venerdì 28 ottobre 2011

Psicoterapia: incipit terapeutico. Parte 3°

Con le persone che vengono inviate da altri, bisogna fare un lavoro molto diverso. Se un ragazzo ad esempio è inviato dal preside della scuola  ed afferma: “il professore è uno stronzo!” Cosa facciamo?  Terapeuta: “cosa faresti se fossi al mio posto? Viene qui e siediti al posto mio". Se non sappiamo cosa fare, rimbalziamo a lui la risposta, con l’espediente  scenico del cambio di sedia. E' necessario trovare un punto di contatto dicendo: “anche io alla tua età ho vissuto una esperienza analoga”. Può essere rischioso, ma è una buona idea.  Che accordo dobbiamo fare con il ragazzo? Su cosa possiamo far leva sapendo che è stato forzato a recarsi da noi? (motivazione terapeutica). Che obiettivo concordiamo con lui?  Qual è il sentimento principale che anima l'adolescente seduto di fronte a noi? L’ostilità. Allora possiamo dire: “lavoriamo su qualcosa che sicuramente farà indispettire quello stronzo del professore. In tal modo tu ci stai meno quì ed il professore ti odierà perché sicuramente non si aspetta tutto questo da te”. Anche di fronte a casi in cui la motivazione è apparentemente incongrua rispetto al lavoro terapeutico, può essere ridefinita se noi intercettiamo quello che è il bisogno principale dl nostro interlocutore. Così  comunque continuiamo a fare i terapeuti normativi, però  facciamo in modo  che il nostro operato consenta ad entrambe le parti di percepire un risultato; il  professore  vede il ragazzo meno turbolento e quest’ultimo è contento di rendere pan per focaccia a colui il quale lo ha costretto a venire in terapia.  Noi (in veste di psicologi istituzionali) non commettiamo l’errore di riconoscere che il disagio istituzionale portato dal ragazzo  è un disagio proprio del ragazzo. Domande per contestualizzare un problema. Dove? Come? Quando? C’è n’è un’altra importante che è : perché adesso? E’ una domanda che può essere molto generativa, in quanto tante volte troviamo delle persone che si raccontano il problema da molti anni e gli sfugge il  come mai, solo ora, si accorgono d'averlo. Cos’altro chiediamo? Non dobbiamo essere in imbarazzo nel ripetere una, due, tre volte la stessa domanda;  abbiamo bisogno di questo tipo di informazione. Ne hai parlato con qualcun altro?  Con chi?   In questo modo viene introdotto il livello della relazione. Come gli altri reagiscono? Significa  che quello che  analizziamo come tentata soluzione non è soltanto il tizio che è seduto dinnanzi a noi, ma è un’analisi che comprende anche il sistema:  il sistema di relazioni. La mamma, la zia, il fratello, il professore, rispetto al problema, come reagiscono? Che cosa fanno? Che cosa fanno poco prima che tu esprima questo problema e dopo? Come reagiscono a quell’espressione? Rispetto alle relazioni, c’è un altro elemento che è estremamente importante da investigare. Quali sono questi altri che sono più presenti quando c’è il problema: esempio, ho ansia, ma non ce l’ho quando sono con mia madre. Ce l’ho quando sono con il professore. C’è qualcun’altro che ha lo stesso problema? Questa domanda la proponeva anche Kelly tra quelle d'apertura; può avere un effetto positivo e uno negativo. Quello positivo nel dire: “allora c’è qualcun altro......”; quello negativo sta nel dire: “no, sono solo io”.  Chiedere se gli altri riconocono il suo problema o è solo lui ad accorgersi d’averlo?  Questo problema è un problema per chi? Ovvio, per l’individuo. Ma sappiamo che un individuo da solo non esiste. Quindi anche le considerazioni che lui può fare e sulla cui base vive una certa parte della sua realtà come problematica sono figlie di una relazione, d'una credenza condivisa. Qual’è questa credenza? Quale norma infrange? Morale collettiva?  Rispetto a quali valori? E questi valori, da chi sono incarnati? Dalla mamma, lo zio. Ma se qua ci fosse qualcun'altro, sarebbe d’accordo con questo valore?  Il valore della mamma, dello zio, alla luce del quale tu hai il problema, come sarebbe diverso (questo tuo vissuto) se anziché valutarlo la mamma, lo zio, lo valutasse un'altra persona? Il problema non è il problema in se; è un problema solo se fotografato alla luce di un particolare sguardo. Se noi alleniamo la persona a sviluppare altri sguardi e che provengono  da altre fonti, allora ciò che appariva prima come un problema gravissimo, granitico, può anche dissolversi. 

1) Dove? Come? Quando?
2) Perché adesso?
3) Ne hai parlato con qualcun altro?  Con chi? 
4) Come gli altri reagiscono?
5) C’è qualcun’altro che ha lo stesso problema?
6) Gli altri riconocono il suo problema o è solo lui ad accorgersi d’averlo? 
7) Quale norma infrange?
8) E questi valori, da chi sono incarnati?

Cos’altro chiediamo? Se il nostro interlocutore sembra annoiarsi o mostrare insofferenza verso quello che stiamo facendo, in questo caso conviene resettare un po’ tutto e concedergli la parola dicendo: "c’è qualcos’altro che vorresti aggiungere?"  Questo vale in generale e per tutto il percorso, anche se è più utile nelle fasi più avanzate.  “Fammi un esempio di come, quando sei stato male”. Attraverso questa domanda possiamo dare all’interlocutore la possibilità d'essere più preciso rispetto ad alcuni dettagli che possono servire durante la prima seduta. Da: “sto sempre male”, astratto, ad uno per capirci, concreto. Dobbiamo in questo modo ben comprendere le tentate soluzioni poste in essere, messe in atto. Nardone codifica alcune tentate soluzioni: ad esempio c’è un problema di fobia, la tentata soluzione è l’evitamento. Questo tipo fotografia dello schema interattivo disfunzionale è in qualche modo  un contributo notevole e che è figlio di un’ esperienza molto ampia e di ricerca,  per cui a fronte di una gestione molto ampia di dati che  hanno visto fronteggiare molti terapeuti gli stessi  problemi, questi hanno individuato  i pattern delle possibili tentate soluzioni. Qual è il problema di tutto questo? (avere in qualche misura manualizzato le tentate soluzioni) Anche se da lui non è voluto (Nardone) i terapeuti che lo seguono tendono a far funzionare il loro approccio alla clinica in termini diagnostici. Tentano di diagnosticare il problema e a fronte di questo, già sanno quali sono le prescrizioni da dare, proprio perché presuppongono che le tentate soluzioni  siano quelle che il manuale gli dice. Pochi dicono che formalizzare in tal modo le tentate soluzioni uccide il pensiero strategico. Le tentate soluzioni, per quanto alcune possano essere facilmente riconoscibili e più  familiari al terapeuta, vanno sempre e necessariamente esplorate ex novo. Le prescrizioni  che noi diamo e che possono essere più  efficaci nell’interrompere queste tentate soluzioni non sono quelle  che Nardone ci dice di fare o meglio, possono essere quelle, ma l’abilità del clinico è quella di ritagliare la prescrizione che è fatta ad hoc  per quello specifico paziente. Il cliente quindi deve dirci in modo estremamente preciso cosa fa.  “Sto male, mia moglie mi ha lasciato” “Hai fatto qualcosa per stare meno male?” ” Si”  “Cosa hai fatto?” “In che modo stai male?” Facciamoci dettagliare in modo quasi comportamentale tutti gli aspetti che vengono replicati e che possono essere annoverati tra le tentate soluzioni.  “Spengo la luce, mi metto in camera e soffro”.  Sul piano del contenuto, una persona che ha un figlio che si è suicidato ci scuote, ci allarma. Sul piano del processo è la stessa cosa. Una persona che riporta una configurazione entro cui il suo dolore è tale perché ha perso un figlio, non va trattata in modo metodologicamente diverso di un’altra con qualunque altro problema.  Il modo di  fare terapia è identico. Le architravi che reggono la nostra performance clinica non  vengono variate sulla base di una  gravità che viene decisa solo sulla base di un senso comune. Si usa quindi il termine strategia e non tecnica, perché quest’ultima sta ad indicare un qualcosa che si usa con tutti. La strategia funziona solo sulla base di una condivisione con l’altro e quindi necessariamente flessibile. Intendiamo dire che di fronte ad un individuo che ha perso un figlio e che sta tanto male, il nostro obiettivo è quello di cambiare la configurazione. Perchè il suo dolore non è ontologico. E’ un dolore che vive. E’ un’esperienza che configura come dolorosa. Ci muoviamo sempre sul piano di come l’altro conosce il mondo e fa esperienza del mondo. Però con fatti vividi come la perdita di un figlio, l’impressione anche nostra è che questa sia una ferita insanabile. Quando pensiamo in questo modo siamo sul piano del contenuto, mentre dobbiamo muoverci sul piano del processo. Non è facile. Se astraiamo nei contenuti, il piano processuale viene gestito allo stesso modo, con la medesima metodologia che può assumere forme diverse.
