martedì 8 novembre 2011

Libero arbitrio e dissociazione tra conoscenza esplicita ed implicita

Le neuroscienze cognitive si limitano, per forza di cose, a cercare di localizzare nel cervello le funzioni mentali. Ora sapere dove, è interessante per un neuroscienziato, ma sicuramente non spiega le funzioni mentali; sapere che certe funzioni si svolgono nelle aree prefrontali, non aggiunge nulla alla loro comprensione. E’ necessario andare alla ricerca dei meccamismi; la localizzazione non è sufficiente. Ciò è importante riguardo la sussisenza del libero arbitrio nell’agire; quando ad esempio afferro un bicchiere, soggettivamente la seguenza di eventi di cui sono consapevole è la seguente :  prendo una decisione, inzio un’azione, monìtoro l’esecuzione di questa ed afferro il bicchiere. In realtà questa è un illusione nel senso che le aree cerebrali coinvolte si attivano prima che io abbia la consapevolezza d’aver deciso. Usando un linguaggio dualistico, pervasivo nella vita quotidiana, si potrebbe dire che il mio cervello ha deciso prima che io sia consapevole di averlo fatto. E’ una questione che ha suscitato molti dibattiti. L’altro aspetto di cui parlerò è la dissociazione tra conoscenza esplicita ed implicita che si osserva in moltissimi pazienti con lesioni cerebrali localizzate: in questi una funzione mentale specifica è andata perduta, ma solo a livello cosciente; a livello non cosciente quella funzione è mantenuta.
Primo problema: noi abbiamo l’impressione d’agire perché lo decidiamo coscentemente; questo è il libero arbitrio, questa è la base della responsabilità penale. Ma è proprio vero? Ci sono diverse ricerche, alcune recenti, altre più datate (le prime sono degli anni 80 del secolo scorso) che ne parlano in modo compiuto La situazione sperimentale è molto semplice: si chiede al paziente che partecipa all’esperimento d’eseguire una azione non a comando (non in seguito ad una stimolazione), ma semplicemente quando ne ha voglia. Tipicamente il soggetto siede ad un tavolo ed il suo compito è sollevare un braccio quando ne ha voglia. Gli si dice: “quando decide, alzi il braccio”. Lo sperimentatore esamina due momenti: quando il soggetto ha avuto esperienza cosciente d’avere deciso d’alzare il braccio e quando, grazie a registrazioni elettriche, emerge che le aree cerebrali coinvolte si sono attivate. Sulla base della nostra esperienza, ci si dovrebbe attendere che inizialmente il soggetto ha esperienza coscente d’ aver deciso, quindi si attivano le aree cerebrali per eseguire il movimento. Vediamo invece che prima si attivano le aree motorie corticali; passano quindi 350 millesimi di secondo e c’è l’esperienza cosciente di volere eseguire il movimento. Trascorrono altri 150 millisecondi ed il movimento viene eseguito. Libet, il primo ad aver fatto esperimenti di questo tipo, sostiene che l’emergere a livello di coscienza della decisione di compiere l’azione, non è epifenomenico, come sembrerebbe, perché in realtà le aree motorie si sono attivate prima (quindi serve poco avere coscienza d’aver deciso). Secondo libet quello è lo scarto temporale (150 msec in situazioni sperimentali) in cui è possibile bloccare l’esecuzione dell’azione. Cioè se non ci fosse l’emergenza a livello di coscenza della decisone, non sarebbe possibile bloccare l’azione. Invece grazie a ciò, l’azione può essere bloccata prima che diventi balistica e vada al compimento in ogni caso. Però il punto cruciale è che il libero arbitrio sarebbe un’illusione dovuta al fatto che per un meccanismo che non è stato ancora completamente delucidato, la decisione cosciente viene retrodatata, nel senso che noi abbiamo l’impressione che preceda e non segua l’attivazione delle aree corticali. Recentemente sulla rivista Nature Neuroscence, è stato pubblicata un’ ennesima conferma delle ricerche di Libet con una precisazione importante: se si estende il periodo di registrazione precedente la decisione cosciente, si osserva che nelle aree prefrontali l’attivazione avviene un paio di secondi prima; quindi la sequenza è : attivazione delle aree prefrontali (aree per il controllo dei processi cognitivi. E’ lì che avviene la decisione); le aree prefrontali quindi innescano le aree motorie. Quindi il tutto emerge a livello di coscienza. Questo è il problema della coscienza legato al libero arbitrio L’ipotesi più probabile e che si tratti di un’ illusione dovuta a questo meccanismo che ci fa retrodatare la decisione cosciente. È una ipotesi, ma non c’è nessuna evidenza empirica che testimoni che l’emersione a livello di coscenza ci permetta di bloccare il movimento. La coscienza secondo Libet ha un ruolo causale; sembrerebbe proprio il contrario ed in base a ciò che è stato detto. Questi invece ipoteticamente sostiene che ce l’abbia, ma solo in senso inibitorio.
Affrontiamo l’altro argomento cioè quello della dissociazione tra conoscenza implicita ed implicita. Tutto ciò che è nella nostra mente c’è, secondo la visione meccanicistica empirica, perché è contenuta anche nel nostro cervello. La coscienza, l’esperienza cosciente è una proprietà che hanno alcune rappresentazioni mentali, non tutte (molto poche per la verità). Questa è una destinzione molto importante che ha anche a che fare con il problema del fine vita (con ricadute legislative). E’ importante distinguere l’esistenza delle condizioni per la coscienza dai contenuti della coscienza : nel caso di lesioni del tronco dell’encefalo, per esempio, che portano al coma o agli stati vegetativi, mancano le condizioni per la coscienza, mentre nei pazienti di cui parlerò, le condizioni per la coscienza sono conservate. Sono compromessi dei contenuti