Oggi parleremo dell’utilizzo di qualche strumento operativo, della sistematizzazione e dell' analisi di un'armatura concettuale che ci possa servire per accogliere i contributi che ascoltate da tanti docenti. Essendo il nostro un modello pluralista, questi sono molteplici. L’idea sottile sottesa è che occorre imparare diversi metodi per non impararne nessuno; attraverso lo studio di molti metodi diversi, riusciamo infatti a trovare il nostro baricentro che più essere una composizione assolutamente inedita. E' opportuno evitare d’essere troppo rigidi, ma acquisire la fluidità che ci consente di adattare al cliente ciò che faremo e di adattarci noi alle richieste del cliente. Prime fasi della psicoterapia: è utile adottare una terapia breve; la lunga non è più praticabile, la gente dopo 10 sedute, fa altro. Come organizzare un primo colloquio clinico? Il nostro essere più o meno bravi terapeuti, dipende dallo sguardo sulle cose; il segreto non è imparare bene come riparare i giocattoli rotti (o i pazienti rotti), ma è avere uno sguardo alternativo che ci consenta di vedere qualcosa di diverso rispetto a quello che tutti vedono come un giocattolo rotto. Attraverso uno sguardo lucido ed una cornice metateorica, è possibile utilizzare alcune metodiche che vengono proposte da terapie alternative. Ci sono alcuni linguaggi portati avanti da altre scuole che possono essere abilmente utilizzate da parte nostra. Esempio: un paziente portato in terapia dopo tre anni di analisi ortodossa; nel momento in cui si siede e gli chiedo di raccontarmi le cose che non vanno, mi descrive un qualcosa infarcito di termini psicodinamici. Il suo linguaggio non è intriso di senso comune, ma del linguaggio del terapista. Io devo assecondare il suo linguaggio; faccio l’elaborazione del lutto se mi viene richiesta. Non dire mai: “io non lo tratto”. La psicanalisi è diffusa in modo preponderante: negli studi di Moscovici, nella Parigi del 900, si erano notate delle simmetrie tra l’impianto teorico psicodinamico e uno concettuale di tipo religioso. Egli sosteneva che il successo della psicanalisi era dovuto al fatto che tante caratteristiche che questa proponeva erano già familiari alle persone, perché le sovrapponevano per analogia ad altre cose d’ordine comune; quindi la seduta analitica paragonata alla confessione, il tema dell’inconscio come l’eterna lotta tra il bene e il male. Ci rendiamo conto di come sia importante assumere uno sguardo che sia il più possibile spogliato da istanze normative. E’ un’impresa; ci sono dei casi molto difficili da gestire, proprio perché, nonostante lavoriamo per dissestare quello che è il nostro baricentro morale, non etico che è la prima cosa da rispettare, questo è per noi un peso, un ancora, perché nel nostro interagire con qualcuno, possiamo discriminare tra normale ed anormale. Tra giusto e sbagliato. Questa cosa va, almeno un po’ rivista. L’attività d' adottare uno sguardo privato da pregiudizi, è una cosa epistemologicamente impossibile. Non esiste uno sguardo completamente neutro, deprivato da una sorta di valutazione, giudizio, pregiudizio, ma se così è il segreto dove sta? Nell’allargare, moltiplicare il numero di possibilità che il nostro sguardo si concede nel definire una cosa. Oltre ad aumentarne nel numero, è necessario aumentarne la qualità, cioè se è vero che non possiamo deprivarci sino all’osso di una punta di pregiudizio, moltiplichiamo i pregiudizi e soprattutto teniamo cari quei pregiudizi che sono terapeutici e che sono quelli propri dell’ottimista, ossia la capacità d' intercettare delle possibilità là dove gli altri vedono il lato oscuro; per noi questo può essere una risorsa che ci concede e al paziente dà la possibilità d'evolversi. Anche nelle teorie psicodinamiche possiamo trovare dei preconcetti o dei concetti che possono essere utili in chiave terapeutica ed altri che ingabbiano l’altro (elaborazione del lutto: è terapeutica nel senso che significa demolirlo, uscirne da lutto), Watzlawick ne parla nel tema dell’iceberg: se io curo il sintomo che è la punta dell’iceberg (la malattia), la struttura di personalità che è definita ancora nei primi anni di vita ed in qualche misura determina il destino psicologico di quella persona, questa architettura concettuale è