lunedì 17 gennaio 2011

Manicomio : alcune analogie con il carcere (secondo il blogger, in grassetto)

La lettura di questa pubblicazione del 1975 (Salvini) mi ha concesso la possibilità di una riflessione articolata; appare evidente da un lato a chi oggigiorno cerca di effettuare un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), come il tempo sia trascorso, fortunatamente (ma non sempre in alcuni casi) in modo rapidissimo, dall'altro come siano presenti delle analogie tra queste differenti (ma non troppo) strutture di detenzione.
"Nel periodo compreso tra il XVI ed il XVII secolo nascono i primi manicomi con la funzione di reprimere e circoscrivere la devianza sociale, ossia come primo tentativo di realizzare una struttura assistenziale con intenti di controllo sociale. Nel 1647 il convento londinese di St. Mary of Benthlem diventa ospedale civico con il nome di Bedlam ed in esso si attua la custodia dei soggetti dichiarati pazzi ed il loro trattamento con salasso, somministrazione di purganti drastici ecc. L’avvento del primo capitalismo ha sul manicomio due effetti: da un lato un’azione di riorganizzazione burocratico-amministrativa e giuridica, atta a meglio emarginare dal processo produttivo tutti coloro che non servono, con una giustificazione medico legale che verrà invocata per il disoccupato, il vagabondo e tutti coloro che privi di reddito e di residenza, impensieriranno i pubblici poteri per la stranezza ed il disordine del comportamento, sollecitandone un intervento repressivo. Dall’altro l’affermazione positivistica del concetto di malattia mentale, intesa come patologia organica del cervello e quindi la trasformazione della psichiatria in una branca della medicina. Ciò allo scopo di spiegare l’anormalità del comportamento come una manifestazione sintomatica di uno stato di malattia del corpo o di degenerazione congenita, senza tuttavia tener conto del significato sociale di una diagnosi utilizzante valori e riferimenti giuridici e bio umorali storicamente e socialmente determinati. Il manicomio dunque potrà giustificare la sua azione segregante in quanto struttura di tutela sanitaria e la sua natura terapeutica in quanto organizzazione medica.
Goya (1746-1828): manicomio
Il XIX secolo segna anche il passaggio da uno stadio storico dell’assistenza psichiatrica istituzionale ad un altro; infatti prima di allora il manicomio era inteso ed organizzato prevalentemente come luogo di isolamento e custodia del pazzo. Successivamente vi fu uno spostamento dell’enfasi manicomiale su quella terapeutica, cioè si sviluppò la tendenza a sovrapporsi il modello dell’ospedale civile con l’importante effetto di occultare l’aspetto carcerario dell’istituzione e al tempo stesso giustificare l’isolamento secondo gli intenti igienico profilattici dell’ospedale civile. L’etichetta di malato mentale costituirà l’alibi alla spoliazione totale della personalità del ricoverato nei suoi diritti e nelle sue più elementari libertà. In una analisi sociologica anche superficiale della composizione qualitativa e quantitativa degli ospiti del manicomio, possiamo cogliere delle connessioni con la dinamica socio economica della società in generale e con l’organizzazione industriale del lavoro in particolare; gli ospiti variano di numero tendendo a seguire i cicli economici ed in particolare gli indici di disoccupazione locale. Il luogo si presta alla raccolta della manodopera eccedente, non impiegabile o come serbatoio deve attingerla a basso costo nei periodo di espansione; il lavoro rappresenta il trattamento terapeutico, particolarmente di moda ed efficace, necessario a combattere l’ozio e recuperare il matto attraverso la laboriosità. Il medico cioè prescrive la terapia (il lavoro) che l’Ente Ospedaliero fornisce, l’ammalato assume la medicina (cioè lavora). Il dubbio della sussistenza di un arricchimento senza causa da parte dell’Ente è manifesto.
