martedì 9 agosto 2011

Stratagemmi terapeutici in psicoterapia: teatro e recitazione

Tratta da Kelly è questa prassi che vi propongo: la più usata in questo periodo è la  terapia del ruolo fisso  (George Kelly; foto). Immaginate un cliente che ponga un problema legato ad una sua incompetenza. Sono timido, non so affrontare questi problemi, queste persone, questo lavoro.  L’Autocaratterizzazione da conferma di ciò che già si intuisce del paziente, se è adatta a fare alcune cose, se si lascia andare, se ha fantasia, eccetera.

“Adesso lei immagini d’essere una attrice di teatro che ha appena finito una parte molto impegnativa, un monologo di una mezz’ora sul palco ed in mezzo al pubblico c’è una cara amica vera, sincera (mi dica pure il nome se ce l’ha o lo inventiamo noi se non ce l’ha). Lei è molto stanca, si chiude il sipario e la sua amica prende un block notes e comincia a scrivere qualcosa su di lei.
“Secondo me Ines Rossi…......”
“E adesso lei diventa la sua amica e continua a scrivere cosa scriverebbe la sua amica Vittoria su di lei. Lei diventa la sua amica Vittoria, entra in Vittoria che ha visto Ines Rossi recitare sul palcoscenico e mette giù le sue impressioni”.
A volte scrivono 6 – 7 righe ; leggete assieme al cliente quello che ha scritto e tutte le volte che trovate un PURTROPPO,  un ostacolo nel racconto, un indicatore di un problema, segnatelo perché sta indicare una sintesi di ciò di cui probabilmente la persona soffre. Il teatro è la metafora della vita ed il monologo di una mezzora molto impegnativo corrisponde al racconto della propria vita. Per cui se in quel monologo emergono difficoltà, quelle sono le difficoltà che la persona incontra nella sua vita. Le cose vanno dette apertamente al paziente, se non è d’accordo correggete il tutto ascoltando il suo parere ed avrete già un elenco dei problemi che la persona incontra. 2° fase : gli diamo un altro foglio e gli diciamo: “adesso per favore metta giù, come se fosse un autore teatrale il bozzetto, la descrizione di un personaggio teatrale che  assomiglia a lei ma che ha risolto almeno il 50% tutti quei MA che ha messo nel suo racconto.   Quegli ostacoli, quegli intoppi che ha descritto”. Dopo che è stata scritta,  va corretta con il paziente anche tre –quattro volte, perché a volte non è chiaro il compito e poi quando il testo è scritto, finito, si passa alla terza fase:
“ora signora la seduta è finita; lei a casa ha questo compito;  è un compito importante, non facilissimo, ma si può fare. Immagini  di essere una attrice, dia un  nome al personaggio che ha appena descritto, “Francesca? Bene, Francesca!”…. e lei da quando esce di qua, tutte le volte che ha voglia, che se la sente, entra in Francesca e si comporta come farebbe lei, RECITA la parte di Francesca  cioè di quella persona che ha risolto al 50% i suoi ostacoli, i suoi problemi. Lo faccia sul lavoro, in famiglia, in tram, ma attenzione, NON LE STO CHIEDENDO DI CAMBIARE, non le stò chiedendo lo sforzo di fare cambiamenti in se stessa; le sto chiedendo di recitare Francesca, cosa che fa un attore che può essere anche affranto per questioni personali, ma sul palcoscenico recita e nessuno si accorge del suo essere triste, perché svolge bene il suo mestiere di attore. La invito a fare l’attrice e a recitare Francesca; su quel recitare è opportuno calcare, ribadire per tre-quattro volte il concetto. E’ necessario che la persona uscendo dal nostro studio non si senta obbligata a fare cambiamenti, ma soltanto invitata a recitare. Questo compito durerà 20 giorni (si può aspettare 20 giorni ma è opportuno fare un incontro prima). OBIETTIVO da tener presente in questo compito:
