamo delle prescrizioni, dei compiti. C’è un secondo atteggiamento del terapeuta, complementare a questo, estremamente utile in terapia: egli non lavora solo con una logica conoscitiva, ma anche interagisce nella conversazione clinica già con una modalità terapeutica. Già nella conversazione sono messe in atto alcune strategie che consentono il cambiamento, la soluzione del problema. La terapia strategica si muove quasi esclusivamente con la prima logica; è una terapia centrata sul problema: si invita l’altro a raccontare quasi in modo empirico (paradossale sul piano epistemico) , in modo concreto il suo problema, perché a fronte di quel tipo di dettaglio, il terapeuta strategico è poi in grado di prescrivere i compiti a fronte dei quali si interrompono le tentate soluzioni. C’è un'altra tradizione che è poco conosciuta in Italia (che fa riferimento ad un istituto di Milwaukee) e si chiama terapia focale orientata alla soluzione ed è incentrata sulla seconda logica. Funziona non tanto su una logica strategica, ma su una collaborativa (terapia fiorita negli anni 2000). Queste due tradizioni cliniche possono essere intergrate in modo assolutamente utile e pragmatico; questo è il valore aggiunto del modello interazionista e che consente di spostarci su una parte più centrata sul resoconto del paziente ad una in grado di gestire la conversazione con già finalità terapeutiche (orientata alla soluzione). Nei primi incontri la terapia orientata alla soluzione difficile è da intraprendere; se una persona ha problemi da 5 – 6 anni e viene da noi per esporli, ha bisogno di uno spazio più ampio in cui possa raccontarsi; sembrerebbe infatti innaturale non concederglielo alle prime sedute (può essere percepita come una nostra incapacità di comprendere ed accogliere). La prima fase della terapia con intento conoscitivo, ci consente di trasportare gran parte della stessa al di fuori dello studio; quando siamo in grado di comprendere il problema, possiamo dare delle prescrizioni ad hoc (il paziente si fa terapia da solo al di fuori dello studio = terapia efficace in tempi brevi, anche posta in essere quando non sta con noi). La scuola interazionista coglie le potenzialità di entrambe le tradizioni; nella prima seduta, cerchiamo di comprendere (se siamo bravi, basta una) e diamo delle prescrizioni ad hoc (a volte ne bastano 2, a volte 3. Se arriviamo alla 4°, ripensiamoci). Alla fine del secondo colloquio diamo delle prescrizioni; se siamo stati efficaci, incisivi nel darle, al 3° colloquio la persona che torna in studio sta già meglio. Il sistema percettivo reattivo (termine mutuato dai sistemici) che mantiene il problema viene percosso, perturbato e la persona nella distanza che separa un incontro dall’altro, ha già sperimentato che nella sua vita quotidiana è possibile una realtà sconnessa dal problema. In questo modo dalla terza seduta, adottare una logica che tende ad amplificare i comportamenti che sono orientati alla soluzione, diventa molto più semplice. Distinzione tra logica strategica e collaborativa : la prima l'utilizziamo sempre (per logica strategica intendiamo quello che è il principio assoluto epistemologico del modello, ovvero sia il lavorare sempre e necessariamente con l’orientamento all’obiettivo). Tutto ciò che facciamo e diciamo deve essere finalizzato. Pericolo: nel tentativo di sbloccare il problema, non cogliamo l’esigenza metacomunicativa del paziente che in quel momento è l’essere ascoltato, in quanto chi gli sta in torno, ad esempio, non lo fa mai. Nel drop out, è possibile che racconti che siamo dei terapeuti non in grado di accoglierlo, comprenderlo. C’è un aspetto semantico che non riguarda necessariamente l’essere terapeuti e che dobbiamo tenere in considerazione (esempio: rituali da rispettare, i preliminari, anche se sono poco efficaci sul piano terapeutico). La fiducia dell’altro nei nostri confronti va compresa da un punto di vista tecnico (se il paziente non fa una cosa prescritta è perché non ha fiducia): è un effetto psicologico che deriva da una serie di sottili pratiche conversative, posturali, gestuali che noi possiamo valutare. La fiducia può essere anche l’obiettivo terapeutico che noi dobbiamo perseguire in funzione di un certo di tipo d’azioni che possiamo intraprendere. Se conosciamo qualcuno per la prima volta, cominciamo ad ascoltare o osservare quali sono gli impercettibili scambi che vengono agiti e a fronte dei quali la persona ottiene per esempio la nostra fiducia; cosa fa? Ci guarda negli occhi? Ha un tono della voce suadente? Annuisce? Ha una mimica facciale che è simile alla nostra? Sorride? Sta serio ? Cosa fa? Come per la simpatia, cosa vuol dire che quello mi sta simpatico? Siamo in grado di compiere una serie di piccole mosse che ci consentono di diventare antipatici/simpatici. Sappiamo come diventare antipatici/simpatici. Questo lo facciamo solitamente per un sapere implicito (siamo all’interno di un contesto sociale in cui siamo tutti abituati a tentare d’ottenere la simpatia