Analisi delle narrazioni: il primo punto è un po’ più complicato. Può essere estremamente importante che noi mettiamo a fuoco, il prima possibile, quali siano le intenzioni sulla base delle quali si  reggono le tentate soluzioni che il  paziente agisce. Quali siano le intenzioni che sono collegate al problema che il cliente presenta. Ciò può essere in parte scandagliata quando facciamo un’analisi di come le persone attorno, che circondano la vita del nostro cliente, reagiscono al problema che esprime. Sulla base delle razioni che gli altri offrono al problema rappresentato , dobbiamo tentare di ricostruire quali sono le intenzionalità che stanno dietro all’espressione problematica. Fare un’analisi degli effetti relazionali di un certo agire problematico consente d'intercettare alcune intenzionalità che sono legate al sintomo. Se io ho l’ansia ed ogni volta che agisco in modo ansioso, mio marito mi sta vicino, posso ricostruire un’intenzionalità che soggiace a quel tipo di azione problematica, cioè attraverso il problema, viene perseguito un obiettivo che è quello di tenersi vicino il marito.  Molti problemi psicologici vengono vissuti come se fossero destituiti della intenzionalità della persona, cioè la persona li subisce. Quello che è invece il nostro presupposto epistemologico, ossia l’intenzionalità dell’altro, ci fa immediatamente  ricostruire quell’agire problematico come se fosse mosso da un certo ventaglio d'intenzioni che non sono necessariamente poste ad un livello di consapevolezza, ma che vanno comunque insinuate e da noi sicuramente lette. Altrettanto rilevante e da esplorare se non al primo, al secondo colloquio è il come il nostro interlocutore si spiega il problema che ha , quindi quali sono secondo le sue teorie  le motivazioni per cui quel problema continua ad esserci. “Ciò l’ansia”. “Come mai, secondo lei, ha quest’ansia?” Ricostruiamo tutto quello che è l’interpretazione del cliente rispetto alla  permanenza del suo problema. Uno potrebbe dire che ha l’ansia perché e fatto così. Magari attribuisce all’ansia un valore ontologico, genetico, per cui quelli che hanno una certa familiarità hanno l’ansia, sanno di avere l’ansia. Queste sono le credenze più faticose con cui dovremmo fare i conti. "Ho l’ansia perché sono un caratteraccio come quello di mio papà". Comprendere e analizzare il modo in cui il nostro interlocutore da una spiegazione del persistere del suo problema e troverete che  ci sono teorie anche molto fantasiose. Una paziente mi diceva che era in difficoltà perché a X vi era un’energia positiva che una volta trasferita a Y, è venuta a mancare. Queste teorie devono essere tenute in grande considerazione; non possono essere lasciate prive di risposte ed il nostro intervento dovrà tenere conto di questa teoria ingenua sul disagio. Indagare le teorie sulla base delle quali il nostro cliente immagina che possa avvenire un cambiamento. Cosa non banale. “Per cui, a fronte della situazione che mi ha presentato, secondo lei, cosa dovrebbe accadere per cambiare questa situazione? ” L’analisi della spiegazione del problema e di come  questo paziente anticipi che possa avvenire un cambiamento è per  noi informazione necessaria per capire  come vendere le prescrizioni.

martedì 25 ottobre 2011

Psicoterapia : ruolo manipolatorio del terapeuta. Parte 2°

Ruolo manipolatorio del terapeuta, soprattutto nel caso della terapia strategica: la difesa la lascio fare a Warzlawick, che ha speso fior d’inchiostro su questo punto in quanto era ben consapevole di tale problema. Quanto possiamo sentirci autorizzati ad andare oltre quella che è una prima richiesta del paziente? Mai,  dato che non abbiamo, rispetto ad altre teorie psicologiche, nessun tipo d’appiglio teorico e d’assunto normativo che ci consenta di capire di cosa quel paziente ha bisogno. A fronte di una richiesta che è esplicita, il modo in cui possiamo soddisfarla non è necessariamente dato da quello  che l’interlocutore ritiene utile, perché se fosse stato utile, non sarebbe venuto da noi. Tra cliente e terapeuta c’è un qualcosa che viene esplicitato ed un qualcosa che fa parte del "retrobottega"; il nostro retrobottega è un qualcosa che non deve mai essere totalmente condiviso con il nostro cliente proprio perché i  sentieri che noi riteniamo opportuni per raggiungere un obiettivo concordato, sono di solito molto distanti da ciò che è utile fare per raggiungerlo. Quindi semplificando, la richiesta va ridefinita quel poco che ci consenta d'avere un margine di manovra, dato che è necessario distinguere le richieste che rientrano nella nostra possibilità d’intervento da quelle che invece si aggrappano all’idea della presenta di una bacchetta magica o si riferiscono a tersone terze su cui non possiamo avere influenza.  