“non basta che  lei reciti Francesca, occorre che per verificare che la cosa avvenga realmente, OTTENGA  DAI SUOI  INTERLOCUTORI UN SEGNALE, un indicatore che mostri che ai loro occhi lei appare cambiata. Ad esempio una amica  che le dice : “ma sei strana oggi”, il marito  che dice :“ma cosa hai fatto, sei diversa, mi sembri troppo allegra”, i figli che dicono: “mamma ma sei impazzita?” Un cambiamento e naturalmente non deve dire che sta recitando. Non deve dire a nessuno di questo compito, ma ottenga che gli altri si accorgano che lei sta facendo Francesca. Generalmente quello che accade è che la PERSONA COMINCIA A CAMBIARE BEN PRIMA DEI 20 GIORNI, e che dica vicino all’approssimarsi della scadenza : “ma sa,..... inizialmente facevo Francesca, mentre negli ultimi tempi l’ho fatto come se fossi io normalmente”.  In effetti è quello che volevamo. Il cambiamento spaventa, mentre recitare una parte no. L’identità non vuole incontrare pericoli, ostacoli, cambiamenti. Io tranquillizzo la paziente dicendole che nessuno vuole mettere in pericolo la sua identità, semplicemente sta apprendendo qualcosa in più come attrice, una nuova competenza, che però una volta aggiunta alla persona, costruisce il cambiamento. E’ la magia del teatro, da quando Moreno l’ha intuita, consente di recitare cambiamenti senza mettere in  pericolo la propria identità. Faccio cose che non potrei fare io, ma le faccio in quanto personaggio: PERO’ FACENDO COSE, APPRENDO A FARE COSE, COMPETENZE NUOVE CHE RIMANGONO MIE. Tanto che una volta apprese, a volte le userò pur essendo me stessa e non quel personaggio. Son cambiato senza il timore di cambiare. IL TIMORE DI CAMBIARE E’ IL GRANDE OSTACOLO AL CAMBIAMENTO. Il teatro fa bypassare questo ostacolo. Importante è il modo con cui voi date il compito alla persona; non usare: “signora, possiamo provare….”; così demolisco il mio lavoro. Voi siete l’esperto e dovete dare sicurezza. Non è il fare il “comandino”, ma è mostrare competenza, usare enfasi, recitazione, tono di voce adeguato e soprattutto sicurezza. La sicurezza di chi conosce le cose, non di chi ha il potere; io non dò ordini al mio paziente, gli  comunico come si fa, con sicurezza con un tono di  voce che comunica consapevolezza, chiarezza. “Questo è un compito importante, le cambierà la vita. E’ compito impegnativo; è disposta a farlo?” Importante ribadire con chiarezza che stiamo invitando il paziente a recitare e non a cambiare. Se questo messaggio non passa, fallisce tutto il gioco. “Ma mi sembra di esser finta?” “E’ normale, sta recitando”. Se ci sono difficoltà: “lei è un’attrice e fa una parte comica;  le è morto il gatto e deve andare in scena. Cosa fa? Va in scena a dire che le è morto il gatto? No, recita la sua parte comica”. Gli altri, il mondo esterno sta osservando il cambiamento della persona e sotto inteso accettando il cambiamento. Cambiare è difficile perchè gli altri non accettano i nostri cambiamenti. Con questo giochino sto verificando che gli altri osservano, vedono e tutto sommato accettano, a volte sorridendo, questo cambiamento. E ciò consente il cambiamento.
Posso fare questo tipo di terapia anche senza partire dall’auto caratterizzazione (che è canonica); io posso dire alla persona, dopo avere ascoltato le sue difficoltà: “adesso lei che mi ha detto questo, diventi un’ attrice teatrale”, eccetera.  Se il cliente afferma : “non sono riuscita a recitare la parte di Francesca”, ciò  accade perché, malgrado io sia insistente fino alla noia, comunicando il concetto della recitazione, il cliente esce dallo studio senza aver interiorizzato il compito e la consegna del recitare.  Ha ancora in testa il cambiamento. Allora insisto e glielo faccio fare lì davanti a me. “Facciamo così, in questo studio che è una zona protetta, esca dalla porta, si concentri e quando rientra in questa stanza voglio vedere lei che recita Francesca e si ricordi di fare l’attrice, conservi al suo interno ogni  paura, ma reciti Francesca. Lo faccia davanti a me”. In caso di insuccesso è opportuno trasformare il tutto in risorsa: “da quello che ho visto, per lei questa via è chiusa; è servito molto e fortunatamente lo abbiamo fatto. Non si preoccupi, ne troveremo altre”. La tecnica funziona quando la paziente ti comunica che il personaggio viene fuori da solo, anche senza recitare. In genere ci accorgiamo se la persona ti vuole compiacere e l’esperimento è fallito, se ti dice tutto bene solo per non ferirti. La persona che vuole mentire di solito è quella che vuole utilizzare la terapia per farsi male ulteriore. Spesso avviene il contrario: stanno meglio e non te lo dicono.
