venerdì 21 gennaio 2011

Socializzazione, realtà quotidiana, istituzioni, ruolo.

L'individuo nasce predisposto alla socialità, ma diventa membro effettivo di questa solo grazie ad un lungo processo di interiorizzazione delle oggettivazioni sociali. Il momento fondamentale di questo processo è la socializzazione primaria, che avviene in famiglia. Egli interiorizza identificandosi con le persone per lui importanti, assumendone i ruoli ed i comportamenti. Socializzazione: insediamento completo e coerente di un individuo nel mondo oggettivo di una società.
La primaria è la prima, la più importante; mediante questa l’individuo diviene membro della società. Il mondo è filtrato dalla percezione che ne hanno i genitori; è un mondo emotivo oltre che conoscitivo quello cui il bambino accede.
Interiorizzazione – identificazione “L’interiorizzazione avviene solo quando avviene l’identificazione; il bambino assume il ruolo delle persone per lui significative, li interiorizza e li rende propri.  E' grazie a questa identificazione con le persone che si curano di lui che il bambino diventa capace di identificare se stesso, di acquistare un’identità soggettivamente coerente e plausibile”.
Il bambino assume ruoli e atteggiamenti importanti; si appropria così del loro mondo. La progressione della socializzazione primaria comporta l'astrazione dai comportamenti particolari, per giungere a generalizzazioni sui comportamenti altrui. Quando questa astrazione è compiuta, tra realtà soggettiva e realtà oggettiva v’è un rapporto simmetrico. Generalizzazione dei ruoli : da “il papà è arrabbiato con me ora perché ho disobbedito” a “il papà si arrabbia con me tutte le volte che disobbedisco!”e quindi “non si disobbedisce!”
La Secondaria è il processo successivo che introduce l’individuo già socializzato in nuovi ruoli del mondo oggettivo della sua società. Mentre la socializzazione primaria ha bisogno di una forte identificazione, quella secondaria può farne a meno; occorre identificarsi con i genitori, non certo con gli insegnanti. Nella socializzazione secondaria si crea una distanza tra l'io totale e l'io legato ad un ruolo particolare; è possibile cioè considerare una parte di sé come legata solo ad un determinato ruolo e ad una situazione specifica. Le realtà interiorizzate nella socializzazione secondaria sono più vulnerabili perché più superficialmente radicate nella coscienza. La conversazione è lo strumento che preserva la realtà, indebolendo od eliminandone alcuni elementi che non vengono più nominati. Si può conservare una realtà soggettiva solo all'interno di una struttura di plausibilità, in un contesto comunicativo che confermi la nostra percezione (ad esempio in una comunità religiosa, nel caso di un cattolico).Un individuo può anche mutare radicalmente la realtà soggettiva, con un processo di ristrutturazione. In questo caso (ad esempio nelle conversioni religiose) interviene una risocializzazione, simile alla socializzazione primaria, sostenuta da un'efficace struttura di plausibilità e mediata da persone significative. L'individuo si inserisce in una nuova struttura comunicativa, e re-interpreta la vecchia realtà alla luce della nuova situazione, concependo la ristrutturazione come una frattura biografica.
La sociologia della conoscenza:  si occupa del modo in cui una realtà viene costruita socialmente e viene data per scontata. Non ha interessi teorici, quanto empirici. Conoscenza = ciò che tutti sanno della realtà in cui vivono. I fondamenti della conoscenza della vita quotidiana. Come si costruisce la conoscenza che regola la condotta nella vita quotidiana? In che modo la realtà viene resa oggettiva (vera per tutti) ma continua a conservare i significati soggettivi?
Le sfere di realtà

Berger (Boston) e Luckmann (Francoforte) si occupano del problema della nostra conoscenza della realtà, intendendo per realtà tutti i fenomeni che consideriamo indipendenti dalla nostra volontà, e prescindendo dalla questione della validità o meno di questa conoscenza.

