“Il primo a mentire nella storia della letteratura è Ulisse e non solo per salvarsi la vita, ma anche per l’esclusivo piacere nel farlo. Platone consigliava ai governanti nelle sue considerazioni su ciò che rappresentava il falso e la verità, di mentire nell’interesse del popolo. Nel medio evo si pensava che la bugia fosse un attacco alla parola di dio per cui i bugiardi, i maghi, i ladri, i falsari e gli attori, considerati bugiardi di professione, venivano sepolti al di fuori delle mura della città. Il primo che ha posto dubbi e ha proposto l’idea che nella menzogna ci potesse essere una grande verità è stato Macchiavelli che nei Manuali dei Gentiluomini, propone la menzogna come l’arte di stupire; da quel momento la linea che divide le grandi illusioni e le menzogne di Pinocchio si è senz’altro assottigliata sempre di più”. Da sempre si è mentito molto senza la pretesa di dire bugie; anche il linguaggio stesso è per certi versi facilitatore della menzogna, possa ciò indurre a mentire o per lo meno ad imbrogliare. Se è vero che ogni uomo è capace di mentire, Sant’Agostino (Morale ed Ascetismo cristiano; la menzogna) sottopone ad un ipotetico linguista questo problema; gli chiede cioè in che modo la lingua ci aiuti a mentire. La linguistica può descrivere cosa succede quando la verità viene volta in menzogna? W. Sheasespeare ci ricorda nell’Enrico V° che le lingue degli uomini sono piene d’inganni e che una lingua può aiutare più di un'altra a mentire ed in particolare secondo Johann Wolfgang von Goethe, il francese, rappresenta una lingua adattissima a questo scopo proprio per le allusione e le mezze verità che in essa sono linguisticamente presenti. Agli inizi del 900 scienziati di molte discipline si riunirono per iniziare un’indagine comune sul tema della menzogna ed anche i linguisti parteciparono a questo convegno; in questa occasione fu coniato il modo di dire di “seduzione linguistica al mentire”. Questo sta a significare che il nostro pensiero muove direttive linguistiche e che le menzogne insite nel linguaggio, costringono il nostro pensiero a mentire. Se esaminiamo questa affermazione, ci rendiamo conto come siano menzogne buona parte delle figure retoriche che comunemente vengono utilizzate nel parlato; nell’ eufemismo ad esempio, si utilizza una perifrasi per attenuare il carico espressivo o ciò che intendiamo dire in quanto lo riteniamo banale od offensivo da cui : “non è un genio” ( = imbecille, idiota), “questo piatto lascia a desiderare” ( = è ripugnante), “il nonno non è più tra noi o è passato a miglior vita”. In questo caso, se letteralmente inteso, stiamo mentendo. Altra figura retorica è l’iperbole; nell’esagerazione della descrizione della realtà, utilizziamo delle espressioni che l’amplificano: “mi piace da morire”, “il prezzo del petrolio è schizzato alle stelle”, “ti stavo aspettando da una vita”. Nelle espressioni tabù noi non raccontiamo la realtà, ma utilizziamo dei termini che non centrano nulla con quello che stiamo vivendo, dato che essi si sono distaccati dalla loro origine letterale e hanno iniziato a vivere di vita autonoma; ad esempio “figlio di mignotta” ossia figlio di madre ignota (i figli non desiderati venivano depositati nella ruota dei monasteri e qui veniva loro applicato un braccialetto con scritto filius matre ignote, da cui filius m.ignote) e che sappiamo, specie nel meridione, avere un connotato molto diverso. Questo c’insegna che spesso gli insulti e le maledizioni non descrivono la realtà delle cose, ma che hanno delle connotazioni originalmente diverse; ad esempio il volgare non ha nella parola in se, ma negli effetti che produce i suoi caratteri, anche là dove distaccandosi dalle origini diventa una espressione che ha una vita autonoma. Potremmo scoprirci a mentire tutte le volte che utilizziamo delle formule di cortesia: scrivere nelle lettere “egregio, esimio, gentile, caro”, quando in realtà nessuno di noi prova alcuno di questi sentimenti nei confronti della persona a cui è indirizzata la missiva, ne è un chiaro esempio; le regole della linguistica suggeriscono che nonostante ciò, noi dobbiamo esprimerci in questo modo. Allo stesso modo il corpus di chiusura con “distinti saluti, cordialità” appartiene a tale modus operandi. Con la figura retorica della Fibolia, introduciamo un’ambiguità sintattica o semantica grazie alla quale é possibile interpretare la nostra espressione su più livelli: “posso sollevare un uomo con una