Esempio: tre – quattro sedute e la signora: “come va?” “E’ il solito…..”. Poi cominciamo parlare : “però sono riuscita a fare quella cosa là, però son contenta, eccetera”. Ha ottenuto dei successi incredibili, ma si presentava con : “niente, tutto uguale”.   A volte accade che le persone aspettino che tu ceda.
Esempio: siamo nel 1987 e la mia insicurezza era reale. Viene da me una ragazza con problemi molto seri e dichiarata bipolare dalla psichiatria. La ragazza ha alti e bassi impressionanti e nell’arco di qualche mese non combino niente. Lei è gentile come me e mi dice “ si…..insistiamo” ,ma non cambia nulla. Fino a che io, inesperto e onesto. dico un giorno: “senti,  non me la sento di continuare, di portarti via soldi. Sono sei mesi che tento di fare queste cose, non è successo niente. Tu stai male come prima e devo dichiararti che sei più forte di me. Scusa non ce l’ho fatta”. “Ma dai sul serio….” e la seduta termina con lei che se ne va triste. “Ci vediamo un'altra volta per salutarci ed il commiato”. Ritorna la volta dopo completamente cambiata, con altri vestiti, serena, allegra; mi  porta un elenco di cose che ha fatto nei mesi precedenti e mi dice:  “la terapia sta funzionando benissimo, andiamo avanti così”. Ho capito che le occorreva sconfiggere il terapeuta per sentirsi in grado di fare qualcosa.
Nei casi difficili : comunicare :”io tento di fare questo lavoro con lei per due mesi; se in questo periodo si vedranno cambiamenti andremo avanti;in caso contrario si chiude subito.
Da quando faccio questa premessa,  non è più successo che dovessi chiudere il rapporto dopo due mesi. In qualche modo la frase fornisce sicurezza, garanzia, comunica la serietà del terapeuta, tranquillizza la persona.  I nostri fallimenti professionali saranno inizialmente dovuti alla nostra insicurezza e non all’incompetenza. Ciò che passa di più non sono le tecniche ben eseguite, ma è il nostro non verbale con cui comunichiamo la  paura di non farcela. Più successi avrete, più successi avrete. Non per mancanza di tecnica,  ma per mancanza d’esperienza drammaturgica. Fingete d’essere uno psicologo o un medico prima di cominciare a lavorare. Se ho paura, sono timido, è un buon sistema per destreggiarsi e superare l’ostacolo. Atteggiarsi da psicologo, vestirsi da psicologo.  Le tecniche applicate pedissequamente sono sterili, non portano frutti. 
Sedia calda: è una sedia dove c’è la persona unificata, lei tutta intera; su un’altra la parte di lei che soffre per questa difficoltà e nell’altra la parte di lei che sa risolvere questa difficoltà. Si tratta di far dividere le due parti, farle recitare e poi far fare il colloquio di ricomposizione e l’ottenimento del compromesso al 50%. Ci sono dei casi in cui la persona non vuole parlarci del suo problema; noi non siamo dei guardoni. Si può lavorare senza conoscere il problema del paziente, si  può essere agenti di cambiamento senza conoscere il problema del nostro cliente. E’ una forma altissima di rispetto verso il  nostro cliente.