Esempio: qualcuno viene da noi e si lamenta di soffrire per una storia andata male. Si lavora sulla sua sofferenza; un collega che cha seguito il caso prima di noi ed aveva accolto la stessa richiesta, ha fatto in modo che il paziente uscisse dallo studio, due anni dopo, con la convinzione d’avere un conflitto con la madre. In questo caso c’è una sovrascrittura da parte del terapeuta che invita l’altro a condividere le sue pre-concezioni teoriche  (in questo caso definisce sia il problema che la richiesta che viene fatta). Nel nostro caso il problema non si pone dato che non abbiamo alcun tipo d’interpretazione aprioristica che ci fa dire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Seconda considerazione: il fine della prima seduta è quello di concordare l’obiettivo, per cui, se stai esagerando in questo tentativo di ridefinizione, è il cliente che te lo fa notare. Non serve avere tanti termometri esterni; è una sorta di negoziato che viene formulato. Se alla fine della seduta il paziente concorda sul modo in cui tu hai contribuito a ridefinire il problema, il negoziato è riuscito; se ciò non accade, si perde il cliente. Le terapie mainstream, quelle un po’ più datate, avevano come effetto che l’epistemologia del terapeuta era in qualche modo fatta propria dal cliente; noi non abbiamo un linguaggio codificato, teorico, con il quale progressivamente, insegniamo all’altro a parlare. C’è una differenza fondamentale tra le psicologie interpretative e quelle che anziché interpretare, cercano di comprendere. La differenza tra noi ed uno psicoanalista è che questo interpreta, cioè legge il senso comune dell’altro rapportandolo ad un’altra storia, una teoria che lui ha in testa e che ritiene essere più vera o più fondata del resoconto del cliente. Noi non abbiamo nessun tipo di teoria sulla base della quale interpretare l’altro e che ci consenta di dire che questa cosa è un complesso di Edipo. Lui sta male perché un inconscio reattivo. Non interpretando nulla, il racconto del nostro interlocutore ha il massimo statuto che gli si può attribuire. Non rischiamo di fraintenderlo o di inalberarci verso un sentiero che è più viziato dalla nostra teoria che dalla richiesta del cliente.  Sul termine  "manipolazione" c’è già posto un giudizio di valore; bisogna lavorare in modo strategico e quindi orientato ad un obiettivo e, a volte,  tenendo separato uno scenario che si condivide con il cliente rispetto ad un retrobottega che rimane esclusivo nostro, dato che dobbiamo fare sia gli attori che i registi della psicoterapia. La manipolazione è un qualcosa che appartiene a tutti i tipi di terapia anche quelli che apparentemente negano d'esserlo. Un bambino che piange, sta manipolando la madre, cioè la comunicazione che lui offre è una comunicazione che influenza l’altro e quindi, come sosteneva Warzlawick, poiché è impossibile non comunicare, nel momento in cui lo facciamo stando zitti, anche il silenzio risulta manipolatorio, ossia vincola l’altro a rispondere in maniera congrua a quello che noi abbiamo fatto. Ogni forma d’interazione è manipolativa; solo che possiamo accettare questa cosa e farcene carico, cioè una volta stabilito che la comunicazione produce inevitabilmente un influenzamento dell’altro, cerchiamo d'orientare tale influenza in virtù del raggiungimento dell’obiettivo.  E’ un influenzamento pilotato. In altri casi non lo si pilota e lo si lascia al senso comune; probabilmente la prima è la migliore alternativa. Gergen diceva che la terapia strategica sul modello di Palo Alto, la utilizzava poco perché gli sembrava troppo manipolativa; ma se è vero che ogni forma di comunicazione implica un margine d’influenzamento dell’altro, è ipocrita fingere che non sia così. Tale argomento è molto complesso e come tale può essere affrontato da molteplici punti di vista; il mio è un punto di vista tecnico: immaginando il terapeuta come un tecnico, la manipolazione deve essere rivista come un atto inevitabile del processo terapeutico. Dal punto di vista etico, altrettanto la manipolazione è funzionale nella misura in cui l’obiettivo è l’unica cosa che conta, il benessere dell’altro viene prima del mezzo che io utilizzo per perseguirlo. Il fine giustifica i mezzi. Dal punto di vista morale, che era quello di cui parlava Gergen, la manipolazione può essere fastidiosa, ma fastidiosa per  il terapeuta, cioè diventare eccessivamente manipolatori può essere  qualcosa che ci fa stare a disagio. Ma un terapeuta non deve avere come orientamento  per lo svolgimento del proprio lavoro il punto di vista morale, ma quello etico, che è diverso. Se torniamo agli assunti che abbiamo visto insieme quando abbiamo parlato del significato è abbiamo detto che questo emerge come punto intermediario di un processo interattivo  (quindi non è dominio tuo ne dominio mio, ma si stabilisce sulla base dell’interazione), allora il termine manipolazione è inadeguato all’interno di questa cornice, perché prevede che uno manipoli l’altro, quando la realtà psicologica si gioca sempre nel mezzo. Tutto è manipolazione e allora nulla è manipolazione. La comprensione diventa una interpretazione condivisa. Può diventare un’arma a doppio taglio nel momento in cui si adotta tale metodo non solo nel campo lavorativo, ma con la fidanzata, in famiglia; è necessario allora fare un certo percorso di riposizionamento in quanto si tende ad eccedere  con questa forma mentis.  La seconda parte della seduta è organizzata in modo tale che il paziente deve pensare ex novo ad un’immagine di se futura una volta capito il perché del suo problema, della sua diversità. In questo modo si rendono più esplicite le anticipazione che il paziente si fa rispetto la persona che diventerebbe in un futuro ipotetico dopo aver risolto il problema, ossia capito che sia. Da un punto di vista metateorico, che senso ha questo?  Ci si muove da una interazione ritualistica ad una generativa; inizialmente smuovo un po’ quella del paziente e poi ne genero una alternativa. Si mette il cliente nella condizione di cominciare a pensare a cose alternative al suo problema, a quelle che macina da quindici anni. Ossia: tu fai bene a scoprire il perché, ma una volta che hai capito, cosa cambierà nella tua vita? Lo mettiamo sotto torchio, in modo tale che lui cominci a raccontarsi, a reinventarsi, ad immaginarsi. I cambiamenti non sono possibili nella realtà se nemmeno riusciamo ad immaginarli. Dobbiamo aiutare il nostro interlocutore ad immaginarsi diverso. Tutte le domande, le riflessioni, i pensieri, ce li poniamo da una posizione precisa; se noi spostiamo pensieri, riflessioni, domande da quella posizione, tutto  sarà diverso. I pensieri non sono quelli platonici che esistono al di fuori ossia sono immanenti; se io modifico la forma di vita con cui si  muove il nostro interlocutore, anche i pensieri cambiano. Se noi ci sediamo su di un comodo divano dopo aver pasteggiato, abbiamo pensieri diversi da quelli che potremmo avere dopo aver fatto una corsa. Un libro del Dalai Lama parla della distinzione delle emozioni secondo l’ottica occidentale e come vengono invece inquadrate all’interno della filosofia buddista. Nel mainstreem, le emozioni vengono barbaramente suddivise in positive e negative per l’effetto che hanno sulla persona. Se fanno star bene o male colui che le vive. Tra le emozioni positive, si incontrano la gioia, tra le negative, la rabbia, la paura. Nella filosofia buddista, la riflessione fatta  (figlia di uno sguardo olistico) è molto simile a quella che potremmo fare noi e che ha molto a che fare con l’etica; la distinzione tra emozioni positive e negative non è data dall’effetto che queste possono avere sul singolo, ma sul tipo d'azioni che vengono sollecitate da questa matrice emotiva e che possono avere delle conseguenze collettive. Il fatto che un’emozione sia positiva o negativa è valutata sul tipo di reazioni che quell' emozione induce in noi e sul tipo d’azioni conseguenti che  noi siamo in grado di fare rispetto al sistema, agli altri. Ci sono emozioni come la rabbia che anche per il buddista sono negative, inquanto portano ad azioni violente; altre come la paura che non sono necessariamente negative. Dipende se attraverso queste emozioni possono essere prodotte delle azioni più meno utili al sistema, all’individuo che al di fuori di noi, all’altro. Tutto quello che facciamo in terapia o nella nostra vita dovrebbe avere una valutazione etica; dobbiamo valutare se il tipo d’azioni che intraprendiamo o invitiamo l’altro ad intraprendere sono etiche, funzionali rispetto all’ecologia del sistema. Il pensiero sistemico ci invita a considerare la nostra attività terapeutica non soltanto sulla base degli effetti o dei riflessi che può avere sul singolo, ma anche di quelli che può avere sul sistema. Noi non ci occupiamo delle emozioni come cose, ma per come vengono configurate nel discorso, quindi non tanto le emozioni quanto il vissuto emotivo, il modo in cui la persona conosce ed utilizza le emozioni per vivere. Non ci sono aspetti dell’essere