mano sola”, cioè io posso sollevare un uomo con una mano sola o che solo un uomo con una sola mano può essere sollevato da me. “Per piacere”, l’espressione più ambigua : può essere utilizzata in senso di raccomandazione, prego, per favore o affinché sia possibile ingenerare il piacere in altri, nel caso tu voglia piacere, eccetera. “Una classe che fa scuola”: dove intendiamo classe come eleganza e scuola come esempio o una classe che fa scuola intesa come lezione. Michel de Montaigne affermava riguardo la menzogna e per la possibilità di fare esplodere i significati delle parole: “se al modo stesso della verità, la menzogna non avesse che un solo volto ci troveremmo in termini migliori con lei. Infatti non potremmo prendere che per certo l’opposto ci ciò che sta dicendo il mentitore. Ma il contrario della verità, ha centomila volti ed è quindi un campo indefinito. Ma la verità linguistica non rimane che uno stretto pensiero costruito probabilmente sulla base della frase dichiarativa nuda e cruda, prediletta decisamente dalla logica”. Sant’ Agostino suggerisce che “definire la menzogna come il dire qualcosa di diverso da quello che non si sappia o non si pensi è riduttivo, perché ci sono menzogne molto più gravi e molto più malvagie e c’è anche il piacere di parlar colto ed il piacere di parlare in forma giocosa”. Si riferisce all’ironia la cui definizione data da Robert Musil nel “l’uomo senza qualità” è la seguente : “questo è ironia, per esempio presentare un clericale in modo che in lui si colga anche il bolscevico”. “Che bella giornata oggi” per dire che oggi è pessima, brutta; “bravo, bene” per rimproverare, ne sono altri esempi. Ci sono delle lingue in cui è potentissimo questo effetto e nella lingua sarda si dice tutto al contrario. Ma in questi casi, è possibile parlare veramente di bugia? Nella stragrande maggioranza delle volte infatti, il nostro interlocutore ha tutti gli elementi per poter raccogliere dagli indizi dell’interazione, il fatto che stiamo parlando ironicamente. Non stiamo quindi trasgredendo la volontà, ossia non stiamo mettendo in campo la volontà di ingannare e quindi noi dichiariamo il falso, ma intendiamo il vero in sintonia con il nostro interlocutore. Non è una bugia, ma è come se le regole della nostra lingua ci facessero intendere la stessa cosa; si potrebbe quindi parlare di menzogne legalizzate. Esistono invece delle menzogne di “forma linguistica illegale”, cioè non autorizzate dalle regole della lingua: l’esempio più emblematico è racchiuso nella particella “ex” che dice di non dire e che contemporaneamente testimonia il fatto di essere ancora. Quando noi anticipiamo questa particella (esempio: ex spacciatore, ex tossicodipendente, ex prostituta), da una parte cerchiamo di emancipare la persona da ciò che è stata, dall’altro invece la vincoliamo irrimediabilmente all’eredità di prima. Se nella pratica psicologica e psicoterapica è fondamentale la concezione in base alla quale è il passato a spiegare il presente ed il presente ad anticipare il futuro, in modo molto democratico la nostra lingua genera questo tipo di collegamento e d’associazione. Per esemplificare questo concetto, si prenda ad esempio la testimonianza di un carcerato: “quando una persona viene a sapere della tua passata detenzione, c’è quello che ti schifa, quello che ti compatisce, ma tutti e proprio tutti mettono le mani nelle tasche e controllano i propri averi, i soldi, il telefono ed anch’io nei loro panni farei lo stesso ”. Quindi per non essere più detto, in funzione di ciò che ero, devo tornare quello che sono stato. La frase conclusiva: “l’unico modo per non essere visto come un ex detenuto e quello di tornare in carcere e essere di nuovo un detenuto”. Tutt’altro contesto linguistico per un altro tipo d’imbroglio forse più benevolo e che rimane ignoto sia al parlante che all’ascoltatore è quello che si esprime nelle ingiunzioni paradossali, in cui noi falsifichiamo il contenuto di ciò che stiamo dicendo per il fatto stesso di prescrivere all’altro il paradosso del “si spontaneo”. Ci sono delle situazioni esemplari in letteratura anche di questo caso ed in particolare nella prescrizione che riguarda il rapporto tra amanti; il dialogo scritto da Ronald David Laing (Glasgow, 1927 – Saint-Tropez, 1989, psichiatra scozzese) in cui questo tipo di gioco paradosso si esprime in modo esemplare è uno dei più particolari. “Io voglio che tu voglia, cioè io non posso imporre a te di