poco utilizzabile in terapia, perché è una credenza, una presa di posizione teorica che se condivisa con l’altro, l’interlocutore, ossia se l’interlocutore comincia a parlare il nostro linguaggio ed assume su di se quella credenza, non lo cambiamo più. Non riusciamo più a portarlo fuori dal problema. Un'altra teoria psicodinamica positiva può essere l’idea della sublimazione: alcuni sintomi che sono funzionali a dei bisogni atavici in realtà possono essere sublimati, ossia possono essere rivisti dalla persona e dalla propria esperienza ed utilizzati per innalzare a qualche livello le sue attività. La persona si evolve; prima sbatteva la testa contro il muro per soddisfare la sua idea di autopunizione, ora va a fare volontariato 30 ore alla settimana, perché torna a casa stanco, provato e ciò corrisponde allo stesso suo bisogno di autopunirsi, però svolge qualcosa che è più socialmente adattivo. Oggi poniamo dei paletti, degli argini su come impostare il lavoro, ma ci sono alcuni casi, delle situazioni cliniche che richiedono anche una metodologia ancora più articolata e raffinata (per gestire, speriamo, anche ciò che appare impossibile). La speranza è un costrutto di senso comune che uccide la possibilità di agire adesso e quindi l’idea della speranza è un qualcosa che domina il popolo (Pasolini). Non siate speranzosi, ma agite subito. Ogni modello di psicoterapia prevede in qualche misura una griglia teorica che sia in grado di rappresentare il problema, di dire che cos’è il problema e a fronte di questa definizione, suggerisca una serie di passi, di strategie che consentano di conseguire il cambiamento. Questo è se volete l’orizzonte ultimo di tutti i filoni terapeutici anche di quelli che dicono che non lo inseguono; per esempio Maria Armezzani sostiene che il cambiamento non necessariamente debba essere perseguito durante una terapia; ci sono persone che hanno più bisogno d' essere accettate o altre che vengono in terapia non per cambiare qualcosa, ma per incrementare il proprio livello di consapevolezza. L’accezione di cambiamento a cui io faccio riferimento è quella un po’ più estesa, cioè quella che intravede anche nell’accettazione e nel così detto incremento di consapevolezza un cambiamento. Anche una persona che viene accettata, subisce un cambiamento rispetto una posizione precedente in cui non si sentiva tale. Possiamo quindi ammettere che qualunque procedura psicoterapeutica sia orientata al cambiamento; alcune in un modo un po’ più efferato, come la terapia strategica, altre un pò meno, come le teorie psicoanalitiche che si dilatano nel tempo; però tutte forniscono o possono essere ridotte nel loro scheletro a queste due considerazioni, ossia ogni modello terapeutico fornisce una configurazione del così detto problema e propone di conseguenza una serie di passi idonei per cambiarlo. Perché la teoria psicodinamica tenta di allargarsi così tanto nel tempo? Anche nel filone psicoanalitico ci sono delle terapie brevi, perché i terapeuti si sono accorti che la gente non ha più i soldi per pagarsi un analisi 4 giorni la settimana. Perché il problema e molto radicato, molto profondo e c’è la necessita di scavare. La terapia, le strategie che vengono utilizzate, sono in qualche misura vincolate al tipo di rappresentazione del problema di cui il cliente soffre; se configuriamo il problema come qualcosa di radicato, inevitabilmente accade che risulta difficilmente eradicabile. Ho fatto (Prof. D.Romaioli) delle ricerche sugli psicoterapeuti e ho ricostruito quello che erano gli assetti metaforici della loro conoscenza; ogni terapeuta o per semplificare ogni gruppo di terapeuti, affiliato in una particolare tradizione, tendeva a replicare nel discutere i casi clinici delle metafore dominanti che servivano loro per ingessare o per meglio rappresentare un sapere di tipo teorico, concettuale come quello della psicanalisi. Questi tendevano molto ad usare la metafora dell’albero dove il problema è radicato nelle radici e viene rappresentato come una ferita, una frattura, un difetto. La metafora è di tipo biologico; l’albero è quella che la rende meglio, ma la metafora è di tipo organicista: c’è un organismo che funziona e se c’è un problema, c’è un ingranaggio inceppato, una ferita in questo organismo.