La nostra coscienza ha sempre un carattere intenzionale, si dirige verso oggetti; gli oggetti si presentano alla coscienza come appartenenti a diverse sfere di realtà. Tra queste sfere di realtà ve n'è una che ha un ruolo dominante: la realtà della vita quotidiana. Le altre sfere di realtà sono circoscritte, inserite nella realtà della vita quotidiana e inevitabilmente meno familiari. L'entrata in questi mondi (come quello del sogno o del pensiero astratto) è una sorta di escursione oltre la realtà quotidiana. La realtà è data, si auto-proclama, è auto-evidente; le routine della vita quotidiana sono condivise da tutti. Si può transitare da una sfera di realtà ad un’altra mediante una “tensione di coscienza” diversa.
L’interazione sociale nella vita quotidiana. La realtà quotidiana è intersoggettiva, fondata soprattutto su interazioni faccia a faccia, nelle quali l'altro si presenta come più reale di me stesso (l'altro è immediatamente presente, mentre l'incontro con me stesso richiede riflessione). Gli incontri diretti sono guidati da schemi di tipizzazione. La percezione altrui avviene mediante tipizzazioni che tendono a irrigidirsi e diventare anonime nelle relazioni indirette e ad essere più flessibili in quelle dirette. La struttura sociale altro non è che la somma di tutte queste tipizzazioni, e dei modelli ricorrenti di interazioni stabilite per loro tramite. Le significazioni. La realtà quotidiana è fatta di oggettivazioni, tra le quali una importanza cruciale va riconosciuta alle significazioni, ossia ai sistemi di segni. Questi sistemi possono differenziarsi in base al grado di distacco possibile dalla situazione dell'incontro diretto. Una danza è più distaccabile di un'espressione di ira, ed un manufatto è più distaccabile di una danza.  Il Linguaggio è il più importante sistema di segni; nasce nella vita quotidiana e fa riferimento soprattutto alla realtà della vita quotidiana, ma ha anche la capacità di trascendere il qui ed ora e di rendere presenti realtà lontane. Esso opera dunque come elemento di collegamento tra sfere di realtà differenti. Il linguaggio può anche elaborare sistemi di rappresentazioni simboliche senza riferimento alla realtà della vita quotidiana: è ciò che avviene con la religione, la filosofia, l'arte e la scienza.
La distribuzione sociale della conoscenza. La mia conoscenza della vita quotidiana è legata agli oggetti cui dò importanza; ha dei confini ben precisi, oltre i quali v’è una zona oscura. La conoscenza è socialmente distribuita e comporta dei sistemi di competenza molto complessi. Constatato il limite della mia conoscenza della vita quotidiana, io devo ricorrere ad un esperto; della conoscenza della vita quotidiana fanno anche parte, dunque, indicazioni sulla distribuzione sociale della conoscenza (sugli esperti cui devo rivolgermi per risolvere i problemi).
Le istituzioni. Le istituzioni nascono dalle consuetudini quando dei gruppi tipizzano reciprocamente delle azioni consuetudinarie. Perché si possa parlare di istituzione occorre inoltre che queste tipizzazioni abbiano uno sviluppo storico e che forniscano dei modelli di comportamento, fungendo dal controllo della condotta individuale. Una volta creato, un mondo istituzionale si presenta al singolo come una realtà oggettiva; tuttavia il mondo istituzionale, oggettivato, non è mai indipendente dall'azione umana che l'ha prodotto. Il mondo istituzionale e l'uomo, il prodotto ed il produttore, interagiscono dialetticamente: la società è un prodotto umano, e l'uomo è un prodotto sociale.
Come si origina l’istituzionalizzazione? Mediante l’abitualizzazione di schemi o routines. Mediante la tipizzazione delle azioni reciproche e degli attori


Il compimento di azioni tipizzate comporta una sorta di scissione interiore: l'io che ha compiuto l'azione non è l'io intero, ma un io sociale. Questo io sociale è il ruolo, con il quale l'istituzione viene incorporata nell'esperienza individuale. Ogni ruolo rappresenta l'ordine istituzionale, ma vi sono ruoli che lo rappresentano di più: sono ruoli che rappresentano l'integrazione di tutte le istituzioni in un mondo significativo. Tali sono il giudice ed il monarca.