altrui). Ma quello che facciamo da un punto di vista implicito quando facciamo terapia, può non essere sufficiente per la terapia (la nostra spontaneità non è sufficiente per ottenere effetti terapeutici). Le modalità che abbiamo per fare terapia hanno per una percentuale caratteristiche tecniche; un'altra grossa variabile è figlia dei nostri sistemi relazionali; modalità che siamo in grado di gestire, adottare ed usare sul piano strategico, ma che abbiamo imparato perché abbiamo vissuto la nostra vita. Il rispetto ad esempio, non è un qualcosa che può essere insegnato ed imparato; non posso fare una lezione alla fine della quale qualcuno può uscire dall’aula con l’acquisizione del concetto di rispetto. Per imparare il rispetto è necessario vivere un’esperienza dove qualcuno ha avuto rispetto per noi. Solo se ci infiliamo su d’una esperienza simile siamo in grado di padroneggiare il rispetto, che poi possiamo utilizzare in altri ambiti ed anche quello terapeutico. Quindi tutti i registri utilizzati in ambito terapeutico sono in piccola parte tecnici, ma per buona parte il risultato della nostra sensibilità culturale. Lavoriamo in modo strategico quando il nostro atteggiamento è orientato all’obiettivo; si è strategici anche quando si compiono azioni nei confronti dell’altro per le quali egli non è a conoscenza di ciò che stiamo facendo. Le prescrizioni che diamo sono molte volte prive di spiegazioni; queste le diamo a posteriori se è necessario. Lavoriamo su una logica che manipola la situazione in modo che il nostro interlocutore si sposti da A a B. La logica collaborativa funziona invece in un sistema completamente ortogonale e cioè noi non siamo più padroni d’ un sapere per il quale facciamo dietro le quinte le cose e ne mostriamo all’altro solo l’effetto, ma coinvolgiamo quasi direttamente il nostro interlocutore nel progetto terapeutico (lo facciamo nostro alleato sulla base dell’intenzione terapeutica che condividiamo). Kelly diceva che il paziente è una persona come noi; questo ci consente di non perdere di vista tutti quegli aspetti di prosodia che abbiamo descritto prima e sulla base dei quali si gioca il movimento di quei sentimenti che vengono condivisi. L’altro ci concede più fiducia se siamo un po’ meno strategici, ma più persone comuni.
Lo S.T.P. (schema di tipizzazione della personalità) è epistemologia; il modo in cui noi conosciamo l’altro è figlio delle nostre esperienze epistemologiche, per cui se abbiamo premesse meccanomorfiche (semplificando), allora categorizziamo l’altro. Se ci spostiamo sul piano antropomorfista, le tipizzazioni non diventano più un atto conoscitivo legittimo, utile, praticabile.
Cos’ è l’esperienza? Non è quando passiamo attraverso una stanza e poi abbiamo esperienza di tale transito. Se fosse connotata con termini semplicistici (immaginando d’essere dei pazienti), andremo da un terapeuta di 70 anni, perchè ha più esperienza rispetto ad uno di 30. Vi sto dicendo che quello di 30 può avere più esperienza di quello di 70 anni. La nostra esperienza si è tanto più raffinata quanto più siamo in grado di distinguere le differenze ( Bateson : la mente è una struttura che coglie le differenze. Se tutto fosse azzurro, non vedremo l’azzurro.Wolf). La differenza è necessaria. Buona parte della qualità, delle proprietà mentali e psicologiche non sono entità, ma differenze: per definire un comportamento aggressivo devo farlo sulla base della differenza del comportamento di X rispetto a quello d’un altro. Salvini diceva che per fare gli psicologi bisogna aver letto molti romanzi. Perché? Facciamo nostre le infinite distinzioni che sono implicite e tacite e replicate nel senso comune. Quindi quando la nostra capacità di distinguere è più raffinata, siamo molto più in imbarazzo a tipizzare, perché ogni tipizzazione diventa un atto di riduzione talmente estremo che snatura ciò a cui stiamo assistendo. Tanto più siamo in grado di distinguere, tanto più siamo in grado di comprendere chi ci sta parlando e tanto più siamo in grado di regolarci rispetto il nostro interlocutore. Cos’altro può essere, per la nostra formazione, l’esperienza? E’ il fatto d’avere 20 pazienti al giorno per 10 anni? Dobbiamo aspettare 50 anni per essere terapeuti esperti? E’ l’ allenarsi a vedere delle alternative possibili, percorrerle o farle percorrere. Ma andando sul piano strettamente scolastico, l’esperienza è il padroneggiare la metateoria. Il nostro assetto epistemologico deve essere discusso, visto, analizzato, condiviso, intereriozzato, stressato, sfidato ogni mattina al punto tale che quell’assetto epistemologico è parte di noi. Ogni cosa che accade quindi nello studio di psicoterapia, siamo in grado di gestirla alla luce del senso che siamo in grado di attribuirgli. Tutto ciò che faremo oggi è l’esito di una metateoria; non è uno strumento che noi prendiamo ed utilizziamo. Non è uno strumento come il martello che prendiamo ed utilizziamo; noi siamo in grado di generare il martello.

