A fronte di questa lettura del problema, il cambiamento per come viene suggerito, deve essere a partenza dalle radici al fine di nutrire queste in modo tale che l’albero possa ricrescere. Il cambiamento è visto come una successione di fasi, sequenziale, una progressione di stadi. Anche la meta-psicologia freudiana prevede una serie di stadi evolutivi della personalità e della persona e se noi vogliamo lavorare per raggiungere lo stadio più evoluto, dobbiamo partire dal basso. Facendo uno studio sugli studenti di psicologia del primo anno, ho rilevato che sono anch’essi dotati di metafore che sono però di senso comune, di cui una è quella dell’albero. Ciò significa che la teoria psicodinamica è parte già del nostro presapere. Un’altra metafora è quella dell’enciclopedia.

Qual’è il gruppo di terapeuti che più ha il suo baricentro all’interno di questa metafora? I cognitivisti. Cos’è per un cognitivista il problema? Una mancanza d’informazione o la presenza di un’informazione scorretta. La terapia cognitivista utilizza molto delle forme di psicopedagogia, ciò a fronte di un resoconto del problema da parte del paziente; il metodo è setacciare i punti in cui l’elaborazione dell’informazione che l’altro svolge rispetto la sua vita viene viziata da delle elaborazioni non pertinenti. Quindi gli si dice: “guarda che tu quà stai generalizzando” ed il cliente viene educato a riconoscere questi errori nell’elaborazione. Qual è l’attività che facciamo dalla mattina alla sera quando troviamo un qualcuno con un problema? (l’amica al bar che è triste perché il suo ragazzo è uno scapestrato). Diamo dei consigli. Il dare dei consigli è un’attività spontanea che è figlia a monte di una mancanza d’informazione, come difetto dell’informazione. Quando lavoriamo in funzione di un cambiamento queste due metafore, la precedente che invitava a porre lo sguardo nel passato, nelle radici e quest’ultima che dice: “questo qua non ha capito come stanno le cose, ora gliele spiego io”, sono due attività spontanee che ci vengono naturali perché siamo figli ancor prima della scuola interazionista, della cultura di cui facciamo parte e questa cultura è imbricata da queste tradizioni. Noi sappiamo che quando lavoreremo, ci sarà sempre una parte di noi che rischia d’orientarsi in questo modo; non è un difetto, però è un mettere fuori il piede dalla porta. Di fatto questi meccanismi, metaforici, culturali, sono così pervasivi e gettonati perché all’interno di certe situazioni possono sortire degli effetti, non tanto perché siano validi, ma perché la persona con cui noi parliamo condivide queste metafore. Anche l’idea d’andare alla ricerca delle cause del passato nella persona che ha un problema, è spontaneo in quanto quando questa pensa al suo problema, pensa al suo passato. La terza metafora che è un po’ mista, è quella del sentiero e cioè l’idea che il cambiamento sia un qualcosa di esteso nel tempo e questo e trasversale a quasi tutti gli orientamenti teorici.