Il ruolo
L’identificazione dell’io con il senso oggettivo dell’azione. Un aspetto dell’io si identifica nell’autore di questa azione, con l’intero io ancora relativamente disidentificato dall’azione compiuta. All’accumulo di queste oggettivazioni, sempre più saranno le parti dell’io che si identificano, dando forma ad un “io sociale”, che si presenta all’esperienza soggettiva come distinto e separato dall’intera personalità. … una sorta di “conversazione” interiore tra differenti segmenti dell’io si attiverà a quel punto. I ruoli partecipano al carattere di controllo dell’istituzionalizzazione (appena l’attore viene tipizzato come titolar di un ruolo, la loro condotta è suscettibile di costrizione). I ruoli rappresentano l’ordine istituzionale e lo legittimano. Ad es: l’istituzione della legge viene rappresentata da: Ruoli giuridici (avvocato, magistrato, giudice) ma anche dal linguaggio giuridico, dai codici legali, dalle teorie della giurisprudenza, ma anche dalle norme di pensiero etico, religioso e mitologico. E’ vero che i ruoli rappresentano l’oggettivazione pratica della struttura sociale ma allo stesso tempo ciascun ruolo porta con sé un annesso di conoscenza socialmente definito. Con la progressiva divisione del lavoro si genera una segmentazione delle istituzioni. Il ruolo è elemento chiave nel rappresentare la dialettica individuo – società (Il rapporto tra i macroscopici universi di significato oggettivati in una società e i modi in cui questi universi sono oggettivamente reali per gli individui): La società esiste solo in quanto gli individui ne sono consapevoli. La coscienza individuale ha base sociale. E’ probabile si creino sub-universi di significato sorretti da particolari collettività, che possono essere tra loro in conflitto … nascono dalla specializzazione della conoscenza legata ai ruoli … posso divenire del tutto esoterici rispetto alla cultura dominante (es: la medicina tradizionale e quella naturale, l’omeopatia o la chiroterapia .. ). Aumentano così i punti di vista rispetto alla società.
La “protezione” dei sub-universi. Il numero e la complessità dei sub-universi li rendono sempre più inaccessibili agli estranei. Bisogna riuscire a tenerli fuori, e nello stesso tempo riuscire a far loro riconoscere la legittimità del proprio modo di agire (tramite intimidazioni, propagande). Gli iniziati al contrario devono essere tenuti dentro (“Ecco cosa succede a chi non segue i consigli del medico!” “I ciarlatani dicono che …”). In che modo l’ordine istituzionale viene oggettivato?  Mediante la reificazione: un prodotto dell’attività umana viene visto come se non fosse prodotto umano, è la forma estrema di oggettivazione. I significati umani non sono più visti come qualcosa che produce il mondo, ma come prodotti della “natura delle cose”. (Anche se percepisce il mondo in termini reificati, l’uomo continua a produrlo, l’uomo è capace di produrre, paradossalmente, una realtà che lo nega). La reificazione dei ruoli avviene nello stesso modo in cui avviene quella istituzionale, in tal caso si restringe la distanza soggettiva che l’individuo può stabilire tra se stesso e la sua attività (la persona comincia a pensare a se stessa come se non potesse essere altro che quel ruolo). La trasmissione dell’istituzione ad una nuova generazione. Non potendosi più avvalere della memoria e delle abitualizzazioni, serve “spiegare” e “giustificare” l’ordine istituzionale.
Ecco a cosa serve la Legittimazione: A) A fornire una “conoscenza”, B) A rinforzare dei “valori”. Quindi a sancire le azioni giuste o sbagliate entro quel sistema etico
Sistemi per legittimare la realtà
• I livello: un sistema di oggettivazioni linguistiche dell’esperienza umana (quando si trasmette un vocabolario di parentela, ad esempio). Vi sono alcune informazioni incorporate nel vocabolario stesso: è tuo “cugino”!!
