martedì 31 agosto 2010

Aspettativa di vita secondo l'età

Maschio
Età               Aspettativa di vita (anni)
meno 1       44,74
1 - 4           50,88
5 - 9           54,59
10 - 14       50,54
15 - 19       46,64
20 - 24       42,38
25 - 29       38,83
30 - 34       34,61
35 - 39       30,94
40 - 44       27,88
45 - 49       26,12
50 - 54       20,24
55 - 59       16,62
60 - 64       13.70
65 - 69       10,48
70 - 74        8,89
75 - 79        8,08
80 - 84        5,80
più 85          9,12
Femmina
meno 1       47,54
1 - 4           52,76
5 - 9           55,39
10 - 14       52,36
15 - 19       48,64
20 - 24       44,69
25 - 29       41,06
30 - 34       37,54
35 - 39       34,27
40 - 44       30,71
45 - 49       26,35
50 - 54       22,30
55 - 59       18,89
60 - 64       15,68
65 - 69       12,46
70 - 74       10,01
75 - 79        7,42
80 - 84        5,85
più 85          7,88

venerdì 27 agosto 2010

Traumatologia dentale: reimpianto dopo avulsione

A seguito di un trauma dentale di una certa gravità, può accadere d'assistere alla lussazione completa del dente traumatizzato. Generalmente gli elementi maggiormente interessati sono gli incisivi superiori di pazienti in età giovanile, sia per fattori predisponenti quali ad esempio un overjet marcato, ossia un loro posizionamento troppo avanzato (morso aperto con le labbra che non sono a contatto tra loro), sia perché l’osso alveolare e piu’ fragile. In questi casi esistono diverse possibilità terapeutiche, il reimpianto è una di queste. La procedura eseguita  entro le due ore permette spesso di mantenerne la vitalità, in caso contrario si dovrà devitalizzare l’elemento dentario. Il reimpianto dopo le 36 ore riduce notevolmente le possibilità di mantenere in sede l’elemento anche se devitalizzato, elemento che in questi casi, o viene espulso o va incontro a riassorbimento radicolare per cui spesso si opta per il trattamento implantologico.
Il dente avulso deve essere conservato in acqua o entro un panno umido onde evitare la sua disidratazione. Più precoce sarà il reimpianto e maggiore sarà la possibilità di successo.Se il dente traumatizzato è un dente deciduo (da latte) e viene esplulso completamente in seguito al trauma, non è indicato il suo reimpianto in quanto la predicibilità di successo è assolutamente nulla; se invece come talvolta capita, a seguito del trauma, il dente da latte rientra nell’osso, può danneggiare i germi dei denti permanenti che sono all’interno della mascella e della mandibola ed i danni dipendono dall’età alla quale il trauma avviene, oltre all’entità dello stesso e possono, nella maggior parte dei casi, vedersi solo all’eruzione del dente permanente che potrà presentare alterazioni nella forma, nel colore e anche nella sede di eruzione.

Procedimento: il dente va subito pulito con acqua e sapone e quindi copiosamente risciacquato con acqua potabile del rubinetto. Quindi viene avvolto in una garza umidificata  in soluzione acquosa con disinfettante o anestetico di una tubofiala. Non va conservato in soluzioni alcoliche o in altri liquidi caustici che danneggiano il legamento periodontale. L'alveolo ed i denti limitrofi vanno controllati radiograficamente; il primo accuratamente pulito dal coagulo ematico mediante una garza sterile, eliminando gli eventuali frammenti ossei.  Parti ossee ancora adese ai tessuti vengono lasciate in sede, in quanto servono da matrice alla rigenerazione ossea. Il trattamento canalare viene eseguito generalmente prima del reimpianto.
Per fracilitare l'operazione, la radice  avvolta in una garza umida, viene munita di un cono di stents o inclusa in un blocchetto di gesso.  La preparazione canalare viene eseguita con le metodiche usuali.  Il dente viene poi ricollocato nell'alveolo avendo cura di controllare l'occlusione. In casi in cui la radice incontri resistenza al suo reinserimento, è possibile eseguire una fistola periapicale  per facilitare la fuoriuscita del sangue in eccesso.
Se necessario si arrotonderà la punta della radice. Il dente viene quindi fissato ai vicini con resina acrilica. Nei casi senza gravi lesioni dei tessuti molli limitrofi, la guarigione avviene senza complicazioni e senza dolore. Se si verificano gonfiore e dolore nei primi due giorni, risulta efficace l'applicazione di ghiaccio e l'utilizzo di comuni analgesici. Se l'incidente si verifica di notte o in un momento in cui il dentista non è reperibile, il paziente potrà essere istruito telefonicamente  su cosa  fare  per reimpiantare egli stesso l'elemento avulso, dopo averlo lavato abbondantemente con acqua potabile del rubinetto. In un secondo momento il dentista effettuerà la stabilizzazione dell'elemento e dopo circa due mesi sarà possibile eseguire la cura canalare definitiva. Qualora lo stesso fosse venuto a contatto con superfici sporche, sarà necessario praticare la immunizzazione e/o vaccinazione antitetanica.