L’idea che per conseguire un cambiamento sia necessario un percorso, un sentiero. L’idea del cambiamento catastrofico, come chiamato in letteratura, non è parte dei preconcetti dei terapeuti, cioè l’idea che il cambiamento non sia una sorta di evoluzione, ma avvenga per salti e che il soggetto cambi in quel punto lì. Le due metafore precedenti hanno un qualcosa in comune, cioè presuppongono che ci sia un qualcosa da cambiare, cioè che il problema abbia dei connotati in qualche misura ontologici e fronte di questa connotazione del problema, il percorso di cambiamento che viene suggerito è quello di conoscere bene quello che si vuole cambiare. Questo è il motivo per cui quello che viene fatto rispetto al problema è la diagnosi, l’anamnesi, la ricostruzione. Le due forme di cambiamento che vengono replicate seguono la rotta o della guarigione, che è quella mutuata dal modello medico, per cui si tenta di ripristinare le condizioni di normalità, dissolvendo la causa che provoca la malattia, oppure un cambiamento come razionalizzazione, che è quello ovviamente semplificato e che abbiamo visto nell’opzione dei consigli. Queste sono le due modalità che per senso comune già ci appartengono. Abbiamo detto che ogni modello terapeutico propone ancor prima della strategia, del modo per ottenere il cambiamento, nella sua intelaiatura concettuale una definizione, una rappresentazione rispetto a cosa sia il problema. Cosa è il problema per noi? Per uno studioso interazionasta, cosa si può dire a proposito del problema? Ciò che il paziente configura come problema. Pertanto che consistenza ha questo problema? E’ una costruzione di senso di significato e che ha rapporti con l’ontologia? Questa distinzione che è di tipo filosofico ci è molto utile e contrappone il piano ontologico che si occupa dell’essere, essenza e risponde alla domanda “cosa è” al piano gnoseologico, che si occupa della conoscenza. All’interno di un modello interazionista, il problema è immaginato o metaforicamente rappresentato come una configurazione. Che rapporti ha la configurazione con l’ontologia? Non ne ha. Il problema è ciò che il nostro interlocutore configura come problema. E allora come mai il problema sussiste per il nostro interlocutore? Come mai quella persona è costantemente coinvolta in un’esperienza per cui il modo che ha di vivere se stesso, di conoscere se stesso, è un modo problematico? Come una configurazione può mantenersi? Si mantiene in funzione delle tentate soluzioni e si scontra con le considerazioni standard degli altri, cioè tutto un sistema più ampio che può essere analizzato a diversi livelli, ossia tra le relazioni più strette e quelle più ampie, quelle di macrocontesto e che contribuiscono sulla base di schemi interattivi a mantenere la configurazione immutata. Se il macrocontesto fornisce la credenza che se hai quel problema è perché hai una determinata struttura di personalità, questa credenza contribuisce al mantenimento della configurazione del problema. Queste sono distinzioni didattiche fornite per dare delle indicazioni e quindi non esistono, non hanno parentela con l’ontologia. Ciò ha come unico auspicio quello di essere utile; se non è utile, lo buttate via. Il terzo punto qual è? La narrazione, il racconto. Tutti questi livelli contribuiscono a mantenere nel tempo la configurazione del problema. Il cognitivismo commette l’errore d’immaginare una condizione astratta per cui c’è un sistema cognitivo che funziona in quel modo lì. Che ha queste caratteristiche. In realtà la cognizione è immanente, cioè quello che presumibilmente può essere fotografato come sistema cognitivo, ha un funzionamento che non è figlio della sua organizzazione strutturale, ma delle interazioni sociali. Un certo tipo d’ interazione sociale retroagisce sul sistema cognitivo organizzato in un certo modo. Ci sono modi di funzionare che sono completamente atipici e non sono dovuti all’esistenza d'anomalie del sistema cognitivo immaginato come struttura, ma sono derivati dall‘esistenza d’organizzazioni socio culturali radicalmente diverse da quelle da cui e con cui ci si confronta.