volere qualche cosa, perché allora non lo vuoi tu, ma lo voglio io” né è il concetto fondante, ossia “il dimmi che mi ami” con tutta una serie di domande e risposte conseguenti ed inerenti l’argomento e che in ultima istanza rideterminano il dubbio originale del “ma mi ami?” Infatti nonostante l’incalzare delle domande che prevedono una risposta speculare da parte del mio interlocutore ciò non significa che egli avrebbe detto quella frase se io non glielo avessi chiesto. Quindi sono costretto alla fine a rimarcare il quesito originale del “davvero mi ami?” La pragmatica ci ha insegnato i rischi legati al fatto che il contenuto del linguaggio possa essere smentito dal modo in cui viene proposto all’altro, ma in questi casi noi richiediamo una conferma della realtà che non può essere tale per il fatto che è stata evocata da noi parlanti. Diversa è la situazione in cui al contrario, la realtà da noi evocata non esiste nella realtà dei fatti, ma lo è negli effetti che produce per chi la abita; esistono enunciati che nulla hanno a che vedere con la realtà del mondo, che non lo rappresentano, ma che lo creano nel momento in cui diciamo ad un nostro interlocutore ad esempio : “ io credo, ritengo, ti consiglio, vorrei”; queste sono parole per le quali non c’è corrispondenza, ma tuttavia creano delle cose. I riti sono la forma più eclatante di performativi in quanto nel momento in cui io dico: “ti battezzo nel nome…..”, o “vi dichiaro marito e moglie….”, essi generano una realtà. L’interesse per i performativi è insita proprio nel fatto che mostano quali siano i limiti della teoria rappresentazionale del linguaggio, là dove si assume che questo possa essere raffigurativo della realtà. Il linguaggio invece non raffigura i mondi, ma li inventa. Se prendiamo ad esempio “Alice nel paese delle meraviglie” ed in particolare il dialogo con Humpty Dumpty; notiamo come i due personaggi si confrontino sulla natura del linguaggio. Humpty Dumpty è un nome onomatopeico:“humpty” significa con la gobba e “dumpty” tarchiato; quindi il nome rappresenta la forma. Il dialogo è il seguente:
H.D.: “Dimmi come ti chiami e cosa fai”.
A: “Mi chiamo alice”.
H.D.: “Ma è un nome abbastanza sciocco, cosa significa?”
A: “È necessario che un nome abbia un significato?”
H.D.: “Certo (disse con una risatina); il mio nome sta a significare la mia forma ed è una forma bella e ben fatta. Con un nome come il tuo, tu potresti essere di qualunque forma. Quando io uso una parola, quella significa ciò che io voglio che significhi, ne più ne meno”.
A: “ La questione è se lei può costringere le parole a significare tante cose diverse”.
H.D.: “La questione è chi è che comanda ed in effetti è di chi comanda l’uso delle parole”.
Humpty Dumpty può fare questo; inventa dei termini, ma che valgono solo per lui e quindi non li può comunicare e per lo stesso motivo non può nemmeno mentire. Per i comuni mortali non è così; il significato delle parole non sta nel lettere che le costituiscono. Non esiste quindi una possibilità di un affaccio alla natura delle cose e che la lingua rappresenti la natura delle cose, quanto piuttosto esiste una convenzione linguistica alla base di tutto. In quest’ottica è illuminante il pensiero di Ludwig Wittgenstein che afferma che: “il nome non è la cosa e la mappa non è il territorio”. Quindi il linguaggio è solo un insieme di pratiche e di giochi. Egli ribadisce che il significato delle parole non sta dentro le parole stesse, ma nelle regole del loro uso cioè nei modi in cui una certa locuzione viene usata all’interno della comunità linguistica e che quindi, per usare una metafora, sono le regole del gioco a stabilire il valore delle carte (che sia il 7 di cuori, il re o la regina, il loro valore dipende dal tipo di gioco a cui stiamo giocando e cambia non appena iniziamo un gioco diverso). Sebbene sappiamo che il sole non sorge e non tramonta, poiché non gira attorno alla terra, siamo tutti d’accordo nel parlare del suo sorgere e tramontare; se per i linguisti questa è una menzogna, io esprimo un concetto che si inserisce nel comune accordo sulle verità del dire. Il linguaggio quindi non traduce la verità delle cose, ma gli accordi sulle loro convenzioni. Friedrich Wilhelm Nietzsche ha riassunto questo concetto nel 1873, pubblicato postumo su “verità e menzogna”. Egli afferma che: “noi suddividiamo le cose secondo il genere; designamo un albero come maschile , la pianta come femminile. Ma quali arbitrarie