giovedì 10 marzo 2011

Etnopsichiatria : Psicosi Wendigo

Etnopsichiatria: disciplina che studia gli aspetti particolari assunti dalla patologia mentale nei vari gruppi etnici e l'atteggiamento dei diversi ambienti nei confronti delle manifestazioni psicopatologiche e del loro comportamento. Si occupa delle connessioni tra psicopatologia e cultura e delle differenze tra cultura e cultura. Secondo Tobie Nathan (uno degli autori più importanti), "la cultura è una struttura specifica di origine esterna (sociale) che contiene e rende possibile il funzionamento dell'apparato psichico", ovvero "un sistema che contribuisce alla costruzione del mondo di una persona e la garantisce dalle sue crisi di presenza". In questo ambito, la patologia mentale si sviluppa o è classificata  tale quando ciò che il soggetto vive, sente, non è in sintonia con il contesto entro cui egli vive.
Il Wendigo (Windigo, Weendigo, Windago, Windiga, Witiko, Wihtikow) è una creatura che compare nella mitologia dei  nativi Americani del nord: gli Algonquian, in particolare  gli Ojibwa/Saulteaux, i Cree e gli Innu/Naskapi). Gli indiani Algonquin hanno vissuto prevalentemente nella parte nord-orientale dell'America; il loro territorio si estendeva dall'ovest della costa atlantica al fiume Mississippi, in direzione sud verso l'attuale Tennessee e Virginia e verso nord in direzione della baia di Hudson e l'odierno Canada. Alcune tribù di Algonquin, come il Arapaho e Cheyenne, vivevano nelle pianure, un'altra, chiamata il Blackfoot, si era stabilita ad ovest sulle montagne rocciose. 
 Erano spesso in guerra l'uno con  l'altro e sui nemici vinti infierivano rimuovendo loro lo scalpo. 

 Territori in cui vivono gli Algonquian
Il Wendigo è uno spirito maligno e cannibale di corporatura gigantesca,  in cui gli esseri umani si possono trasformare o che esso stesso può  possedere generalmente durante un sogno, nel caso in cui i primi si dedichino  alla pratica del cannibalismo in particolari momenti di difficoltà legati al clima rigido e le scarse risorse alimentari disponibili.
Il cannibalismo è  ritenuto tabù da questi popoli e ciò ha indotto gli Algonquian a preferire il suicidio o la morte per fame piuttosto che rendersene complici o esecutori materiali; come tale questo mito può essere considerato un deterrente nei confronti di questa pratica. Tra gli Indiani Assiniboine, Cree e Ojibwa, durante i periodi di carestia, era in uso eseguire una danza cerimoniale finalizzata a rafforzare il tabù per il cannibalismo, evocando lo spettro della trasformazione in Wendigo. Questa danza denominata wiindigookaazhimowin in Ojibwe, viene tuttora appresentata nell’ambito delle attività cerimoniali dell’ultimo giorno della danza del sole e comporta l’utilizzo di una maschera con la quale si balla al ritmo del tamburo. L’ultima cerimonia effettuata  negli Stati Uniti ha avuto come teatro il Leech Lake  nella riserva indiana nel nord dello stato del Minnesota.
Anche se esistono descrizioni alquanto varie di questo essere soprannaturale, di grande potere spirituale, tutte queste sono intimamente associate ai periodi di carestia  tipiche del rigido inverno del nord del Canada e degli Stati Uniti.  Allo stesso modo i Wendogos sono l’incarnazione della gola, dell’avarizia e dell’eccesso mai pago; infatti  una volta sopraffatta ed uccisa una vittima, questi devono ricercarne subito un'altra. La creatura viene così descritta  da uno studioso dell'Ontario, Basilio Johnston, della tribù degli Ojibwa: "il Wendigo ha una figura scarna, magra e la pelle è tesa tale da poter visualizzare le ossa sottostanti. La sua carnagione ha il colore grigio della morte, gli occhi profondi; sembra uno scheletro riesumato dalla sua tomba. Ha le labbra lacerate e sanguinanti, il corpo con le carni suppurate e che emana un odore strano ed inquietante di decomposizione".
 La Psicosi Wendigo è un disturbo  legato alla cultura e determina un intenso desiderio di cibarsi di carne umana ed una altrettanto acuto terrore di trasformarsi in un cannibale; questo deve essere necessariamente associato a disponibilità d'altre risorse alimentari alternative. I soggetti che ne sono colpiti generalmente sono consapevoli di ciò che gli sta accadendo e prima d'attuare tale pratica, richiedono la morte ai membri della loro tribù. La strategia più comunemente utilizzata per far fronte a tale evenienza è il ricorso a tentativi di guarigione posti in essere da stregoni nativi o in un secondo momento, da medici occidentali. Nei rari casi in cui questi soggetti non rispondevano alla terapia, iniziando a manifestare atteggiamenti aggressivi, violenti ed anti sociali, venivano uccisi. Uno dei più famosi Wendigos  della storia era originario dello Stato Canadese dell’Alberta; il suo nome era Swift Runner, della tribù dei Plains Cree.
Questi aborigeni costituiscono una larga percentuale della popolazione dei nativi americani delle province Prairie ed vivevano nelle praterie cacciando  bufali. Il nome Cree deriva da una parola francese, Kristinaux, abbreviato in Kri. Durante l’inverno del 1878, egli e la sua famiglia stavano morendo di fame e di stenti; il figlio maggiore era già deceduto per tale motivo. Il primo centro abitato in cui era possibile rifornirsi di cibo era a circa 25 chilometri; ciò nonostante egli uccise la moglie e i restanti figli e si cibò delle loro carni. Fu stabilito che proprio in virtù della possibilità di rifornimento di generi alimentari tutto sommato agevole, quello di Swift Runner non poteva essere inserito tra gli episodi di cannibalismo puro, ossia come ultima risorsa per non morire di fame; per questo fu catturato e giustiziato a Fort Saskatchewan.  Diverso il caso di Jack Fiddler, capo della tribù degli Oji-Cree e sciamano conosciuto per i suoi poteri nello sconfiggere i Wendigos; egli uccise alcuni soggetti affetti da questa psicosi. Fu arrestato ed incarcerato assieme a suo fratello e morì dopo pochi giorni in carcere. Psicologi, Etnografi e Antropologi che si sono occupati di questo fenomeno, si sono confrontati e scontrati sulle diverse ipotesi riguardante le genesi e soprattutto la veridicità di tali racconti; secondo alcuni sono puro frutto di fantasia, mentre secondo altri esistono delle prove che tale manifestazione sia un fenomeno storico fattuale. La frequenza di tali episodi si è gradualmente  ridotta nel corso del 20 esimo secolo, nel momento in cui questi soggetti sono venuti più in intimo contatto con gli occidentali, abbandonando gli stili di vita tipicamente rurali di un tempo.