La generalizzazione: sapete che gli studi cognitivi hanno individuato questo meccanismo come proprio, caratteristico del funzionamento del sistema cognitivo. Quindi per le teorie cognitiviste, la generalizzazione è un requisito strutturale del sistema cognitivo; questi immaginano che esista una struttura dentro la testa, che poi è ricostruita su base analogica, in quanto è utilizzata la metafora del computer. Quello che vediamo oggi non a caso ha a che vedere con il post strutturalismo, cioè con l’idea che la struttura non esita, ma possa risultare evidente di riflesso a quello che una persona fa, al modo in cui si relaziona. La generalizzazione non è un fatto cognitivo, è un effetto dell’esperienza che uno ha. Ci sono persone che hanno avuto una serie di sfighe con i morosi, vanno dal terapeuta cognitivo e si sentono dire :”guarda tu stai generalizzando quando dici che sarà sempre così, che ti andrà sempre male con le fidanzate”. Ma nell’esperienza di quella persona la generalizzazione è un fatto; fa benissimo a generalizzare. Anche assunti importantissimi e che noi utilizziamo strumentalmente come l’idea dell’intenzionalità, requisito che viene imputato alla mente, sono in discussione; se leggete i racconti dell’antropologa Rosarno, non italiana nonostante il nome, su una popolazione sud americana, vi rendete conto che in quel contesto culturale, l’idea dell’intenzionalità non esiste. La comunità di queste persone ha organizzato una vita che non può essere equiparata all’interno del presupposto che gli esseri umani siano intenzionali; stiamo cioè dicendo che anche questo senso che noi abbiamo, lo abbiamo internalizzato probabilmente sulla base di un certo tipo di relazioni sociali nelle quali siamo stati coinvolti. L’intenzionalità stessa può essere l’esito delle comunicazioni che la madre fa all’infante nella misura in cui il bambino fa un gesto e la madre riconosce l’intenzionalità del suo gesto. In questo riconoscimento c’è un inizio di configurazione di una struttura cognitiva che non ha fondamento alcuno se non all’interno di un certo tipo di spazio relazionale. Abbiamo parlato di come viene configurato il problema e di quali siano le attività su vari livelli che possono mantenere la configurazione del problema. Quindi il cambiamento? A fronte di quello che stiamo dicendo come lo potete rileggere? Cosa è che cambiate? Agiamo su cosa mantiene la configurazione. E queste cose che mantengono la configurazione del problema che rapporto hanno con l’ontologia? Non ne hanno. Aumentiamo le possibilità, generiamo soluzioni, nuovi processi, oppure interferiamo e decostruiamo le narrazioni, i racconti. Non aiutiamo a cambiare, perché se no attribuiamo valore, uno statuto di realtà alla cosa; questi sono processi non cose. In che modo si ribalta la visione della realtà? I paradigmi modernisti presuppongono l’esistenza di qualcosa che va cambiato. Noi cosa presupponiamo? Dove sta il cambiamento? Noi partiamo da un’assunzione che è radicalmente diversa; non presupponiamo che il cambiamento avvenga qui per spostarsi da A a B, ma che il cambiamento sia costante. Il cambiamento è ovunque, c’è sempre; la realtà finta. Incerta. Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume. La realtà è in costante cambiamento. E quindi da cosa dipende la stabilità della configurazione del problema? Dal ripetersi degli stessi cambiamenti, cioè la stabilità è data dal ripetersi degli stessi processi interattivi, che non sono cose, sono anche queste mobili ed infatti dipendono dall’attività della persona che viene da noi o dal sistema. Abbiamo uno sguardo che ribalta delle assunzioni di senso comune in modo assolutamente importante. Poi ovvio che quando noi viviamo la nostra vita abbiamo una percezione di costante stabilità. Ma noi sappiamo che ogni stabilità è figlia d’infiniti processi. Mutevoli. Julienne (filosofo) parlava di cambiamenti impercettibili, cioè la vita è intersecata a costanti cambiamenti che sono invisibili; come una persona che vive la sua vita ed ogni giorno si guarda allo specchio e non si accorge dei cambiamenti insiti nell’ invecchiare. Però se incontra qualcuno a distanza di 20 anni, la prima cosa che egli nota sono i capelli bianchi. Noi non abbiamo avuto percezione di un cambiamento che era invece costante. A questo punto potremmo dire che una buona metafora è questa, mutuata da un giochetto della fisica che è il famoso ologramma, per cui l’apparenza del problema che viene giustamente percepito come se fosse reale, è organizzata sulla base dei processi interattivi che lo rendono possibile e che sono i fasci di luce.