• II livello: rudimentali affermazioni teoriche (ad esempio nei proverbi. “A chi ruba al cugino vengono le verruche sulle mani”, “Donna e buoi dei paesi tuoi”, “Se ti chiama tua moglie vai, se ti chiama tuo cugini corri”).
• III livello: teorie esplicite, che giustificano espressamente un sistema istituzionale. Teoria che regola diritti e doveri tra “cugini”. Si profilano degli specialisti della scienza della cuginanza.
Gli universi simbolici: : teorie che danno senso e coerenza al vivere
• Sono la quarta forma di legittimazione: essi integrano diverse sfere di significato, sono onnicomprensivi e distaccati dall'esperienza quotidiana. L'universo simbolico consente di ordinare l'esperienza individuale, dividendo le varie fasi della biografia personale ed intergrado la stessa morte in una visione totale..
• È un corpo di tradizione teoretica che integra diverse sfere di significato e abbraccia l’ordine istituzionale in una totalità simbolica (dove si intende per processi simbolici processi di significazione che si riferiscono a realtà diverse da quelle della vita quotidiana).
• E’ nell’esperienza teoretica al di fuori del quotidiano che assume senso il quotidiano e viene legittimato.
• L'universo simbolico non ha bisogno di essere legittimato; occorreranno procedimenti di mantenimento quando esso diventa un problema. Un universo simbolico può essere scosso dalla presenza interna di visioni differenti (ad esempio le eresie) o dal confronto con un universo simbolico alternativo. In questo caso la vittoria dell'uno o dell'altro universo simbolico dipenderà dalla potenza più che dalle capacità teoriche dei sostenitori.
• L’U.S. Integra tutti i settori dell’ordine istituzionale in una struttura di riferimento che li include e che costituisce un universo nel senso letterale della parola, perché tutta l’esperienza umana può essere vista come avente luogo all’interno di esso. Le situazioni marginali della vita dell’individuo vengono comprese anch’esse nell’U.S. (sogni, fantasie e lì vengono “spiegati” e “giustificati”). Una sorta di teoria generale sul cosmo, che include una teoria generale sull’uomo in grado di dare senso ed esperienza ad ogni evento.
U.S. e identità
L’universo simbolico consente di rendere più solida l’identità, di per sé precaria .“Chi sono io?”Lo sanno gli dei, la psichiatria, il partito. Una funzione legittimante di grande importanza per la biografia dell’individuo è la “collocazione della morte” (la situazione marginale per eccellenza). Le legittimazioni della morte consentono all’individuo di continuare a vivere nella società dopo la morte di persone importanti con un terrore mitigato, quello che gli consente di continuare ad occuparsi delle routine. A livello di significato, l’ordine istituzionale rappresenta uno scudo contro il terrore. Essere fuori dalle convenzioni significa perciò non avvalersi di questo scudo ed essere esposti, soli, agli assalti dell’incubo. L’U.S. ha bisogno di meccanismi di conservazione (ovvero di forme di concettualizzazione) quando diventa un problema, ovvero quando la società non è armoniosa e non funziona alla perfezione, cioè …. sempre!  