umano che vengono trascurati da un approccio che è fondato sullo studio della conoscenza dell’altro. Noi studiamo come l’altro comprende se stesso, al di là e al di sopra di qualunque tipo di realtà ontologica o primaria che possiamo ipotizzare. Il nostro livello di competenza è giocato sulla realtà di secondo ordine (non lavoriano sui problemi dell’altro, ma sul modo in cui gli significa). Il termine etico non vuol dire quella che è la norma del diritto collettivo e che è condivisa sul modello del non rubare; io lo utilizzo per il modo che a che fare con una analisi molto dettagliata delle implicazioni che una nostra azione può avere immaginandola amplificata su larga scala. Per alcuni versi il modello interazionista può ospitare, nella sua riformulazione applicativa, il modo che poi ci consente di lavorare in terapia e può richiamare a se alcune terapie brevi che sono ampiamente diffuse nel contesto nazionale ed internazionale. Tale modello ci consente di mettere a fuoco una metateoria che ha al suo interno l’uso di una serie di pratiche che si associano a quelle tradizioni terapeutiche altrettanto famose : la terapia sistemico narrativa, che è opera principale di White, considerato dopo Ericson il più grande creativo nell’arte clinica del scolo scorso. Questi ha perfezionato quella che è poi diventata  famosa come terapia narrativa. La terapia strategica, nell’accezione di Palo Alto e non la rimasticazione Nardoniana  e la così detta terapia focale breve, ha costruito dei protocolli d’intervento estremamente efficaci e che sono orientati al massimizzare i processi o gli effetti di cambiamento  nell’atto terapeutico. Le terapie brevi sono tutte accomunate dall’interesse d'essere più efficaci possibile nel minor tempo possibile.  Gli autori hanno distinto alcuni fattori che possono essere utili per orientarci nella pratica clinica: la terapia narrativa è una terapia che agisce soprattutto a livello della narrazione e che  tende ad essere focalizzata sul problema che la persona presenta ed è principalmente orientata a discutere con l’interlocutore del problema che porta (in terapia). La terapia strategica ha sempre come attenzione principale l’aspetto del problema, ma è focalizzata sull’azione. La terapia focale breve ha come fuoco d’intervento sia l’azione che la narrazione, però è orientata non tanto al problema , quanto alla soluzione. Significa che durante la conversazione clinica un terapeuta orientato alla soluzione trascura o tende a ridurre lo spazio dedicato all’attenzione sul problema che l’altro pone e cerca d'enfatizzare tutti gli aspetti che possono essere collegati alla soluzione, cioè al momento in cui il problema non c’è o c’è meno. Riguardo al caso  X, è opportuno chiedersi in quali spazi questa posa muoversi con un certo grado di competenza e d’equilibrio, staccati dallo spazio dedicato al suo matrimonio; questo fa già parte di questa modalità terapeutica, cioè di una terapia che viene agita allo scopo d’amplificare le aree del resoconto del nostro interlocutore e che sono private del problema,  sono al di fuori del problema.  Ora sappiamo che abbiamo come fuoco d’intervento la narrazione, l’azione o l’aspetto sistemico relazionale che è ovviamente pervasivo di tutto questo. Sappiamo che possiamo lavorare in termini decostruttivi  o generativi; quando lavoriamo in termini decostruttivi, significa che facciamo un’analisi del problema in modo tale da interferire  con i processi interattivi che lo reggono, quando lavoriamo in termini generativi produciamo o invitiamo l’interlocutore  a mettere in moto  dei processi interattivi nuovi che sono orientati all’uscita dal problema, al nuovo alla soluzione. Queste cose sono parte della stessa medaglia, intercambiabili.   Riassumendo, c’è un problema: questo nell’ottica strategica viene mantenuto dalle tentate soluzioni, cioè le soluzioni che l’interlocutore agisce pensando d'ottenere un effetto, ma che sono disfunzionali. In qualche misura, attraverso le tentate soluzioni, anzichè risolvere il problema, lo perpetuo. Un modo per agire terapeuticamente è quello di interrompere le tentate soluzioni. Qual è l’altro modo terapeutico per intervenire?  Promuovere le soluzioni funzionali. Quelle disfunzionali vengono interrotte, quelle che possono essere funzionali vengono  amplificate. Soluzioni che il cliente non sa di avere. Le tentate soluzioni sono agite sopratutto sul piano del comportamento e nel momento in cui vengono agite consentono ad una configurazione di senso e di significato di mantenersi. La terapia strategica interviene sullo schema disfunzionale  delle tentate soluzioni, la focale breve in modo tale da amplificare lo spazio delle soluzioni funzionali. C’è un'altra distinzione che ci interessa introdurre e che è utile per farci mettere a fuoco su quali e quanti piani si gioca la nostra competenza clinica. Quando facciamo un colloquio  abbiamo almeno due livelli che dobbiamo ben tenere distinti  e sui quali si gioca il nostro successo terapeutico: il primo è di carattere conoscitivo. Facciamo domande, un’ investigazione rispetto il caso per raccogliere degli elementi che ci consentano di pianificare poi l’intervento che sarà di carattere prescrittivo. C’è una seconda logica che per noi è molto importante ed è quella interazionale: nel momento in cui viene sviluppata una conversazione clinica, questa ha soltanto una piccola parte conoscitiva, mentre l’altra, nella seconda, dobbiamo essere in grado di formulare  delle domande che già consentano di attuare un cambiamento. Il cambiamento avverrà a casa quando il cliente svolge il compito prescritto. Nel secondo caso dobbiamo  tenere in considerazione che ogni nostro intervento, ogni domanda  (nel momento in cui la formuliamo), può consentire alla storia del problema di modificarsi. Dobbiamo trovare domande strategicamente efficaci al fine di riorientare la narrazione del nostro interlocutore e di mettere a fuoco le soluzioni funzionali. Facciamo i generali della battaglia e nella prima fase raccogliamo informazioni sulle quali attueremo la guerriglia (le prescrizioni) però oltre ad essere generali, siamo anche soldati, ossia quelli che poi hanno la possibilità di scontrarsi a viso aperto in trincea. Quando facciamo i soldati dobbiamo essere abili non tanto sul raccogliere informazioni, ma sul gestire l’interazione in un modo funzionale all’obiettivo. La soluzione. Per questo tipo di lavoro è necessario sforzarsi nel comprendere la mappa dell’altro; in funzione di questa comprensione poi riusciamo ad utilizzare al meglio l’arma delle prescrizioni cliniche. Su questo secondo tipo di lavoro, comprendere l’altro non è necessario. Esempio: “si immagini lei nel futuro”. Cosa farà dopo aver raggiunto il suo obiettivo, implica una conversazione orientata a generare storie alternative a quel problema.
Piccole regole per impostare la terapia, cercando d’individuare quali sono gli step fondamentali che vanno tenuti in considerazione nel momento in cui siamo i conduttori di un colloquio e sono orientati al cambiamento. L’idea è quella di mettere insieme un armamentario concettuale che ci dia la possibilità di  sfruttare le potenzialità di tutte e tre queste tradizioni.  Un chirurgo se improvvisa in sala operatoria, fa dei danni; un terapeuta che non improvvisa fa danni allo stesso modo. Improvvisare significa adattare il proprio repertorio d’azioni alle risposte che si giocano nel qui ed ora con l’altro. Parte di queste derivano dalla nostra sensibilità di esseri umani. Quindi c’è un aspetto tecnico ed un di più:  noi. Incipit: il “mi dica” va già abbastanza bene. “Cosa succede?”  “Mi racconti perché è qui”. La terapia si gioca sui dettagli.  “Perché ha deciso di venire qua” : "ha scelto di sua iniziativa", implica un certo controllo rispetto alla gestione di ciò che dovrà andare ad affrontare.  Scegliamo un incipit che consenta all’altro di sentirsi un agente attivo. Inoltre se il nostro cliente deve fare uno sforzo incredibile per seguire la terapia, stiamo pur certi che questa funzionerà a dovere, quasi a prescindere.  Fatto l’incipit, il cliente comincia a raccontarsi; racconta ciò che non va (di solito). Quali sono le cose fondamentali che vanno chieste? Quali sono le cose indispensabili? Specificare :"quando? Come?"  Contestualizzare il problema. La storia del problema tende ad essere egemonica, generalizzata, omnicomprensiva; nella nostra indagine dobbiamo iniziare a circoscrivere l’area del problema. Già questo è un atto terapeutico, inquanto consente al cliente di fare distinzioni che prima il cliente non faceva, rendendosi conto che alla mattina, ad esempio, ha meno ansia. Ciò è utile per fare  i confronti nelle sedute successive, dove si quantificheranno i cambiamenti di durata, intensità dell’ansia. Si parte dall’idea che tutti i pazienti vogliono dimostrare che il loro problema è grave; è parte del repertorio del paziente che va dallo psicoterapeuta. La drammaticità è esasperata come nella messa in opera di un dramma teatrale.To be continued......