Goya (1746-1828): olio su tela. Manicomio
Nell’ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere, i malati hanno a disposizione delle piccole somme di denaro, con le quali, in via sperimentale possono acquistare dei generi di conforto allo spaccio interno o al bar dell’O.P. La crescente percentuale di ricoveri che gli annuari statistici degli O.P. registrano, non è tanto da porre in relazione con l’alibi di una crescente nevrotizzazione della società moderna, quanto ai criteri sempre più rigidi che tale società adotta nel richiedere una partecipazione sempre più funzionale dell’individuo alla logica delle strutture economiche ed istituzionali. Un largo strato di ricoverati è determinato dai vecchi e non a caso il loro aumento numerico è costante negli anni, con una incidenza nettamente superiore all’aumento dell’età media. Il 60 esimo anno di età sembra essere il pre requisito per l’insorgenza delle turbe psichiche che suggeriscono il ricovero. Ma tale strana coincidenza diviene chiara ove si tenga conto che proprio a tale età il lavoratore viene espulso dalla realtà del lavoro, divenendo immediatamente un peso per la famiglia, soprattutto dove i livelli pensionistici non ne consentano un ulteriore e continuata utilizzazione per il reddito familiare. La malattia mentale tende a configurarsi nel contesto del manicomio come una malattia di classe e d’età, strettamente correlata con le capacità produttive dei soggetti ricoverati. Se prendiamo l’etilismo quale classico comportamento deviante che favorisce l’ingresso in manicomio, notiamo, nonostante che l’alcolismo sia un fenomeno distribuito in tutte le classi sociali e con una più accennata presenza nel proletariato e nelle classi ad alto reddito, come esso si configuri come un fenomeno tipico delle classi subalterne. Possiamo desumere che non è tanto l’essere o meno alcolizzati che favorisce il ricovero, quanto avere tale vizio all’interno di una data classe sociale. Inoltre la dimissione ed il reinserimento senza fenomeni di recidività nel ricovero, riguardano soltanto coloro che per qualificazione profesionale o per mezzi economici possono reinserirsi nella famiglia e nella vita sociale, vale a dire nel sistema produttivo. Compare inoltre il secondo volto del processo di manicomializzazione, ossia quello legato all'ideologia dominante e utilizzato per una azione politico repressiva. Una conferma di ciò si ha osservando come l’entrata in vigore della legge del 1904, che delega il potere di ricoverare quanti diano luogo a turbative o pubblico scandalo alla autorità di PS, avvallata da quella del medico, provoca sucessivamente a tale anno, una brusca impennata nei grafici relativi al numero dei ricoveri negli ospedali psichiatrici. Il ricovero avviene attraverso l’opera di mediatori che possono essere rappresentati da parenti, medici, assistenti sociali, commissari di polizia, enti religiosi ed assistenziali che attraverso l’inganno, il convincimento o la coercizione fisica o psichica accompagnano o portano al manicomio il vicino di casa, l’amico, lo schiamazzatore notturno, il disoccupato che protesta, la casalinga che ha tentato il suicidio con la varechina. Nelle procedure di ammissione, come ha messo in evidenza un documento di Psichiatria Democratica, vengono commesse continue illegalità e negligenze. I commissari di PS per esempio emettono ordinanze di ricovero sulla base di certificati medici che, in violazione della legge 1904, contengono soltanto una sommaria diagnosi psichiatrica e una dichiarazione di pericolsità senza l’indicazione di fatti specifici, enunciati in modo chiaro e particolareggiato, dai quali si deduca la manifesta tendenza dell’individuo a commettere violenza contro se stesso o contro gli altri od a riuscire di pubblico scandalo, prevista dalla legge art. 39. Avviene spesso che una persona che ha avuto un malessere in un luogo pubblico venga accompagnata al pronto soccorso di un grande ospedale; se è sola e non in grado di dare spiegazioni esaurienti sulla propria situazione, può essere in pochi minuti dichiarata dallo stesso