La difesa dell’U.S. contro forme di eresia è fonte di arricchimento per nuove concettualizzazioni, che si fanno sempre più raffinate quando si tratta di lottare contro un’intera società. L’U.S. non viene solo legittimato, ma anche cambiato dalle nuove concettualizzazioni nate per respingere gli attacchi dei gruppi eretici. L’esistenza di un U.S. lternativo è comunque una minaccia perché dimostra che il nostro universo non è inevitabile, inoltre può attirare a sé uomini del nostro o renderli sovversivi. Tuttavia la vittoria di una potenza sull’altra dipende dal potere, non dalla forza della teoria legittimante (vincono coloro che hanno armi migliori piuttosto di coloro che hanno ragioni migliori). Lo strumento più antico per il mantenimento degli universi simbolici è la mitologia. Con la creazione di sistemi mitologici, che superano le incoerenze, ci si avvicina alla teologia. Quest’ultima porta le forze sacre lontano dalla vita quotidiana, e costituisce un settore di conoscenza non comprensibile da tutti. Altri strumenti di mantenimento degli universi simbolici sono la filosofia e la scienza. Altro modo per mantenere l’universo simbolico: la terapia. Dalla psicanalisi all’esorcismo, impedisce al deviante di migrare in un altro U.S; crea un meccanismo concettuale per spiegare queste deviazioni e difendere la realtà che le devianze sfidano. Include: teoria della deviazione, diagnosi, sistema concettuale per la cura delle anime. Il deviante, sotto la pressione di coloro che gli dicono che sta sbagliando (gli “specialisti”) interiorizza il meccanismo concettuale sottostante la definizione del suo problema. La diagnosi diventa soggettivamente reale. Un altro metodo per mantenere un universo simbolico è l'annichilazione, che può avvenire in due modi: negando qualunque fenomeno o interpretazione che non rientri nell'universo simbolico, o spiegando ogni realtà deviante con i concetti di quell'universo, incorporandola.

lunedì 17 gennaio 2011

Manicomio : alcune analogie con il carcere (secondo il blogger, in grassetto)

La lettura di questa pubblicazione del 1975 (Salvini) mi ha concesso la possibilità di una riflessione articolata; appare evidente da un lato a chi oggigiorno cerca di effettuare un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), come il tempo sia trascorso, fortunatamente (ma non sempre in alcuni casi) in modo rapidissimo, dall'altro come siano presenti delle analogie tra queste differenti (ma non troppo) strutture di detenzione.
"Nel periodo compreso tra il XVI ed il XVII secolo nascono i primi manicomi con la funzione di reprimere e circoscrivere la devianza sociale, ossia come primo tentativo di realizzare una struttura assistenziale con intenti di controllo sociale. Nel 1647 il convento londinese di St. Mary of Benthlem diventa ospedale civico con il nome di Bedlam ed in esso si attua la custodia dei soggetti dichiarati pazzi ed il loro trattamento con salasso, somministrazione di purganti drastici ecc. L’avvento del primo capitalismo ha sul manicomio due effetti: da un lato un’azione di riorganizzazione burocratico-amministrativa e giuridica, atta a meglio emarginare dal processo produttivo tutti coloro che non servono, con una giustificazione medico legale che verrà invocata per il disoccupato, il vagabondo e tutti coloro che privi di reddito e di residenza, impensieriranno i pubblici poteri per la stranezza ed il disordine del comportamento, sollecitandone un intervento repressivo. Dall’altro l’affermazione positivistica del concetto di malattia mentale, intesa come patologia organica del cervello e quindi la trasformazione della psichiatria in una branca della medicina. Ciò allo scopo di spiegare l’anormalità del comportamento come una manifestazione sintomatica di uno stato di malattia del corpo o di degenerazione congenita, senza tuttavia tener conto del significato sociale di una diagnosi utilizzante valori e riferimenti giuridici e bio umorali storicamente e socialmente determinati. Il manicomio dunque potrà giustificare la sua azione segregante in quanto struttura di tutela sanitaria e la sua natura terapeutica in quanto organizzazione medica.