lunedì 7 marzo 2011

Corso di ecografia: caso clinico

Paziente si presenta al P.S. per dolore ed impotenza funzionale  al ginocchio dx,  che presenta versamento articolare; in anamnesi assenza di traumatismo significativo. Il dolore è esacerbato dalla flessione massima ed è ben localizzato; assenza all'e.o.di cisti di Baker. Vi è presenza inoltre di una claudicazione di fuga ossia il soggetto tende a caricare poco sull'arto dolente, accorciando la fase di appoggio sul piede corrispondente. Viene inviato a consulenza ortopedica ed in questa sede aspirato 7 cc di liquido siero ematico. L' rx di controlo evidenzia una gonartrosi di grado medio-elevato.
La sintomatologia  persiste ed il soggetto si ripresenta al P.S.  dopo alcuni giorni, con dolore acuto, cute calda ed eritematosa a livello dei muscoli gemelli omolaterali, segno di Homans e Bauer positivi. Viene quindi inviato per un ecocolor doppler urgente che da il seguente risultato: 
Trombosi venosa profonda massiva della vena surale destra.

Esame Obbiettivo in TVP:
  • Manovra di Homans: dolore al polpaccio a seguito di dorsi flessione passiva del piede;
  • Segno di Neuhof: con la gamba del paziente flessa sulla coscia e rilassata si ha diminuzione dello sballottamento del polpaccio;
  • Segno di Bauer: dolore provocato dalla palpazione di tallone, piede e polpaccio;
  • Segno di Ducuing: dolore provocato dalla palpazione al cavo popliteo ed all’inguine;
  • Phlegmasia alba dolens: colorito pallido determinato dall’aumento della pressione interstiziale rispetto alla capillare dovuto alla presenza di edemi;
  • Phlegmasia cerulea dolens: presenza di emoglobina deossigenata nel sangue venoso stagnante.
Viene trattato con eparine a basso peso molecolare  + anticoagulante orale per 4 - 5 giorni fino a raggiungiumento di adeguato INR (2 - 3). Il paziente va tenuto a letto 24-48 ore solamente nel caso in cui venga documentata la presenza di un trombo venoso flottante che, staccandosi, potrebbe causare une embolia polmonare. Viceversa, non è sconsigliabile la mobilizzazione attiva.
Il successivo controllo a 30 giorni evidenzia la permanenza di trombosi parietale della vena surale destra. Ritardo di chiusura residuo. Si consiglia terapia con Eparine a basso peso molecolare per ulteriori 30 giorni ed elastocompressione con gambaletto di seconda classe. Ecocolordoppler dopo circa un mese di terapia. 
Controllo ecografico a due mesi: completa ricanalizzazione della surale; incontinenza della poplitea e della surale ricanalizzata. 
Mantenere elastocompressione con gambaletto di seconda classe e controllo tra 12 mesi.

mercoledì 2 marzo 2011

Rx test 2

Per  la risposta passa sotto il mouse
Interstiziopatia base polmone sinistro. Broncoscopia negativa per lesione neoplastica. Soggetto asintomatico; reperto casuale in corso di routine.