venerdì 14 ottobre 2011

Psicoterapia: strategia e metafore. Parte 1°

Oggi parleremo dell’utilizzo di qualche strumento operativo, della sistematizzazione e dell' analisi di un'armatura concettuale che ci possa servire per accogliere i contributi che ascoltate da tanti docenti. Essendo il nostro un modello pluralista, questi sono molteplici. L’idea sottile sottesa è che occorre imparare diversi metodi per non  impararne nessuno; attraverso lo studio di molti metodi diversi, riusciamo infatti a trovare il nostro baricentro che più essere una composizione assolutamente inedita.  E' opportuno evitare d’essere troppo rigidi, ma acquisire la fluidità che ci consente di adattare al cliente ciò che faremo e di adattarci noi alle richieste del cliente.  Prime fasi della psicoterapia: è utile adottare una terapia breve; la lunga non è più praticabile, la gente dopo 10 sedute, fa altro. Come organizzare un primo colloquio clinico? Il nostro essere più o meno bravi terapeuti, dipende dallo sguardo sulle cose; il segreto non è imparare bene come riparare i giocattoli rotti (o i pazienti rotti), ma è avere uno sguardo alternativo che ci consenta di vedere qualcosa di diverso rispetto a quello che tutti vedono come un giocattolo rotto.  Attraverso uno sguardo lucido ed una cornice metateorica, è possibile utilizzare alcune metodiche che vengono proposte da terapie alternative. Ci sono alcuni linguaggi portati avanti da altre scuole che possono essere abilmente utilizzate da parte nostra. Esempio:  un paziente portato in terapia dopo tre anni di analisi ortodossa; nel momento in cui si siede e gli chiedo di raccontarmi le cose che non vanno, mi descrive un qualcosa infarcito di  termini psicodinamici. Il suo linguaggio non è intriso di senso comune, ma del linguaggio del terapista. Io devo assecondare il suo linguaggio;  faccio l’elaborazione del lutto se mi viene richiesta. Non dire mai: “io non lo tratto”. La psicanalisi è diffusa in modo preponderante: negli studi di Moscovici, nella Parigi del 900, si erano notate delle simmetrie tra l’impianto teorico psicodinamico e uno concettuale di tipo religioso. Egli sosteneva  che il successo della psicanalisi era  dovuto al fatto che tante caratteristiche  che questa proponeva erano già familiari alle persone,  perché le sovrapponevano per analogia ad altre cose d’ordine comune; quindi la seduta analitica paragonata alla confessione, il tema dell’inconscio come l’eterna lotta tra il bene e il male. Ci rendiamo conto di come sia importante assumere uno sguardo che sia il più possibile spogliato da istanze normative. E’ un’impresa; ci sono dei casi molto difficili da gestire, proprio perché, nonostante lavoriamo per dissestare quello che è il nostro baricentro morale, non etico che è la prima cosa da rispettare, questo è per noi un peso, un ancora, perché nel nostro interagire con qualcuno, possiamo discriminare tra normale ed anormale. Tra giusto e sbagliato. Questa cosa va, almeno un po’ rivista. L’attività d' adottare uno sguardo privato da pregiudizi, è una cosa epistemologicamente impossibile. Non esiste uno sguardo completamente neutro, deprivato da una sorta di valutazione, giudizio, pregiudizio, ma se così è il segreto dove sta? Nell’allargare, moltiplicare il numero di possibilità che il nostro sguardo si concede nel definire una cosa. Oltre ad aumentarne nel numero, è necessario aumentarne la qualità, cioè se è vero che non possiamo deprivarci sino all’osso di una punta di pregiudizio, moltiplichiamo i pregiudizi e soprattutto teniamo cari quei pregiudizi che sono terapeutici e che  sono quelli propri dell’ottimista, ossia la capacità d' intercettare delle possibilità là dove gli altri vedono il lato oscuro; per noi questo può essere una risorsa che ci concede e al paziente dà la possibilità d'evolversi. Anche nelle teorie psicodinamiche possiamo trovare dei preconcetti o dei concetti che possono essere utili in chiave terapeutica ed altri che ingabbiano l’altro (elaborazione del lutto: è terapeutica nel senso che significa demolirlo, uscirne da lutto), Watzlawick ne parla nel tema dell’iceberg: se io curo il sintomo che è la punta dell’iceberg (la malattia), la struttura di personalità che è definita ancora nei primi anni di vita ed in qualche misura determina il destino psicologico di quella persona, questa architettura concettuale è poco utilizzabile in terapia, perché è una credenza, una presa di posizione teorica che se condivisa con l’altro, l’interlocutore,  ossia se l’interlocutore comincia a parlare il nostro linguaggio ed assume su di se quella credenza, non lo cambiamo più. Non riusciamo più a portarlo fuori dal problema. Un'altra teoria psicodinamica positiva può essere l’idea della sublimazione: alcuni sintomi che sono funzionali a dei bisogni atavici in realtà possono essere sublimati, ossia possono essere rivisti dalla persona e dalla propria esperienza ed utilizzati per innalzare a qualche livello le sue attività. La persona si evolve; prima sbatteva la testa contro il muro per soddisfare la sua idea di autopunizione, ora va a fare volontariato 30 ore alla settimana, perché torna a casa stanco, provato e ciò corrisponde allo stesso suo bisogno di autopunirsi, però svolge qualcosa che è più socialmente adattivo. Oggi poniamo dei paletti, degli argini su come impostare il lavoro, ma ci sono alcuni casi, delle situazioni cliniche che richiedono anche una metodologia ancora più articolata e raffinata (per gestire, speriamo, anche ciò che appare impossibile). La speranza è un costrutto di senso comune che uccide la possibilità di agire adesso e quindi l’idea della speranza è un qualcosa che domina il popolo (Pasolini). Non siate speranzosi, ma agite subito. Ogni modello di psicoterapia prevede in qualche misura una griglia teorica che sia in grado di rappresentare il problema, di dire che cos’è  il problema e a fronte di questa definizione, suggerisca una  serie di passi, di strategie che consentano  di conseguire il cambiamento. Questo è se volete l’orizzonte ultimo di tutti i filoni terapeutici anche di quelli che dicono che non lo inseguono; per esempio Maria Armezzani sostiene che il cambiamento non necessariamente debba essere perseguito durante una terapia; ci sono persone che hanno più bisogno d' essere accettate o altre che vengono  in terapia non per cambiare qualcosa, ma per incrementare il proprio livello di consapevolezza. L’accezione di cambiamento a cui io faccio riferimento è quella un po’ più estesa, cioè quella che intravede anche nell’accettazione e nel  così detto incremento di consapevolezza un cambiamento. Anche una persona che viene accettata, subisce un cambiamento rispetto una posizione precedente in cui non si sentiva tale. Possiamo quindi ammettere che qualunque procedura psicoterapeutica sia orientata al cambiamento; alcune in un modo un po’ più efferato, come la terapia strategica, altre un pò meno, come le  teorie psicoanalitiche che si dilatano nel tempo; però tutte forniscono o possono essere ridotte nel loro scheletro a queste due considerazioni, ossia ogni  modello terapeutico fornisce una configurazione del così detto problema e propone di conseguenza una serie di passi idonei per cambiarlo. Perché la teoria psicodinamica tenta di allargarsi così tanto nel tempo? Anche nel filone psicoanalitico ci sono delle terapie brevi, perché i terapeuti si sono accorti che la gente non ha più i soldi per pagarsi un analisi 4 giorni la settimana.  Perché il problema e molto radicato, molto profondo e c’è la necessita di scavare. La terapia, le strategie che vengono utilizzate, sono in qualche misura vincolate al tipo di rappresentazione del problema di cui il cliente soffre; se  configuriamo il problema come qualcosa di radicato, inevitabilmente accade che risulta difficilmente eradicabile. Ho fatto (Prof. D.Romaioli) delle ricerche sugli psicoterapeuti e ho ricostruito quello che erano gli assetti metaforici della loro conoscenza; ogni terapeuta o per semplificare ogni gruppo di terapeuti, affiliato in una particolare tradizione, tendeva a replicare nel discutere i casi clinici delle metafore dominanti che servivano loro per ingessare o per meglio rappresentare un sapere di tipo teorico, concettuale come quello della psicanalisi. Questi tendevano molto ad usare la metafora dell’albero dove il problema è radicato nelle radici e viene rappresentato come una ferita, una frattura, un difetto. La metafora è di tipo biologico; l’albero è quella che la rende meglio, ma la metafora è di tipo organicista: c’è un organismo che funziona e se c’è un problema, c’è un ingranaggio inceppato, una ferita in questo organismo.