Goya (1746-1828): manicomio
Il XIX secolo segna anche il passaggio da uno stadio storico dell’assistenza psichiatrica istituzionale ad un altro; infatti prima di allora il manicomio era inteso ed organizzato prevalentemente come luogo di isolamento e custodia del pazzo. Successivamente vi fu uno spostamento dell’enfasi manicomiale su quella terapeutica, cioè si sviluppò la tendenza a sovrapporsi il modello dell’ospedale civile con l’importante effetto di occultare l’aspetto carcerario dell’istituzione e al tempo stesso giustificare l’isolamento secondo gli intenti igienico profilattici dell’ospedale civile. L’etichetta di malato mentale costituirà l’alibi alla spoliazione totale della personalità del ricoverato nei suoi diritti e nelle sue più elementari libertà. In una analisi sociologica anche superficiale della composizione qualitativa e quantitativa degli ospiti del manicomio, possiamo cogliere delle connessioni con la dinamica socio economica della società in generale e con l’organizzazione industriale del lavoro in particolare; gli ospiti variano di numero tendendo a seguire i cicli economici ed in particolare gli indici di disoccupazione locale. Il luogo si presta alla raccolta della manodopera eccedente, non impiegabile o come serbatoio deve attingerla a basso costo nei periodo di espansione; il lavoro rappresenta il trattamento terapeutico, particolarmente di moda ed efficace, necessario a combattere l’ozio e recuperare il matto attraverso la laboriosità. Il medico cioè prescrive la terapia (il lavoro) che l’Ente Ospedaliero fornisce, l’ammalato assume la medicina (cioè lavora). Il dubbio della sussistenza di un arricchimento senza causa da parte dell’Ente è manifesto.
Goya (1746-1828): olio su tela. Manicomio
Nell’ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere, i malati hanno a disposizione delle piccole somme di denaro, con le quali, in via sperimentale possono acquistare dei generi di conforto allo spaccio interno o al bar dell’O.P. La crescente percentuale di ricoveri che gli annuari statistici degli O.P. registrano, non è tanto da porre in relazione con l’alibi di una crescente nevrotizzazione della società moderna, quanto ai criteri sempre più rigidi che tale società adotta nel richiedere una partecipazione sempre più funzionale dell’individuo alla logica delle strutture economiche ed istituzionali. Un largo strato di ricoverati è determinato dai vecchi e non a caso il loro aumento numerico è costante negli anni, con una incidenza nettamente superiore all’aumento dell’età media. Il 60 esimo anno di età sembra essere il pre requisito per l’insorgenza delle turbe psichiche che suggeriscono il ricovero. Ma tale strana coincidenza diviene chiara ove si tenga conto che proprio a tale età il lavoratore viene espulso dalla realtà del lavoro, divenendo immediatamente un peso per la famiglia, soprattutto dove i livelli pensionistici non ne consentano un ulteriore e continuata utilizzazione per il reddito familiare. La malattia mentale tende a configurarsi nel contesto del manicomio come una malattia di classe e d’età, strettamente correlata con le capacità produttive dei soggetti ricoverati. Se prendiamo l’etilismo quale classico comportamento deviante che favorisce l’ingresso in manicomio, notiamo, nonostante che l’alcolismo sia un fenomeno distribuito in tutte le classi sociali e con una più accennata presenza nel proletariato e nelle classi ad alto reddito, come esso si configuri come un fenomeno tipico delle classi subalterne. Possiamo desumere che non è tanto l’essere o meno alcolizzati che favorisce il ricovero, quanto avere tale vizio all’interno di una data classe sociale. Inoltre la dimissione ed il reinserimento senza fenomeni di recidività nel ricovero, riguardano soltanto coloro che per qualificazione profesionale o per mezzi economici possono reinserirsi nella famiglia e nella vita sociale, vale a dire nel sistema produttivo. Compare inoltre il secondo volto del processo di manicomializzazione, ossia quello legato all'ideologia dominante e utilizzato per una azione politico repressiva. Una conferma di ciò si ha osservando come l’entrata in vigore della legge del 1904, che delega il potere di ricoverare quanti diano luogo a turbative o pubblico scandalo alla autorità di PS, avvallata da quella del medico, provoca sucessivamente a tale anno, una brusca impennata nei grafici relativi al numero dei ricoveri negli ospedali psichiatrici. Il ricovero avviene attraverso l’opera di mediatori che possono essere rappresentati da parenti, medici, assistenti sociali, commissari di polizia, enti religiosi ed assistenziali che attraverso l’inganno, il convincimento o la coercizione fisica o psichica accompagnano o portano al manicomio il vicino di casa, l’amico, lo schiamazzatore notturno, il disoccupato che protesta, la casalinga che ha tentato il suicidio con la varechina. Nelle procedure di ammissione, come