“Allora Anna, io vorrei che su quella sedia lì andasse quella parte di lei che più soffre il problema, che sta male. Vogliamo vedere la postura di quella parte che sta male, che non è l’Anna intera. Come tiene il collo questa parte di Anna? Com’è la voce? Puoi dirmi, parte di Anna, qual’è il problema?”
“Mi piace il mio lavoro, ma quanto è il momento di prendere soldi, mi vergogno come una ladra. Non posso andare andare a vanti così!
Trappola :  questa è l’ Anna Intera che dice “ non so prendere soldi”. La parte che mettiamo lì è la parte di Anna che è legata al non chiedere soldi;  è la parte esperta che sa perché non vanno chiesti soldi. Il suo mestiere è evitare di chiedere soldi. Ora posso dire: “quest’Anna che postura ha?” “Nobile, superiore, ricchissima, sicura”. Anna intera non riesce a chiedere soldi, questa parte è nobile e felice di non chiedere soldi perché non si deve, non è etico.
Questa è la parte esperta nel tenere in piedi il problema (per ragioni  generalmente nobili, sofisticate. Sta svolgendo il suo compito). Dalla  parte opposta mettiamo quella parte di Anna che è scontenta, che ha un contrasto interno tra la parte che chiede e quella che non li chiede e che vuole chiedere soldi.
“Vediamo come è diversa da quell’altra”.
“Nessuno lavora gratis, da quando mai il  medico, il commercialista lavora gratis? Io voglio quello che mi spetta”. Questa è la parte che dice : “voglio i soldi”. Non ha pensate strane, sensi di colpa. Il suo mestiere è chiedere i soldi.  Ma per alcune ragioni ha il sopravvento l’altra parte. Risultato: Anna che contiene entrambe le parti ci sta male. Una volta che ho messo a fuoco le due parti, chiedo alla parti di parlare fra loro, di negoziare e d’arrivare, nell’arco di qualche battuta, ad un compromesso. Il 50% di condizione che va bene ad entrambe le parti. 
Attenzione : la parte che  vuole prendere soldi non è una parte cattiva o sbagliata; sta facendo in maniera adeguata, puntuale e rigorosa il suo lavoro. Per  questo è nata e perciò non bisogna rivolgersi a lei con tono critico, rimproverandola, riprendendola.  Questa parte va ringraziata, gratificata, per il lavoro che fa. Se mai occorre dirle : “guarda” ad esempio, “fai così bene il tuo lavoro che hai diritto di riposarti un po’. La nostra padrona, l’Anna intera, mi ha  chiesto di fare qualcosa anch’io. Tu puoi riposarti, E’ lei che me lo chiede. Però vorrei che tu fossi contenta di ciò che accade; parliamone”. Dopo di che questa parte di Anna si alza e diventa la parte opposta che  non vuole essere pagata e risponde a queste domande. Quindi questa passa dalla parte opposta e risponde alle risposte e così via. Quattro, cinque battute per arrivare ad un compromesso. Un po’ chiedo soldi.
Attenzione : in questa persona unificata, perché si affronti il problema, occorre mettere in atto importanti risorse retoriche.  La parte di là ha esposto le sue ragioni; a quest’ altra occorre essere molto astuta  e convincente. Non chiede, non comanda cambiamenti, ma  mette a punto competenze retoriche. CIO’ AVVIENE ANCHE  NEL NOSTRO INTERNO, IN NOI,  in  continuazione e possiamo  leggere in questo modo  le nostre scelte,  le incertezze, le insicurezze.  Quando noi parliamo un linguaggio interiore utilizziamo argomenti retorici, più o meno convincenti. Il tossicodipendente che non riesce a smettere, ha una parte che gli dice di smettere e un’altra, con importanti argomenti retorici,che dice di non smettere perché drogarsi è più bello. Ecco perché non smette.