Se noi con qualunque cosa interferiamo o modifichiamo questi fasci di luce, cambiamo la natura della realtà vissuta. Siamo in questo caso parlando di realtà di secondo livello, come la chiamava Watzlawick cioè non la realtà dei fatti, che è ontologica, ma il modo in cui quei fatti vegono conosciuti, in quanto noi non abbiamo alcun accesso diretto alla verità nuda e cruda. Ogni volta che definiamo una realtà lo facciamo sempre a partire da una forma di conoscenza che sappiamo essere sociale e condivisa e che ci consente di vivere nella realtà di secondo livello che è quella dei significati. Quali sono i primi passi da compiere in terapia? Come mai alcuni interventi, accorgimenti possono avere effetti terapeutici? Quali sono i processi che contribuiamo a modificare nel momento in cui operiamo in un certo modo? Frase ipotetica iniziale : “raccontami che cosa ti porta qui”. Che cosa è implicito in questa domanda ? E’ che ci sia un problema. Ma la cosa che più stona qual è? Che ci sia qualcosa d’esterno che ti porta qui. In qualche modo destituisci l’altro del principio di intenzionalità. Lo fai vivere già dalla prima battuta come passivo. Ora stiamo andando nel dettaglio; quando facciamo terapia può capitare d'esordire in questo modo. Non casca il mondo, ma bisogna cercare d’essere precisi ad individuare anche le sfumature linguistiche. In questo modo stiamo dicendo che i significati sono al centro dell’interscambio tra cliente e terapeuta; ce la si gioca tutta in quel momento. La riorganizzazione della configurazione parte da lì. Parte dal modo in cui apriamo la porta. Le domande che facciamo nella parte iniziale servono più che altro per instaurare un legame, per mostrarci curiosi alla storia del paziente e per dare un effetto retorico che vada nella direzione di una maggiore senso di comprensione che il nostro cliente deve comunque avere rispetto al nostro intervento. Delle domande che facciamo, dobbiamo tenere distinte quelle che sono convenevoli da quelli che invece vanno a fittare con i nostri obiettivi terapeutici. L’obiettivo terapeutico del caso va naturalmente condiviso; a monte ci sono invece una serie di obiettivi che noi ricerchiamo. Partiamo dal principio etico d’aumentare il numero di possibilità di scelta che l’altro si concede; questo è il nostro obiettivo e da lì bisogna partire. Io in terapia prendo molti appunti, anche se ogni uno ha un proprio stile. Mi serve un po’ perché è incastonato nel rituale della terapia; questo aspetto può avere degli effetti perlocutori importanti. Masoni fa esattamente il contrario e segue la terapia post moderna che dice che il terapeuta deve mostrarsi come un non esperto. Ha un senso, basta che lo facciamo in modo orientato all’obiettivo. Molto più semplice restare dentro il repertorio condiviso in cui io sono l’esperto, perché attraverso questa retorica, riesco a far fare cose che altrimenti non riuscirei a far fare. E’ utile adottare un atteggiamento che sia congruo rispetto alla anticipazioni che il paziente ha della terapia, perché ci sono persone che se non indossiamo il camice bianco mentre la facciamo non ci credono ed il rituale non funziona. Quindi è un adattamento costante che si gioca anche sui dettagli. Alla fine della prima seduta è opportuno appurare cosa il cliente si aspetta da noi. La domanda : “cosa si aspetta dalla terapia” va fatta subito, alla prima seduta. Sicuramente è una cosa che ci deve interessare, come le anticipazioni che l’altro ha anche rispetto al rituale stesso della terapia . Chi ha fatto 3 anni d'analisi può stupirsi che nel nostro studio non ci sia il lettino. Ciò che proponiamo non può discostarsi troppo rispetto a questa aspettativa. Che caratteristiche devono avere le domande? Devono essere aperte; dobbiamo far parlare il nostro cliente. “Ha già fatto dei tentativi per recuperare la storia con X? “ Perché questa domanda può essere utile? Consente