ha messo in evidenza un documento di Psichiatria Democratica, vengono commesse continue illegalità e negligenze. I commissari di PS per esempio emettono ordinanze di ricovero sulla base di certificati medici che, in violazione della legge 1904, contengono soltanto una sommaria diagnosi psichiatrica e una dichiarazione di pericolsità senza l’indicazione di fatti specifici, enunciati in modo chiaro e particolareggiato, dai quali si deduca la manifesta tendenza dell’individuo a commettere violenza contro se stesso o contro gli altri od a riuscire di pubblico scandalo, prevista dalla legge art. 39. Avviene spesso che una persona che ha avuto un malessere in un luogo pubblico venga accompagnata al pronto soccorso di un grande ospedale; se è sola e non in grado di dare spiegazioni esaurienti sulla propria situazione, può essere in pochi minuti dichiarata dallo stesso medico del pronto soccorso pericolosa a sé e agli altri ed inviata con ordinanza in manicomio. Naturalmente la brutalità del trasporto d’urgenza in tal struttura e l’impatto con questa realtà che comporta, in base al regolamento, la spoliazione sia di oggetti personali che di vestiti, rappresentano un’esperienza traumatica per l’ammesso che lo spinge nella catena di reazioni: malessere-protesta-risposta repressiva e violenta dell’istituzione, da cui maggior malessere e così di seguito in una spirale senza fine. La cosa raggiunge una gravità inqualificabile se si pensa che la pericolosità sociale, cioè la probabilità di commettere reati, viene presunta dalla legge, cioè viene dichiarata senza essere dimostrata, proprio per i soggetti che commettono reati e sono affetti da infermità mentale, ubriachezza abituale, da intossicazione cronica, da sordomutismo. Così le persone vengono differenziate di fronte alla legge sulla base di particolari condizioni fisiche o psichiche. L'internamento disposto dal Pretore, in accoglimento di una qualsiasi richiesta, comporta un atto notorio, cioè una dichiarazione di quattro testimoni che devono giurare di ben conoscere l'indole violenta ed il comportamento scandaloso del pazzo di turno. A differenza della procedura applicata dal commissario, quella davanti al pretore non può essere inizia d'ufficio, ma su richiesta di parte, che di solito è la parte interessata a mandare in manicomio il parente che pesa troppo sull'economia familiare, il genitore ormai divenuto un peso improduttivo, la moglie o il marito di cui ci si vuole disfare. Il matto secondo la legge può presentarsi volontariamente per essere ricoverato. Insieme a tale diritto comunque, non è stata prevista la possibilità che il volontario possa anche uscire spontaneamente. Anzi la legge in proposito si è affrettata ad indicare la possibilità di trasformare il ricovero volontario in coatto non appena il malato diventi pericoloso, scandaloso, eccetera. Questo processo determina all'atto del ricovero non soltanto la perdita del diritto di uscire dall'ospedale, ma costituisce il prologo alla perdita progressiva di altri diritti civili: i ricoverati possono essere dichiarati incapaci di gestire se stessi ed i propri beni, possono perdere il diritto di votare, di guidare l'automobile, di esercitare la professione; possono essere assogettati agli atti più brutali ed ingiuriosi, dalla castrazione ormonale, all'isterectomia, all'elettrochok, alla perdita di ogni potere sul proprio corpo. Una volta rinchiuso nel suo reparto il ricoverato può essere sottoposto ad una ulteriore coercizione sotto forma di convincimento che il suo massimo interesse consiste nel dire, nel fare quello che apparentemente non vuole fare. Uno di questi scopi è quello di dimostrare che è malato e che per tale ragione è giusto tenerlo rinchiuso. Egli impara ad interiorizzare il punto di vista dell'istituzione e a percepire il suo stato secondo gli stereotipi prodotti che diventano così lo specchio attraverso cui egli definisce la propria identità. Questo meccanismo, secondo Goffman,  è chiamato consensualizzazione; attraverso tale adattamento l'internato fa suo il punto di vista ufficiale dell'istituzione, modellando il proprio ruolo come un " non posso essere se non nel segno dell'altrui imposizione".Egli viene inglobato nella logica del potere istituzionale, ne diviene un agente ai livelli più bassi della gerarchia (scopino, aiuto cucina), facilitandone l'integrazione in una condizione di vita relativamente stabile. Il rifiuto verso l'integrazione nell'istituzione totale del manicomio porta invece a una sfida intenzionale, ad una continua provocazione e rifiuto di collaborazione che  per il ricoverato si trasforma in un lungo braccio di ferro con medici ed infermieri. Comportamento che, prontamente connotato come gravemente psicopatologico, provoca il meccanismo deell'esclusione e della ghetizzazione all'interno del manicomio stesso, cioè nel suo sotto sistema istituzionale rappresentato dai reparti".