Ogni problema è uno strumento messo a punto per ottenere qualcosa. Domanda da utilizzare e da tenere pronta in ogni istante : CHE COSA ACCADREBBE DI BRUTTO SE SCOMPARISSE IL PROBLEMA. se fossi capace di. se riuscissi a fare questa cosa. Nel momento in cui la persona inizia a pensarci ed a rispondersi, sta iniziando il suo cambiamento. Non sono possibili altresì i cambiamenti di pelle istantanei, davanti a nostri occhi. Il cambiamento è un processo discorsivo legato alle coerenze discorsive; cambio narrazione, introduco altri legami di coerenza e costruisco il cambiamento. Con la domanda che pongo al cliente, gli  si rende conto d’essere la figura attiva del problema ed anche del proprio cambiamento. Non sono vittima di qualcosa, ma costruisco qualcosa. Sentirsi attivi già modifica il senso con cui sento il problema. Sto iniziando a vedere il problema sempre meno come problema.  E’ ben diverso dal dire : “coraggio sforzati di cambiare con la forza di volontà; cosa impossibile, perché questa è nata apposta per evitare i cambiamenti”. Il termine “di brutto” e non “di bello” è più facile da capire. 
Esempio:  sono un rappresentante di piastrelle è ho paura di spostarmi in treno; la benzina costa troppo e sto per lasciare il mio lavoro. “Cosa accadrebbe di brutto se andasse in treno?”
“Deragliare, fare incontri brutti, ecc”. “E’ proibito rispondere con la parola NIENTE. Poi capirà il perché. Ora si metta tranquillo, io vado di là, lo metta per iscritto e poi vediamo”. Ipotetica risposta (abbastanza frequente): “sarei costretto a fare un lavoro che so di non riuscire a fare bene. Sarei messo di fronte al mio fallimento come operatore, ect”.
Nel momento in cui la persona riesce a dire quel quid, riesce a leggersi diversamente. Anche se ha ancora paura di quella cosa, questa ha già un altro significato; non sono malato, non ho addosso la trenofobia, ho messo a punto, in maniera astuta, un metodo per  bypassare la difficoltà.
Lavoriamo allora sulla difficoltà: cosa occorre perché io riesca a fare bene il mio lavoro? E lasciamo perdere il treno. “Dottore ho sempre mal di stomaco, ho fatto gli esami, non ho niente, ma sto malissimo”. Cosa accadrebbe di brutto ad non avere più mal di stomaco. Questo metodo è anche utile nei casi ben concreti (si va sull’implicito, quello che il paziente non direbbe mai).  Inconscio moderno, insieme di quei discorsi, di quei veti,  proibizioni e frasi che per ragioni culturali e sociali non oso dire neppure a me stesso. Sono  presenti, ma non me li dico. Ma posso facilmente cambiare il contesto e riesco a raccontarmeli. La paura del treno non indica una casualità, un trauma passato, ma una scoperta.  
Esempio classico: un papa è in casa con suo figlio piccolo di pochi mesi; sta stirando le camicie, mentre la mamma è al lavoro. Il bambino sta piagnucolando nella sua culla a 5 metri di distanza. Il papà lo ha appena cambiato e sa che è pulito e asciutto e quindi non molla tutto, non corre per prenderlo in braccio e continua a stirare e mentre lo fa, pensa a i fatti suoi. Nel frattempo il bambino non ha smesso di piangere ed anzi la sua pressione è aumentata e è ora bello paonazzo. A quel punto il papà si risveglia, vede il bimbo in quello stato e dice . “Oh dio”, mette giù il ferro da stiro, lo prende in braccio, gli fa le coccole e subito il bambino smette di piangere. Fagli fare tre volte questa cosa e quella macchina per apprendere che è il neonato capisce che per avere le coccole del papà basta diventare paonazzi. Questo insieme di corpo mente sa come si fa. Ha imparato ad arrossire e l’ha fatto per ragioni assolutamente serie ed il sistema  funziona egregiamente. L’arrossire entra nel profondo, diventa una competenza come andare in bicicletta. Quando impari non disimpari più. Per  venti- trent’anni non occorre più arrossire, ma un giorno il nostro ragazzo ormai uomo viene promosso nella sua azienda. Gli dicono . “sei capo di tutta quel settore e domani farai il discorso ad i tuoi  50 dipendenti. Preparati”. Arriva quel giorno; è un po’ teso dato che non ha mai fatto discorsi in pubblico; entra in questo salone con  tutti i 50 dipendenti schierati, scatta l’antica automatica competenza di richiesta di aiuto, incomincia  ad arrossire. Sente che diventa caldo e dice: “oh dio……sto arrossendo!”. Vede che tutti lo guardano in modo strano, la cosa peggiora ed è la catastrofe. Ciò che era 30 anni prima un’idea geniale per avere il calore umano adesso diventa una catastrofe. Il vantaggio d’allora ora è il disastro. Spesso avvengono queste cose. (Coazione a Ripetere?) .Non siamo di fronte ad un rapporto di CAUSA – EFFETTO, MA DI APPRENDIMENTO.