d’indagare le tentate soluzioni. La domanda è pertinente, ma inadeguata. Noi come terapeuti, siamo in grado d’accettare questa configurazione che la paziente dà al problema? Vogliamo inalberarci in un lavoro che consenta al cliente di riconquistare X o c’è bisogno di portarlo a riformulare il lavoro che può fare con noi? La donna ci ha chiesto un compito impossibile. “Voglio cambiare X” non lo possiamo accettare ne da un punto di vista tecnico perché è complicato (non impossibile), ma soprattutto da un punto di vista etico. Durante la prima seduta è fondamentale che condividiamo un orizzonte che sia praticabile per entrambi. “Mi descriva come è cambiato il suo rapporto”: la domanda può essere utile in quanto consente di fotografare il cambiamento che ha notato però in una fase più avanzata. Bisogna ridefinire la richiesta che ci è stata posta. Bisogna esplicitare che X è fuori da nostro controllo e definire un percorso che può essere utile alla cliente, ma rispetto a cosa? “ Ma come sta male? Come si sente? Cosa fa? Questa donna viene dichiarando il suo disagio e ci depista raccontandoci le giustificazioni che legano questo disagio, perché effettivamente questo è insito nella sua storia. Ma noi che lavoriamo anche su quì ed ora, dobbiamo intervenire su ciò che mantiene questo disagio. “Come si sente?” “Malissimo perché non posso perdere X”. "Cosa succederebbe dopo?" Qui conviene adottare una posizione da non esperto; fingiamoci stupidi. “Non capisco, mi può raccontare meglio come sta male?” Dobbiamo andare ad imbuto, farci raccontare cosa fa. Se trovo un paziente che mi parla con termini psicoanalitici, lo ascolto e gli negli ultimi 5 minuti gli dico: “ora cerca di raccontarmi il tutto come se io fossi una casalinga; cosa ti succede?” Tutto ciò per scoprire quali sono i processi interattivi che vengono agiti e replicati dalla persona e che ovviamente mantengono la situazione come è. Come sta male? Come è cambiata la sua giornata? Con quali pensieri sta male? Se è una persona che si racconta con un copione drammatico, se è sempre triste, sempre appiattito, il fatto di comunicargli che lì per lì è al di fuori di quel copione e quindi in grado di fare un sorriso o comunque di mantenere la lucidità, una brillantezza nel modo in cui si sta raccontando, è già una prima crepa che provochiamo nel suo essere barricato. Glielo facciamo notare: “lei è in un momento difficile, però nonostante questo, oggi la sento molto attivo, lucido in quello che mi sta raccontando”. Magari non è vero, però l’effetto performativo del nostro comunicare, può indurre nella persona uno stato d’animo che prima non aveva. Ormai quando incontro la gente per strada non gli chiedo mai : “come stai”, ma gli dico: “ti trovo bene”. In questa mia comunicazione invito l’altro, almeno per un attimo, a cominciare a pensare a se stesso come uno che ha una immagine più propositiva. Il linguaggio è performativo della realtà psicologica. Va quindi usato in tutta la sua potenza. Saper prendere tempo durante la terapia è fondamentale. “Cosa la gratifica nella sua vita al di fuori del rapporto di coppia?” “In che modo sta male? Da cosa si accorge che sta male?” “E se questa situazione non cambiasse, cosa potrebbe comunque renderti autonoma? Cosa accadrebbe nella tua vita?” Fare un’investigazione rispetto quali aree positive il cliente si riconosce e che siano svincolate dal rapporto X? Però è troppo presto; prima bisogna invitare lei a ragionare non tanto su come cambiare il marito, ma su se stessa. Bisogna portare il fuoco della persona su se stessa. “Se non cambiasse mai, la sofferenza come evolverebbe? Sarebbe la stessa? Cambierebbe? Come la descriveresti? E se lui se ne andasse?” “Non potrebbe essere”. Ma poniamo la fantasia delle fantasie…. Utile quando dobbiamo far riflettere il cliente su qualcosa che per lui è inaccessibile; per la sua storia è troppo fuori dal perimetro che si