traduzioni ben oltre ai canoni delle certezze. Noi parliamo di serpente, ma serpere in latino vuol dire strisciare e la designazione non tocca se non il corpo; tale potrebbe andar bene anche ad un verme. Quali arbitrarie delimitazioni, quali preferenze unilaterali ora per questa, ora per quella proprietà di una cosa”.Le differenti regole, una accanto all’altra, mostrano che con le parole non si giunge ne alla verità ne ad una espressione adeguata, perché altrimenti non ci sarebbero così tante lingue. Noi crediamo di sapere qualcosa, quando parliamo d’alberi, di colori, di fiori; tuttavia non possediamo che metafore di cose che non corrispondono per niente all’essenzialità originarie. Dunque che cos’è la verita? “E’ un mobile esercizio di metafore, d’antropomorfismi; in breve una somma d’umane relazioni elevate poeticamente e che vengono adornate e che, dopo lunga consuetudine, pargono ad un popolo fisse, canoniche e vincolanti. Le verità sono illusioni dalle quali si avvisa il significato che siano tali, metafore che sono divenute consunte e metaforicamente prive di forza, monete che hanno perduto la loro immagine ed ora sono considerate come metallo e non più come denaro. Il sapere psicologico è dato da un insieme di metafore e facendo riferimento alla psicoterapia, se sappiamo che la metafora è la metafora più bella di questo rapporto tra verità e menzogna (la metafora è sempre vera e sempre falsa e non determina i propri significati , ma si limita ad innescare delle rappresentazioni), non ha senso inoltrarci nel discorso che riguarda il rapporto tra linguaggio letterale e linguaggio metaforico, pur parlando di linguistica; in definitiva è proprio il contrastare l’ipotesi che esista un linguaggio letterale più aderente alla realtà delle cose rispetto quello metaforico il nocciolo della questione. In un articolo illuminato Michael Barcley nel 1997, sostiene che il fondamento del linguaggio letterale è metaforico e non viceversa e che forse questa distinzione è solo artificiosa e fittizia. Ma a questo punto se è vero che la psicoterapia è un insieme di metafore, la domanda più opportuna da farsi è la seguente: sulla base di quale criterio scegliamo quella più opportuna , la condizione che la rende più adeguata.
Caso clinico in cui si è posto questo problema: trattasi di una signora sposata, di mezz’età, di bell’aspetto e curata, che porta una richiesta di consulenza per un problema che non è ancora stato codificato e che sta fuori dai canoni della nostra diagnostica consolidata, ossia il suo problema e denso di metafore atipiche e che non sono state già letteralizzate. Afferma: “sono fissata per certe questioni che riguardano l’aspetto; so benissimo che sono cose stupide e che non hanno nessuna importanza, ma mi fanno star male al punto di detestare anche i complimenti riferiti al mio corpo e alla mia statura. Quando mi fanno notare che sono alta, il più delle volte non mi fa piacere anche se capisco che alla fine uno lo fa per gentilezza. Quando le mie amiche mi dicono: “ io se fossi alta come te mi metterei dei tacchi alti e svetterei tra tutti”, io invece me ne segherei un pezzettino. Se entro in un bar e ci sono delle colleghe che stanno parlando e sono alte tutte uguali io mi dico : “perchè non sono come loro”. Perchè alla mia età vado a pensare a cose così? Mi metto una maglia e penso che ho il collo troppo lungo ed allora devo indossare una camicia; altre volte mi si avvicina una persona e penso:”mamma mia, questa è proprio piccola. Mi arriva qui.” Questo è come detto un caso atipico che non ha standard; se si trattasse ad esempio di un problema di sovrappeso, tale disagio sarebbe più comprensibile e ci sarebbero già tabelle entro cui inserire il problema : potremmo allora definirla dismorfofobia. Da Wittgenstein abbiamo imparato che le parole non sempre corrispondono agli oggetti, quindi poco importa la questione effettiva dell’altezza della signora; il significato della parola altezza non è legato ai centimetri (non mi sono mai misurata prima), ma tale significato si costruisce nel modo in cui questa espressione linguistica viene usata da una persona reale ed in circostanze reali (lo capiamo in un gioco linguistico, quello del contesto degli sguardi e delle regole d’uso). La signora per sentirsi troppo alta ha bisogno di termini di paragone; non perde infatti occasione per misurarsi e per decidere di guardarsi sempre in un modo che è quello della persona che ha di