martedì 1 marzo 2011

Metafore in psicoterapia e comportamento sintomatico

La metafora (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») è un tropo, ovvero una figura retorica che implica un trasferimento di significato. Si ha quando, al termine che normalmente occuperebbe il posto nella frase, se ne sostituisce un altro la cui "essenza" o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario creando così, immagini di forte carica espressiva. Differisce dalla similitudine per l'assenza di avverbi di paragone o locuzioni avverbiali ("come"). La metafora non è totalmente arbitraria; in genere si basa sulla esistenza di un rapporto di somiglianza tra il termine di partenza e il termine metaforico, ma il potere evocativo e comunicativo  è tanto maggiore quanto più i termini di cui è composta sono lontani nel campo semantico.
Utilizzata in psicoterapia, la metafora descrive la condizione mentale del paziente ossia : “il come mi sento”.  Per metafora quindi si intendono quelle forme linguistiche che possono contribuire a generare esperienze che le persone hanno di se, degli altri e del mondo (metafore, paragoni, similitudini, allusioni, metonimie, assonanze, schemi, modelli, generi narrativi, discorsi). Metaforizzare  vuol dire utilizzare un principio analogico che consente di trasferire un significato da un dominio concettuale ad un altro, attraverso un medium esperenziale.
Mappa : territorio = metafora : X
Dove mappa = schema, modello di lettura della realtà del paziente, territorio = paziente, X = ciò che non è altrimenti accessibile e che per essere comunicato necessita della metafora, ossia un medium comunicativo. Le metafore sono suggestive per riversare nel terapeuta la mia esperienza, sono quindi efficaci dal punto di vista comunicativo, ma necessitano di una condivisione  del contesto. Il linguaggio metaforico è influenzato dalla “cultura” individuale di ciascuno e in qualche modo la riflette. Le metafore generate dal cliente/paziente portano alla luce la personale esperienza ed il sistema di significati di ciascun soggetto individualmente inteso, dato che la metafora tipicamente incorpora influenze culturali soggettive piuttosto che generalizzazioni e stereotipi culturali diffusi. Le metafore generate dal paziente sono “prossimali” all’ interazione tra cliente e terapeuta e dovrebbero quindi poter essere correlate a un risultato terapeutico positivo (Sue e Zane, 1987). Inoltre, dato che il processo di esplorazione e di trasformazione delle metafore generate dal cliente si verifica all’interno della sua visione del mondo, gli interventi metaforici da Questi generati,  sembrano adattarsi particolarmente bene alla psicoterapia con popolazioni culturalmente differenti. La psicoterapia con le metafore offre un modo per esprimere empatia, ascoltare e accedere a processi inconsci, facilitare una maggiore comprensione ed un migliore contatto nella relazione terapeutica ed affina la capacità del terapeuta di “vedere con gli occhi di un altro, ascoltare con le orecchie di un altro e sentire con il cuore di un altro” (Adler, 1956). Tale metodo aiuta il terapeuta ad evitare gli atteggiamenti di onnipotenza, a fare attenzione sia al procedimento che al contenuto, mostrare rispetto e acquisire una comprensione dell’unicità di ogni cliente, aggirare la sua resistenza, dargli la capacità di iniziare un movimento e un cambiamento, aumentare la consapevolezza   rispetto alle sue aspettative e ai suoi vissuti (controtransfert), nonché sviluppare abilità di psicoterapia breve.
Metafora protolinguistica : espressa in caso di forte esperienza legata alla dimensione somatico-sensoriale. Esempio: “ho un groppo in gola”, “mi fa rivoltare lo stomaco”.
Metafora letteralizzata o ontologizzata. Esempio : “sono emotivamente bloccato”, “ho un esaurimento nervoso”. Il paziente in questo caso sembra funzionare come una macchina, si sente difettoso o viene etichettato tale; deve essere quindi “aggiustato”.
Metafore di “su”, “giù”, “dentro”, “fuori”, di conflitto: “mi sento giù”. Vi è la necessità di ridefinire queste  metafore.
Metafore tattili cinestesiche: sono tipiche di chi tende a somatizzare molto. Vi è anche in questo caso la necessità  di far cambiare metafora, far passare cioè il paziente da metafore morte, che diventano sentenze, etichette, a metafore vive.
Comportamento sintomatico: tentativo del paziente di portare miglioramento al proprio disagio, di organizzare il proprio mondo difficile, disorganizzato (tentata soluzione = fobia). Se questo tentativo è contrario alla regola del senso comune, viene etichettato come sintomo e/o patologia. Se noi prendiamo ad esempio la stampella dell'infortunato, questa non può essere considerata un sintomo della malattia, ma la soluzione. In quest'ottica il comportamento sintomatico può essere visto come azioni di menti attive poste in essere al fine di porre rimedio alle loro disfunzioni. La gelosia quindi sarà vista come tentativo/strategia con cui il soggetto tende a mantenere in piedi un rapporto difficoltoso piuttosto che  un tratto di personalità.