specifici. Le rappresentazioni possono diventare coscenti, a volte diventano coscenti, i processi mai. Due esempi intuitivi: se io chiedo qual’ è la capitale della Francia, Parigi è la rappresentazione che diventa cosciente, però non credo che ci sia mai speranza che diventi coscente il processo che ha portato a recuperare quell’informazione. Se chiedo quanto fa 17 x 5, diventiamo coscienti di una rappresentazione intermedia, ma non dei processi. Negli ultimi trent’anni, l’evidenza che rappresentazioni mentali diventino attive ed abbiano influenza sulle nostre funzioni cognitive e non solo, ma senza diventare coscenti, sono molte; sono state condotte molteplici ricerce a riguardo, sia su pazienti normali che cerebrolesi (il cui studio è più semplificato). Il primo esempio di dissociazione tra conoscenza esplicita perduta ed implicita conservata è costituito da una ricerca di Damasio, menzionata “nell’errore di Cartesio”. Esisono dei pazienti che a seguito di una lesione cerebrale, circoscritta, manifestano una sindrome che va sotto il nome di prosopagnosia. Non riconoscono più i volti che dovrebero essere familiari; sono in grado di dire che quello che hanno di fronte è un volto, di conoscerne l’età , la provvenienza etnica, di determinarne il sesso, ma non sono capaci di dire se è un volto familiare o meno. A tutti noi è accuduto d’incontrare una persona; il volto è noto, ma non ci ricordiamo null’altro di lei; è una situazione abbastanza imbarazzante. Questi soggetti invece non hanno questo imbarazzo perché per loro nessun volto è familiare; ciò che manca è il senso di familiarità. Cosa ha fatto quindi Damasio nella sua ricerca? Ha presentato delle fotografie ad alcuni di questi pazienti con dei volti di parenti (quindi che avrebbero dovuto essere noti) o di personaggi pubblici o dei medici e degli infermieri se ospedalizzati; altri erano volti assolutamente sconosciuti. Il compito del paziente era di dire se gli era noto oppure non noto il viso proposto. I pazienti rispondevano sempre di no. Damasio però registrava un'altra risposta : la modificazione della conduttanza cutanea (il riflesso psicoverbale) che si sa essere superiore di fronte ad un volto noto rispetto ad uno non noto. Scoprì che la risposta neurovegativa era quella corretta, anche nel momento in cui il paziente diceva di non conoscere chi presentato in foto (la madre ad esempio); aveva cioè una risposta psicoverbale che aumentava. C’era quindi una dissociazione tra la conoscenza esplicita che era perduta e costituiva il sintomo (la prosopagnosia) e questo rionoscimento non cosciente che esplicitava come il volto fosse stato riconosciuto. Nella mente del paziente si svolgevano tutti i processi fino al riconoscimento; ciò che mancava era l’emergenza a livello di coscienza. Per il resto era tutto normale. Altro caso è quello della visione imperfetta; questi sono pazienti che a seguito di una lesione cerebrale localizzata, hanno una parte cieca del campo visivo (documentata alla campimetria). Il paziente in quell’area è cieco e tale anomalia è presente anche in visione binoculare. Il paziente se ne accorge subito ed è molto preoccupato; impara quindi ad affinare delle strategie per leggere evitando la parte cieca. Il ricercatore può chiedere la collaborazione del soggetto dicendo: “io a volte le presenterò una luce nel suo campo cieco a volte no, lei mi deve dire quando le sto presentando la luce e quando no”. Il paziente inizialmente è scettico, sapendo di non vedere assolutamente nulla. Al : “provi ad indovinare” questi indovina nel 93 – 97% dei casi; se ci fosse veramente una casualità, dovrebbe avere una media di risposte corrette del 50%. Ciò accade sempre tranne quando la luce cade nella macchia cieca (normalmente presente in tutti noi) in cui si ha una percentuale di risposta corretta del 47%. Il paziente sostiene d’essere cieco, di non vedere, però se costretto ad indovinare ci riesce. Se nella parte cieca presento degli stimoli costituiti da barrette orizzontali, verticali ed oblique ed il compito è di riconoscerle, nel caso di quelle orizzontali e verticali il soggetto ha una prestazione pari al 90% di risposte corrette. Riesce quindi a svolgere il compito senza essere consapevole e pensando di tirare ad indovinare. Altro esperimento pubblicato nel 88 in “Nature” e replicato altre volte, è condotto in pazienti affetti da negletta emidiligenza spaziale (non sono in grado d’esperire ciò che è nel loro campo spaziale di sinistra). A volte questo distrubo riguarda lo spazio personale, quindi non si vestono, pettinano, non mangiano nella parte sinistra del piatto. Per loro la parte sinistra dello spazio non esiste. Di fronte a due disegni di una casa, messa una sopra l’altra, uguali e dove dalle finestre di sinistra di quella sopra escono delle fiamme, il paziente dice che quelle due case sono uguali.
Il paziente è convinto che quelle due case siano identiche, anche se quella superiore è in fiamme. Ma se gli si chiede di scernerne una, (su quale delle due ricadrebbe la sua scelta?) egli sceglie sempre quella senza fiamme e non è in grado di spiegarne il perché. Afferma di preferirla perché più grande, più bella, quando invece un attimo prima aveva detto che erano identiche.

3 commenti:

Marianna ha detto...

ciao doct sono sempre io a rompere ...mi spieghi cortesemente nella mia e-mail cosa è una idro-siringomielica
per favore vorrei capirne un pò di più si tratta di mio marito se puoi grazie ....un abbraccio Marianna

speacialist ha detto...

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Doctors by night ha detto...

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