lunedì 3 gennaio 2011

Ruolo, Sé, Io, mondo esterno ed innamoramento.

L’Io integra le informazioni provenienti dal Nucleo dell’Io e quelle provenienti dalla Struttura Sociale. L’Io è fondato sul suo nucleo e costituisce un’entità psicologica che può modificare, ritardare o interrompere (filtro psicologico) il collegamento tra le informazioni sia in entrata (Afferenze) che in uscita (Efferenze), proteggendo così il suo Nucleo e, contemporanamente, collegandolo all’ambiente.Esso dispone di ruoli quali estensioni di se stesso nella Struttura Sociale. Il Sé avvolge completamente l’Io come una membrana cellulare. Esso è un’entità dinamica strettamente correlata alle emozioni ed ai meccanismi che l’Io usa per proteggersi. Il Sé può variare nella sua ampiezza a seconda delle condizioni nelle quali una persona viene a trovarsi : in circostanze in cui gli stati di allarme sono provocati da stimoli interni/esterni, il Sé si dilata e la sua circonferenza si allarga giungendo, in casi estremi  (es: stati di panico) ad inglobare tutti i ruoli (punto 12 della figura); d’altro lato, invece, una situazione che tenga basso il livello dell’ansia (come solitamente accade, ad esempio con una attività di riscaldamento) contrae il Sé facendolo coincidere con l’Io (punto 13 della figura). Una forte dilatazione del Sé può essere acuta (panico) o cronica (stati psicotici).
In questi casi si produce un’alienazione dall’ambiente, una dissociazione fra la struttura sociale d’appartenenza ed il Sé: l’esterno cessa di esistere ed ogni relazione è destinata a fallire perché viene vissuta come un’invasione ingovernabile e pericolosa. Le risposte a questa situazione possono presentarsi, fra le altre, come mutismo, negativismo e delirio. La relazione ruolo/controruolo costituisce un legame bipersonale che è il risultato dell’interazione fra le due specifiche polarità. Questo tipo di relazione è ben definita, individuata, chiara ed è caratterizzata da una certa distanza che consente all’individuo di auto-osservarsi e di osservare il comportamento dell’altra persona. Quando invece no si crea un ruolo definito, la relazione viene stabilita essenzialmente attraverso il Sé. Un esempio amplificato e in quanto tale ben illustrativo di questo tipo di interazione, è dato dalla fenomelogia dell’innamoramento.Qui la percezione del controuolo è prevalentemente emotiva, molto poco cognitiva. Il collegamento interpersonale attraverso il Sé ha la funzione di coinvolgere con immediatezza, aggirando la riflessione. Esso per trasformarsi in realistica relazione tra ruolo e controruolo, deve trasformarsi in qualcosa di definito e contestualizzato, assegnando agli aspetti cognitivi la loro funzione critica. La relazione attraverso il Sé ha una funzione preparatoria della più articolata relazione ruolo / controruolo.