A fronte di questa lettura del problema, il cambiamento per come viene suggerito, deve essere a partenza dalle radici al fine di nutrire queste in modo tale che l’albero possa ricrescere. Il cambiamento è visto come una successione di fasi, sequenziale, una progressione di stadi. Anche la meta-psicologia freudiana prevede una serie di stadi evolutivi della personalità e della persona e se noi vogliamo lavorare per raggiungere lo stadio più evoluto, dobbiamo partire dal basso. Facendo uno studio sugli studenti di psicologia del primo anno, ho rilevato che sono anch’essi dotati di metafore che sono però di senso comune, di cui una è quella dell’albero. Ciò significa che la teoria psicodinamica è parte già del nostro presapere. Un’altra metafora è quella dell’enciclopedia.
Qual’è il gruppo di terapeuti che più ha il suo baricentro all’interno di questa metafora? I cognitivisti. Cos’è per un cognitivista il problema? Una mancanza d’informazione o la presenza di un’informazione scorretta. La terapia cognitivista utilizza molto delle forme di psicopedagogia, ciò a fronte di un resoconto del problema da parte del paziente; il metodo è setacciare i punti in cui l’elaborazione dell’informazione che l’altro svolge rispetto la sua vita viene viziata da delle elaborazioni non pertinenti. Quindi gli si dice: “guarda che tu quà stai generalizzando” ed il cliente viene educato a riconoscere questi errori nell’elaborazione. Qual è l’attività che facciamo dalla mattina alla sera quando troviamo un qualcuno con un problema? (l’amica al bar che è triste perché il suo ragazzo è uno scapestrato). Diamo dei consigli. Il dare dei consigli è un’attività spontanea che è figlia a monte di una mancanza d’informazione, come difetto dell’informazione. Quando lavoriamo in funzione di un cambiamento queste due metafore, la precedente che invitava a porre lo sguardo nel passato, nelle radici e quest’ultima che dice: “questo qua non ha capito come stanno le cose, ora gliele spiego io”, sono due attività spontanee che ci vengono naturali perché siamo figli ancor prima della scuola interazionista, della cultura di cui facciamo parte e questa cultura è imbricata da queste tradizioni. Noi sappiamo che quando lavoreremo, ci sarà sempre una parte di noi che rischia d’orientarsi in questo modo; non è un difetto, però è un mettere fuori il piede dalla porta. Di fatto questi meccanismi, metaforici, culturali, sono così pervasivi e gettonati perché all’interno di certe situazioni possono sortire degli effetti, non tanto perché siano validi, ma perché la persona con cui noi parliamo condivide queste metafore. Anche l’idea d’andare alla  ricerca delle cause del passato nella persona che ha un problema, è spontaneo in quanto quando questa pensa al suo problema, pensa al suo passato.  La terza metafora che è un po’ mista, è quella del sentiero e cioè l’idea che il cambiamento sia un qualcosa di esteso nel tempo e questo e trasversale a quasi tutti gli orientamenti teorici. 

L’idea che per conseguire un cambiamento sia necessario un percorso, un sentiero. L’idea del cambiamento catastrofico, come chiamato in letteratura, non è parte dei preconcetti dei terapeuti, cioè l’idea che il cambiamento  non sia una sorta di evoluzione, ma avvenga per salti e che il soggetto cambi in quel punto lì. Le due metafore precedenti hanno un qualcosa in comune, cioè presuppongono che ci sia un qualcosa da cambiare, cioè che il problema abbia dei connotati in qualche misura ontologici  e  fronte di questa connotazione del problema, il percorso di cambiamento che viene suggerito è quello di conoscere bene quello che si vuole cambiare. Questo è il motivo per cui quello che viene fatto rispetto al problema è la diagnosi, l’anamnesi, la ricostruzione. Le due forme di cambiamento che vengono replicate seguono la rotta o della guarigione, che è quella mutuata dal modello medico, per cui si tenta di ripristinare le condizioni di normalità, dissolvendo la causa che provoca la malattia, oppure un cambiamento come razionalizzazione, che è quello ovviamente semplificato e che abbiamo visto nell’opzione dei consigli. Queste sono le due modalità che per senso comune già ci appartengono. Abbiamo  detto che ogni modello terapeutico propone ancor prima della strategia, del modo per ottenere il cambiamento, nella sua intelaiatura concettuale una definizione, una rappresentazione rispetto a cosa sia il problema. Cosa è il problema per noi? Per uno studioso interazionasta, cosa si può dire a proposito del problema? Ciò che il paziente configura come problema. Pertanto che consistenza ha questo problema? E’ una costruzione di senso di significato e che ha rapporti con l’ontologia?  Questa distinzione che è di tipo  filosofico ci è molto utile e contrappone il piano ontologico che si occupa dell’essere, essenza e risponde alla domanda “cosa è” al piano gnoseologico, che si occupa della conoscenza. All’interno di un modello interazionista, il problema è immaginato o metaforicamente rappresentato come una configurazione. Che rapporti ha la configurazione con l’ontologia? Non ne ha. Il problema è ciò che il nostro interlocutore configura come problema. E allora come mai il problema sussiste per il nostro interlocutore?  Come mai quella persona è costantemente coinvolta in un’esperienza per cui il modo che ha di vivere se stesso, di conoscere se stesso, è un modo problematico? Come una configurazione può mantenersi? Si mantiene in funzione delle tentate soluzioni e si scontra con le considerazioni standard degli altri, cioè tutto un sistema più ampio che può essere analizzato a diversi livelli, ossia tra le relazioni più strette e quelle più ampie, quelle di macrocontesto e che contribuiscono sulla base di schemi interattivi a mantenere la configurazione immutata. Se il macrocontesto fornisce la credenza che se hai quel problema è perché hai una determinata struttura di personalità, questa credenza contribuisce al mantenimento della configurazione del problema. Queste sono distinzioni didattiche fornite per dare delle indicazioni e quindi non esistono, non hanno parentela con l’ontologia. Ciò ha come unico auspicio quello di essere utile; se non è utile, lo buttate via. Il terzo punto qual è? La narrazione, il racconto. Tutti questi livelli contribuiscono a mantenere nel tempo la configurazione del problema. Il cognitivismo commette l’errore d’immaginare una condizione astratta per cui c’è un sistema cognitivo che funziona in quel modo lì. Che ha queste caratteristiche. In realtà la cognizione è immanente, cioè quello che presumibilmente  può essere fotografato come sistema cognitivo, ha un funzionamento che non è figlio della sua organizzazione strutturale, ma delle interazioni sociali. Un certo tipo d’ interazione sociale retroagisce sul sistema cognitivo organizzato in un certo modo. Ci sono modi di funzionare che sono completamente atipici e non sono dovuti all’esistenza d'anomalie del sistema cognitivo immaginato come struttura, ma sono derivati dall‘esistenza d’organizzazioni socio culturali radicalmente diverse da quelle da cui e con cui ci si confronta. 