fronte. “Sono un gigante rispetto a quella li. Lei è così piccola e quando andiamo in giro io sono la più alta”. Ogni vicenda è letta e formulata in termini fisici. Le riflessioni più interessanti riguardano il momento in cui lei affronta il contenuto del proprio tema, perchè nel sistema concettuale della donna l’altezza è in se una metafora che viene collegata ad altre; essere così alta significa, usando le sue metafore, essere fuori standard, fuori serie, non omologata, svettare. E’ come se non ci fosse un’armonia. In effetti la spazializzazione è parte integrante dei concetti, delle metafore, ma anche del modo in cui la signora le intende e che le è difficile immaginare in modo alternativo; nella nostra cultura l’alto spazzializa il positivo, la felicità e tutto ciò che buono, mentre “il giù”, il basso, rappresenta la tristezza, la malattia. Ma per la donna è l’esatto contrario: l’alto è metaforicamente associato al negativo, mentre il positivo è essere di altezza media. “Quando ho iniziato a prendere consapevolezza di me, avrei voluto essere omologata, uguale agli altri; mi piacciono quelle alte uguali, quelle d’altezza media. Il problema entro cui la signora si avvita è proprio quello di decidere se confermare oppure disconfermare il valore positivo dell’altezza quale dimensione socialmente riconosciuta della propria identità; altezza come caratteristica di bellezza oppure altezza come richiesta di coerenza morale, prima ancora che fisica. Ludwig Wittgenstein suggerisce il metodo attraverso il quale rimuovere il problema che risulta fisso, mediante cioè un allenamento atto a cambiare scenario, ossia con la “terapia filosofica”. Egli sostiene infatti che anche in filosofia ci siano gli stessi problemi presenti in psicologia, cioè che anche la filosofia è soggetta ad una forma di malattia linguistica. Questi problemi originano da analogie fuorvianti, da trappole linguistiche e sono predisposti dal fraintendere gli usi delle parole e sottovalutarne le possibilità. Una delle fonti principali della nostra confusione sta nel fatto che noi non vediamo l’uso delle nostre parole; la nostra grammatica non sa osservarsi. Da qui l’importanza di questa rappresentazione prespicua il cui fine è accostare i vari giochi linguistici ed inventarne di nuovi. Bisogna sostituire una forma d’espressione ad un'altra, guardare i molti usi delle parole che stanno causando il problema estendendo l’esercizio oltre agli utilizzi attuali ed anche a quelli possibili ed impossibili. Avremmo potuto sostituire la metafora utilizzata dalla signora di cui sopra con quella di dismorfofobia; abbiamo preferito mantenere la sua; essere all’altezza dell’altezza in modo davvero suggestivo riesce a tradurre e a sintetizzare la questione. A questo punto ci siamo chiesti quali altre espressioni nella lingua italiana potrebbero dire la stessa cosa; l’espressione e la condizione d’essere all’altezza la possiamo tradurre con paura, timore di non essere all’altezza, mostrare o dimostrare d’essere all’altezza. Sinonimi potrebbero essere riuscire, aver successo, tenere, sfondare, vincere, arrivare e contrari smentire, contraddire smascherarsi, tradirsi. Seguendo le indicazioni di Wittgenstein, il gioco linguistico può trovare delle analogie nei temi che riguardano il confronto con altri, la forza, l’essere superiore, cosa che dalla sostituzione della metafora con la categoria della dismorfofobia non avremmo certo potuto cogliere. Concludendo ecco alcune indicazioni presenti nel testo di A. Chissot dedicato a Wittgenstein e che vengono suggerite a chi volesse affiancarsi a questo metodo: “questo ci aiuta a capire i nostri errori nella comprensione del mondo. Conoscendo il modo in cui operano le parole, queste ci ricordano cosa già sappiamo; in varietà d’usi di parole, noi identifichiamo similitudini e dissimilitudini. Immaginate una verità in circostanze in cui noi potremmo usare un dato concetto o espressione, chiedetevi come lo insegnereste ad un bambino, chiedetevi come verificarne l’applicazione in un particolare caso concreto e poi prestate attenzione al grado di disaccordo e alla natura di certezza che è possibile in riferimento. Infine chiedetevi se l’usereste ancora qualora certi eventi fossero diversi ed immaginate cosa direste in una verità di casi peculiari . Confrontate alla fine il vostro uso di un espressione con l’esempio fornito da Wittgenstein stesso. A parte di trovarli in quanto lui ne ha dati veramente pochi”.