Altro esempio: arriva una signora di 30 anni che porta questo problema: “dottore senta, io mi vergogno anche a dirlo, ma tutte le volte che  m’imbatto in persone un po’ brusche, che alzano la voce, che hanno un tono anche vago di comando, io me la faccio addosso veramente. Mi faccio la pipì addosso.  Stringo le gambe, ma qualcosa esce. Sta diventando il mio incubo. Sto passando la vita a pensare che se adesso mi scappa, come faccio…. e mi rovino la vita” e mi racconta come la cosa è nata. Non siamo di fronte ad un rapporto di causa – effetto, ma di apprendimento. Questo ha inizio all’età di 4 anni quando era in gita con la propria famiglia allargata ed il cuginetto di 2 anni più grande,  da dietro all’improvviso le ha fatto “Buu!”, spaventandola in tal modo che da allora si fa la pipì addosso ogni qual volta abbia un vago senso di timore. A 4 anni la cosa è normale. Tutti si precipitano da lei e sgridano il cuginetto; la prendono in braccio e la coccolano. Le cambiano il pannolino ed non vanno più in quel posto; tutti molot attenti alle sue esigenze. Lei racconta: “ ho scoperto come fosse bello essere coccolati proprio in quell’occasione”. Tutto le era chiaro. (acquisizione di una competenza). Nella sua idea questo primo episodio era vissuto come causa scatenante; questa cosa ha causato in me “la malattia di chi se la fa addosso”. E’ bastato comunicarle che questa cosa, nata per ragioni intelligenti e grazie alla quale ha scoperto come fosse bello sentirsi al centro dell’affetto di tutti, e la donna ha  spostato la competenza al presente.  E’ per questo che ancora oggi, per avere affetto, lei mette in atto questa strategia, fa queste cose. Non è vittima, ma le fa. C’è quindi una parte di se che appreso il metodo, è competente e mette in atto queste cose in modo automatico; non solo, questa parte che è nata allora convinta di fare il suo bene, tutte le volte che lei la contrasta diventa più forte e riesce vincitrice sempre. Più stringe le gambe e più se la fa addosso. Cosa occorre fare?  Occorre che lei dica (sedia calda) a quella parte che fa bene il suo lavoro, che può riposarsi un po’. “Brava parte, stai lavorando benissimo; ora voglio però che ti riposi un poco e per farle capire che ci pensa lei, dica a se stessa : “forza fatti la pipì addosso! Fatela addosso! Fai la figuraccia, bagnati tutta!”
“ Dottore, ma è sicuro?” “Lo provi qua davanti a me”. Due sedute e  ritorna dicendo : “è una cosa fantastica.  Pensi cosa succede: ho fatto le cose che lei mi ha detto di fare. Quando  sento che mi sta scappando dico: “forza falla, esci pure, inondami e la sento risalire, tornare indietro”. Rapporto di causa immaginaria – effetto:  messo il tutto in un discorso in cuila donna è parte attiva,  aiuta una parte per non offenderla,  fa si che diventi coerente e senta che la pipì torni indietro.  Se la chiamiamo coazione a ripetere, così si che diventa una malattia. Se va da uno psichiatra e le dice : “signora lei è affetta da coazione a ripetere”,  ha fatto una diagnosi. La differenza è enorme : è il nome che do alle cose. Non è un dettaglio semantico, ma è la realtà che è semantica. Siamo in un mondo di significati.

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