è dato, usiamo molto l’espediente del fingiamo che. “Proviamo a fare una ipotesi strampalata”. “Una catastrofe!” Non dobbiamo consentire al nostro interlocutore di dire: “una catastrofe”; se lo dice significa che era meglio fermarsi un po’ prima. La domanda :“cosa accadrebbe”, dà la possibilità di dire che il mondo crolla. Dobbiamo aggiungere dei pezzi tali alla domanda da non consentire alla cliente di dire che il mondo crolla. “Ammettiamo che davvero X si sia in qualche misura barricato nella sua posizione e che, dico una ipotesi così lanciata, che la vostra storia scoppiasse, che lui decida di andare da un’altra, magari c’è un altra, chi lo sa; quali sono gli elementi della sua quotidianità che potrebbero in qualche misura dare la prova che comunque manterrebbe una sua autonomia, una sua ripresa?” Le domande vanno poste in modo che vincoliamo l’altro nel modo di rispondere e che noi anticipiamo essere più terapeutico. Meglio se in positivo. Dobbiamo concordare con la paziente qualcosa. Se X non c’è, come possiamo ripensare ad un tuo equilibrio? Questo è il nostro compito; per farlo è necessario tatto che è lasciato alla nostra sensibilità e capacità affabulatoria. Se si fa in modo brusco, si rischia che il paziente dica : "X non se ne va!” Se lei rifiuta l’idea che X possa andarsene, non è una paziente difficile, come sostengono alcuni psicoterapeuti per deresponsabilizzarsi; sta a noi trovare il sistema per spostarla. Andiamo più nel dettaglio rispetto a questo slogan : “sto male perché X non mi ama come vorrei”. Cos’è che effettivamente il nostro cliente sta subendo in modo disastroso? Perché X se ne va? Perché non la ama più? E’ il fatto di non sentirsi amata che per lei diventa problematico? La paura di non incontrare più nessuno? La paura di perdere una persona che lei ama molto? E’ una ossessiva-compulsiva che sta male non tanto per questioni affettive, ma perché semplicemente è accaduto qualcosa che non riesce a comprendere nella sua teoria sul mondo? Il fatto che X se ne va, può nascondere in realtà mille altre storie molto più specifiche e dettagliate. Il cambiamento di status che deriverebbe, potrebbe far cambiare l’identità di se che la persona ha. Una storia sussiste perché viene raccontata. Chi sono gli interlocutori della donna? Una storia spesso la si racconta a se stessi; molto più frequentemente si racconta ad altri e quindi è opportuno capire chi sono i principali interlocutori. Gli obiettivi devono essere indipendenti dalle decisioni di X; su questo punto bisogna essere chiari sin da subito. Alla prima seduta. Bisogna far spostare l’attenzione dal: “devo cambiare X” a in che modo posso ritrovare un mio equilibrio indipendentemente da quello che farà X. Se arrivano dei genitori che parlano del rapporto problematico con il figlio, in questo caso accogliete la loro istanza, anche se rivolta al cambiamento di un figlio. Lavorate veramente attraverso il genitore al cambiamento del figlio; questi infatti è imperniato in un sistema familiare ed il di cui comportamento è spesso giocato di risposta a quello che il genitore fa o dice. Se noi lavoriamo con il genitore e modifichiamo il modo in cui questi sta con il figlio, modifichiamo anche il figlio. Per una questione di coppia con un marito adulto, che ha sua vita , diventa una cosa molto problematica e lì dobbiamo dire che non ci occupiamo delle sue decisioni. Mi interessa quindi che la cliente abbia coscienza che lavora per ripristinare o instaurare un suo baricentro indipendentemente da ciò che accadrà al suo matrimonio. Questa relazione può essere stata quella cosa che le ha dato fino ad ora questo baricentro, ma forse per farlo funzionare meglio è opportuno che lei ritrovi un baricentro suo personale, che poi può anche essere condiviso nel matrimonio, ma che non dipende da esso. In questo modo si evita di andare contro la sua richiesta.
To be continued..............