La generalizzazione: sapete che gli studi cognitivi hanno individuato questo meccanismo come proprio, caratteristico del funzionamento del sistema cognitivo. Quindi per le teorie cognitiviste, la generalizzazione è un requisito strutturale del sistema cognitivo;  questi  immaginano che esista una struttura dentro la testa, che poi è ricostruita su base analogica, in quanto è utilizzata la metafora del computer. Quello che vediamo oggi non a caso ha a che vedere con il post strutturalismo, cioè con l’idea che la struttura non esita, ma possa risultare evidente di riflesso  a quello che una persona fa, al modo in cui si relaziona. La generalizzazione non è un fatto cognitivo, è un effetto dell’esperienza che uno ha. Ci sono persone che hanno avuto una serie di sfighe con i morosi, vanno dal terapeuta cognitivo e si sentono dire :”guarda tu stai generalizzando quando dici che sarà sempre così, che ti andrà sempre male con le fidanzate”. Ma nell’esperienza di quella persona la generalizzazione è un fatto; fa benissimo a generalizzare. Anche assunti importantissimi e che noi utilizziamo strumentalmente come l’idea dell’intenzionalità, requisito che viene imputato alla mente, sono in discussione; se leggete i racconti dell’antropologa Rosarno, non italiana nonostante il nome, su una popolazione sud americana, vi rendete conto che in quel contesto culturale, l’idea dell’intenzionalità non esiste. La comunità di queste persone ha organizzato una vita che non può essere equiparata all’interno del presupposto che gli esseri umani siano intenzionali; stiamo cioè dicendo che anche questo senso che noi abbiamo, lo abbiamo internalizzato probabilmente sulla base di un certo tipo di relazioni sociali nelle quali siamo stati coinvolti. L’intenzionalità stessa può essere l’esito delle comunicazioni che la madre fa all’infante nella misura in cui il bambino fa un gesto e la madre riconosce l’intenzionalità del suo gesto. In questo riconoscimento c’è un inizio di configurazione di una struttura cognitiva che non ha fondamento alcuno se non all’interno di un certo tipo di spazio relazionale.  Abbiamo parlato di come viene configurato il problema  e di quali siano le attività su vari livelli che possono mantenere la configurazione del problema. Quindi il cambiamento? A fronte di quello che stiamo dicendo come lo potete rileggere? Cosa è che cambiate? Agiamo su cosa mantiene la configurazione. E queste cose che mantengono la configurazione del problema che rapporto hanno con l’ontologia? Non ne hanno. Aumentiamo le possibilità, generiamo soluzioni, nuovi processi, oppure interferiamo e decostruiamo le narrazioni, i racconti. Non aiutiamo a cambiare, perché se no attribuiamo valore, uno statuto di realtà alla cosa; questi sono processi non cose. In che modo si ribalta la visione della realtà? I paradigmi modernisti presuppongono l’esistenza di qualcosa che va cambiato. Noi cosa presupponiamo? Dove sta il cambiamento? Noi partiamo da un’assunzione che è radicalmente diversa; non presupponiamo che il cambiamento avvenga qui per spostarsi da A a B, ma che il cambiamento sia costante. Il cambiamento è ovunque, c’è sempre; la realtà finta. Incerta. Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume. La realtà è in costante cambiamento. E quindi da cosa dipende la stabilità della configurazione del problema? Dal ripetersi degli stessi cambiamenti, cioè la stabilità è data dal ripetersi degli stessi processi interattivi, che non sono cose, sono anche queste mobili ed infatti dipendono dall’attività della persona  che viene da noi o dal sistema. Abbiamo uno sguardo che ribalta delle assunzioni di senso comune in modo assolutamente importante. Poi ovvio che quando noi viviamo la nostra vita abbiamo una percezione di costante stabilità. Ma noi sappiamo che ogni stabilità è figlia d’infiniti processi. Mutevoli. Julienne (filosofo) parlava di cambiamenti impercettibili, cioè la vita è intersecata a costanti cambiamenti che sono invisibili; come una persona  che vive la sua vita ed ogni giorno si guarda allo specchio e non si accorge dei cambiamenti insiti nell’ invecchiare. Però se incontra qualcuno a distanza di 20 anni, la prima cosa che egli nota sono i capelli bianchi. Noi non abbiamo avuto percezione di un cambiamento che era invece costante. A questo punto potremmo dire che una buona metafora è questa, mutuata da un giochetto della fisica che è il famoso ologramma, per cui l’apparenza del problema che viene giustamente percepito come se fosse reale, è organizzata  sulla base dei processi interattivi che lo rendono possibile e che sono i fasci di luce. 

Se noi con qualunque cosa interferiamo o modifichiamo questi fasci di luce, cambiamo la natura della realtà vissuta. Siamo in questo caso parlando di realtà di secondo livello, come la chiamava Watzlawick cioè non la realtà dei fatti, che è ontologica, ma il modo in cui quei fatti vegono conosciuti, in quanto noi non abbiamo alcun accesso diretto alla verità nuda e cruda. Ogni volta che definiamo una realtà lo facciamo sempre a partire da una forma di conoscenza che sappiamo essere sociale e condivisa e che ci consente di vivere nella realtà di secondo livello che è quella dei significati. Quali sono i primi passi da compiere in terapia? Come mai alcuni interventi, accorgimenti possono avere effetti terapeutici? Quali sono i processi che contribuiamo a modificare nel momento in cui  operiamo in un certo modo? Frase ipotetica iniziale : “raccontami che cosa ti porta qui”. Che cosa è implicito in questa domanda ? E’ che ci sia un problema. Ma la cosa che più stona qual è? Che ci sia qualcosa d’esterno che ti porta qui. In qualche modo destituisci l’altro del principio di intenzionalità. Lo fai vivere già dalla prima battuta come passivo. Ora stiamo andando nel dettaglio; quando facciamo terapia può capitare d'esordire in questo modo. Non casca il mondo, ma bisogna cercare d’essere precisi ad individuare anche le sfumature linguistiche. In questo modo stiamo dicendo che i significati sono al centro dell’interscambio tra cliente e terapeuta; ce la si gioca tutta in quel momento. La  riorganizzazione della configurazione parte da lì. Parte dal modo in cui apriamo la porta. Le domande che facciamo nella parte iniziale servono più che altro per instaurare un legame, per mostrarci curiosi alla storia del paziente e per dare un effetto retorico che vada nella direzione di una maggiore senso di comprensione che il nostro cliente deve comunque avere rispetto al nostro intervento.  Delle domande che facciamo, dobbiamo tenere distinte quelle che sono convenevoli da quelli che invece vanno a fittare con i nostri obiettivi terapeutici. L’obiettivo terapeutico del caso va naturalmente condiviso; a monte ci sono invece una serie di obiettivi che noi ricerchiamo. Partiamo dal principio etico d’aumentare il numero di possibilità di scelta che l’altro si concede; questo è il nostro obiettivo e da lì bisogna partire. Io in terapia prendo molti appunti, anche se ogni uno ha un proprio stile. Mi serve un po’ perché è incastonato nel rituale della terapia; questo aspetto può avere degli effetti perlocutori importanti. Masoni fa esattamente il contrario e segue la terapia post moderna che dice che il terapeuta deve mostrarsi come un non esperto. Ha un senso, basta che lo facciamo in modo orientato all’obiettivo. Molto più semplice restare dentro  il repertorio condiviso  in cui io sono l’esperto, perché attraverso questa retorica, riesco a far fare cose che altrimenti non riuscirei a far fare. E’ utile adottare un atteggiamento che sia congruo rispetto alla anticipazioni che il paziente ha della terapia, perché ci sono persone che se non indossiamo il camice bianco mentre la facciamo non ci credono ed il rituale non funziona. Quindi è un adattamento  costante che si gioca anche sui dettagli. Alla fine della prima seduta è opportuno appurare cosa il cliente si aspetta da noi. La domanda : “cosa si aspetta dalla terapia” va fatta subito, alla prima seduta. Sicuramente è una cosa che ci deve interessare, come le anticipazioni che l’altro ha  anche rispetto al rituale stesso della terapia . Chi ha fatto 3 anni d'analisi può stupirsi che nel nostro studio non ci sia il lettino.  