medico del pronto soccorso pericolosa a sé e agli altri ed inviata con ordinanza in manicomio. Naturalmente la brutalità del trasporto d’urgenza in tal struttura e l’impatto con questa realtà che comporta, in base al regolamento, la spoliazione sia di oggetti personali che di vestiti, rappresentano un’esperienza traumatica per l’ammesso che lo spinge nella catena di reazioni: malessere-protesta-risposta repressiva e violenta dell’istituzione, da cui maggior malessere e così di seguito in una spirale senza fine. La cosa raggiunge una gravità inqualificabile se si pensa che la pericolosità sociale, cioè la probabilità di commettere reati, viene presunta dalla legge, cioè viene dichiarata senza essere dimostrata, proprio per i soggetti che commettono reati e sono affetti da infermità mentale, ubriachezza abituale, da intossicazione cronica, da sordomutismo. Così le persone vengono differenziate di fronte alla legge sulla base di particolari condizioni fisiche o psichiche. L'internamento disposto dal Pretore, in accoglimento di una qualsiasi richiesta, comporta un atto notorio, cioè una dichiarazione di quattro testimoni che devono giurare di ben conoscere l'indole violenta ed il comportamento scandaloso del pazzo di turno. A differenza della procedura applicata dal commissario, quella davanti al pretore non può essere inizia d'ufficio, ma su richiesta di parte, che di solito è la parte interessata a mandare in manicomio il parente che pesa troppo sull'economia familiare, il genitore ormai divenuto un peso improduttivo, la moglie o il marito di cui ci si vuole disfare. Il matto secondo la legge può presentarsi volontariamente per essere ricoverato. Insieme a tale diritto comunque, non è stata prevista la possibilità che il volontario possa anche uscire spontaneamente. Anzi la legge in proposito si è affrettata ad indicare la possibilità di trasformare il ricovero volontario in coatto non appena il malato diventi pericoloso, scandaloso, eccetera. Questo processo determina all'atto del ricovero non soltanto la perdita del diritto di uscire dall'ospedale, ma costituisce il prologo alla perdita progressiva di altri diritti civili: i ricoverati possono essere dichiarati incapaci di gestire se stessi ed i propri beni, possono perdere il diritto di votare, di guidare l'automobile, di esercitare la professione; possono essere assogettati agli atti più brutali ed ingiuriosi, dalla castrazione ormonale, all'isterectomia, all'elettrochok, alla perdita di ogni potere sul proprio corpo. Una volta rinchiuso nel suo reparto il ricoverato può essere sottoposto ad una ulteriore coercizione sotto forma di convincimento che il suo massimo interesse consiste nel dire, nel fare quello che apparentemente non vuole fare. Uno di questi scopi è quello di dimostrare che è malato e che per tale ragione è giusto tenerlo rinchiuso. Egli impara ad interiorizzare il punto di vista dell'istituzione e a percepire il suo stato secondo gli stereotipi prodotti che diventano così lo specchio attraverso cui egli definisce la propria identità. Questo meccanismo, secondo Goffman,  è chiamato consensualizzazione; attraverso tale adattamento l'internato fa suo il punto di vista ufficiale dell'istituzione, modellando il proprio ruolo come un " non posso essere se non nel segno dell'altrui imposizione".Egli viene inglobato nella logica del potere istituzionale, ne diviene un agente ai livelli più bassi della gerarchia (scopino, aiuto cucina), facilitandone l'integrazione in una condizione di vita relativamente stabile. Il rifiuto verso l'integrazione nell'istituzione totale del manicomio porta invece a una sfida intenzionale, ad una continua provocazione e rifiuto di collaborazione che  per il ricoverato si trasforma in un lungo braccio di ferro con medici ed infermieri. Comportamento che, prontamente connotato come gravemente psicopatologico, provoca il meccanismo deell'esclusione e della ghetizzazione all'interno del manicomio stesso, cioè nel suo sotto sistema istituzionale rappresentato dai reparti".

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