Ciò che proponiamo non può discostarsi troppo  rispetto a questa aspettativa. Che caratteristiche devono avere le domande?  Devono essere aperte; dobbiamo far parlare il nostro cliente.  “Ha già fatto dei tentativi per recuperare la storia con X? “ Perché questa domanda può essere utile? Consente d’indagare le tentate soluzioni. La domanda è pertinente, ma inadeguata. Noi come terapeuti, siamo in grado d’accettare questa configurazione che la paziente dà al problema?  Vogliamo inalberarci in un lavoro che consenta al cliente di riconquistare X o c’è bisogno di portarlo a riformulare il lavoro che può fare con noi? La donna ci ha chiesto un compito impossibile. “Voglio cambiare  X” non lo possiamo accettare ne da un punto di vista tecnico perché è complicato (non impossibile),  ma soprattutto da un punto di vista etico. Durante la prima seduta è fondamentale che condividiamo un orizzonte che sia praticabile per entrambi. “Mi descriva come è cambiato il suo rapporto”: la domanda può essere utile in quanto consente di fotografare il cambiamento che ha notato però in una fase più avanzata. Bisogna ridefinire la richiesta che ci è stata posta. Bisogna esplicitare che X è fuori da nostro controllo e definire un percorso che può essere utile alla cliente, ma rispetto a cosa? “  Ma come sta male? Come si sente? Cosa fa?  Questa donna viene dichiarando il suo disagio e ci depista  raccontandoci le giustificazioni che legano questo disagio,  perché effettivamente questo è insito nella sua storia. Ma noi che lavoriamo anche su quì ed ora, dobbiamo intervenire su ciò che mantiene questo disagio. “Come si sente?” “Malissimo perché non posso perdere X”. "Cosa succederebbe dopo?"  Qui conviene adottare una posizione da non esperto; fingiamoci stupidi. “Non capisco, mi può raccontare meglio come sta male?”  Dobbiamo  andare ad imbuto, farci raccontare cosa fa. Se trovo un paziente che mi parla con termini psicoanalitici, lo ascolto e gli negli ultimi 5 minuti gli dico: “ora cerca di raccontarmi il tutto come se io fossi una casalinga; cosa ti succede?”  Tutto ciò per scoprire quali sono i processi interattivi che vengono agiti e replicati dalla persona e che ovviamente mantengono la situazione come è. Come sta male? Come è cambiata la sua giornata? Con quali pensieri sta male?  Se è una persona che si racconta con un copione drammatico, se è sempre triste, sempre appiattito, il fatto di comunicargli che lì per lì è al di fuori di quel copione e quindi in grado di fare un sorriso o comunque di mantenere la lucidità, una brillantezza nel modo in cui si sta raccontando, è già una prima crepa che provochiamo nel suo essere barricato.  Glielo facciamo notare: “lei è in un momento difficile, però nonostante questo, oggi la sento molto attivo, lucido in quello che mi sta raccontando”. Magari non è vero, però  l’effetto performativo del nostro comunicare, può indurre nella persona uno stato d’animo che prima non aveva. Ormai quando incontro la gente per strada non gli chiedo mai : “come stai”, ma gli dico: “ti trovo bene”. In questa mia comunicazione invito l’altro, almeno per un attimo, a cominciare a pensare a se stesso come uno che ha una immagine più propositiva.  Il linguaggio è performativo della realtà psicologica. Va quindi usato in tutta la sua potenza. Saper prendere tempo durante la terapia è fondamentale. “Cosa la gratifica nella sua vita al di fuori del rapporto di coppia?” “In che modo sta male? Da cosa si accorge che sta male?”  “E se questa situazione non cambiasse, cosa potrebbe comunque renderti autonoma? Cosa accadrebbe nella tua vita?” Fare un’investigazione rispetto quali aree positive il cliente si riconosce e che siano svincolate dal rapporto X? Però è troppo presto; prima bisogna invitare lei a ragionare non tanto su come cambiare il marito, ma su se stessa.  Bisogna portare il fuoco della persona su se stessa.  “Se non cambiasse mai, la sofferenza come evolverebbe? Sarebbe la stessa? Cambierebbe? Come la descriveresti? E se lui se ne andasse?” “Non potrebbe essere”. Ma poniamo la fantasia delle fantasie…. Utile quando dobbiamo far riflettere il cliente su qualcosa che per lui è inaccessibile; per la sua storia è troppo fuori dal perimetro che si è dato, usiamo molto l’espediente del fingiamo che. “Proviamo a fare una ipotesi strampalata”. “Una catastrofe!” Non dobbiamo consentire al nostro interlocutore di dire: “una catastrofe”; se lo dice significa che era meglio fermarsi un po’ prima.  La domanda :“cosa accadrebbe”, dà la possibilità di dire che il mondo crolla. Dobbiamo aggiungere dei pezzi tali alla domanda da non consentire alla cliente di dire che il mondo crolla. “Ammettiamo che davvero X si sia in qualche misura barricato nella sua posizione e che, dico una ipotesi così lanciata, che la vostra storia scoppiasse, che lui decida di andare da un’altra, magari c’è un altra, chi lo sa; quali sono gli elementi della sua quotidianità che potrebbero in qualche misura dare la prova che comunque manterrebbe una sua autonomia, una sua ripresa?”  Le domande vanno poste in modo che vincoliamo l’altro nel modo di rispondere e che noi anticipiamo essere più terapeutico. Meglio se in positivo. Dobbiamo concordare con la paziente qualcosa. Se X non c’è, come possiamo ripensare ad un tuo equilibrio? Questo è il nostro compito; per farlo è necessario tatto che è lasciato alla nostra sensibilità e capacità affabulatoria. Se si fa in modo brusco, si rischia che il paziente dica : "X non se ne va!” Se lei rifiuta l’idea che X possa andarsene, non è una paziente difficile, come sostengono alcuni psicoterapeuti per deresponsabilizzarsi; sta a noi trovare il sistema per spostarla. Andiamo più nel dettaglio rispetto a questo slogan : “sto male perché X  non mi ama come vorrei”.  Cos’è che effettivamente il nostro cliente sta  subendo in modo disastroso? Perché X se ne va? Perché non la ama più? E’ il fatto di non sentirsi amata che per lei diventa problematico? La paura di non incontrare più nessuno? La paura di perdere una persona che lei ama molto?  E’ una ossessiva-compulsiva che sta male non tanto per questioni affettive, ma perché semplicemente è accaduto qualcosa  che non riesce a comprendere nella sua teoria sul mondo? Il fatto che X  se ne va, può nascondere in realtà  mille altre storie molto più specifiche e dettagliate. Il cambiamento di status che deriverebbe, potrebbe far cambiare l’identità di se che la persona ha. Una storia sussiste perché viene raccontata. Chi sono gli interlocutori della donna? Una storia spesso la si racconta a se stessi; molto più frequentemente si racconta ad altri e quindi è opportuno capire chi sono i principali interlocutori.  Gli obiettivi devono essere indipendenti dalle decisioni di X; su questo punto bisogna essere chiari sin da subito. Alla prima seduta. Bisogna far spostare l’attenzione dal: “devo cambiare X” a in che modo posso ritrovare un mio equilibrio indipendentemente da quello che farà X. Se arrivano dei genitori che parlano del rapporto problematico con il figlio, in questo caso accogliete la loro istanza, anche se rivolta al cambiamento di un figlio. Lavorate veramente attraverso il genitore al cambiamento del figlio; questi infatti è imperniato in un sistema familiare ed il di cui comportamento è spesso giocato di  risposta a quello che il genitore fa o dice.  Se noi lavoriamo con il genitore e modifichiamo il modo in  cui questi sta con il figlio, modifichiamo anche il figlio.  Per una questione di coppia con un marito adulto, che ha  sua vita , diventa una cosa molto problematica e lì dobbiamo dire  che non ci occupiamo delle sue decisioni. Mi interessa quindi che la cliente abbia coscienza che lavora per ripristinare o instaurare un suo  baricentro indipendentemente da ciò che accadrà al suo matrimonio. Questa relazione può essere stata quella cosa che le ha dato  fino ad ora questo baricentro, ma forse per farlo funzionare meglio è opportuno che  lei ritrovi un baricentro suo personale, che poi può anche essere condiviso nel matrimonio, ma che non dipende da esso. In questo modo si evita di andare contro la sua richiesta.
To be continued..............