mercoledì 25 agosto 2010

Cefalea

Emicrania: tipica dell'adulto anche se è possibile l'insorgenza  anche in età pediatrica. Attacco acuto diviso in 4 fasi: 1 prodromica (senso di leggerezza, torpore, irritabilità, introversione, o spiccato desiderio di particolari alimenti (dolci), così come una sensazione di noia associata a frequenti sbadigli e difficoltà ad esprimersi verbalmente. 2 dell'aura (insorgenza acuta con forte stress per il paziente) : fotopsia o sensazione di lampi, di visione confusa; possono essere riferiti anche bagliori attorno ad una zona in cui non si riesce a vedere nulla (scotoma scintillante). Vi può essere anche parestesie alle mani (sensazione di spilli + perdita della sensibilità), difficoltà a parlare (disfasia). fase 1 - fase 2 ( max 60 minuti). Durata da 5 a 60 minuti. 3 (cefalea) : sintomo cardine e maggiormete debilitante, localizzata ad un lato della testa (possibile forma bilaterale) con carattere pulsante e severo. Si associa a fotofobia, nausea, vomito e fonofobia (intolleranza ai rumori). Esacerbata dai movimenti fisici. 4 remissione: cessata la fase acuta, resta un senso di intorpidimento, svuotamento, di estrema prostrazione fisica e mentale con mialgia ed astenia (alcuni possono manifestare euforia).  Caratteristica fondamentale è l'accessualità (si manifesta con parossismi intervallati da periodi di assoluto benessere); ne consegue che una cefalea continua non può essere un emicrania, ma più probabilmente una cefalea da farmaci, tensiva, oppure manifestazione di patologie organiche associate. Patogenesi: fase dell'aura (vasocostrizione delle arterie craniche), fase della cefalea (vasodilatazione dolorosa). Criteri diagnostici per emicrania: a) durata da 4 a 72 ore, b) localizzazione monolaterale, c) caratteristico dolore pulsante, d) gravato da sforzi fisici, e) presenza di sintomi associati (nausea, vomito, foto/fonofobia), f) se con aura, questa deve avere una durata maggiore di 5 e minore di  60 minuti. g) intensità da moderata a severa, h) aura tipica con disturbi visivi, parestesie monolaterali, torpore psichico, profonda astenia ed alterazioni dell'eloquio, i) obiettività generale e neurologica normale.
Cefalea: segnali d'allarme. Segnali anamnestici:  insorgenza improvvisa di una nuova cefalea di intensità severa, progressivo peggioramento della cefalea, insorgenza durante sforzi fisici, colpi di tosse, attività sessuale, associata a : torpore psichico, confusione mentale ed amnesia. Malessere cronico, mialgia, artralgia. Febbre. Astenia, maldestrezza, perdita dell'equilibrio. Insorgenza dopo il 50° anni di vita.
Segnali obiettivi: alterazione dei parametri vitali (febbre o ipotensione). Alterazione dello stato di coscienza o della capacità cognitive. Rigor nucalis (irritazione meningea). Edema della papilla o emorragia retinica. Anisocoria o iporiflessia pupillare. Astenia o ipoestesia al volto o agli arti. ROT asimmetrici o Babinsky positivo. Sbandamento alla deambulazione o difficoltà a mantenere la posizione eretta. Arteria craniche molli o ipoplulsanti.
Cefalea a grappolo: (crisi che si avvicendano in un periodo di tempo che può durare da 3 a 16 settimane) più grave e devastante sia sotto il profilo psicofisico che sociale, con attacchi tipicamente notturni ed intensità tale da svegliare il paziente. Rara dal punto di vista epidemiologico (incidenza inferiore allo 0,5% nella popolazione maschile, inferiore allo 0,1% in quella femminile). Tipicamente patologia del sesso maschile a differenza dell'emicrania con insorgenza tra la seconda e terza decade di vita. A differenza dell'emicrania, non riconosce alcuna forma di predisposizione genetica. Caratteristiche cliniche: accessi parossistici di dolore lancinante della durata variabile da 15 a 180 minuti, localizzato posteriormente  o attorno ad un'orbita con possibile irradiazione alla tempia, alla mandibola, alle arcate dentarie ed al mento. Associata ad intensa lacrimazione omolaterale, irritazione congiuntivale e congestione nasale.  Può esserci ptosi palpebrale (abbassamento della palpebra), alterazione del diametro pupillare sudorazione omolaterale, ma anche bilaterale ad arrossamento del viso. Non esiste mai un aura e la nausea o il vomito sono rari durante la crisi.  Patogenesi: la localizzazione del dolore suggerisce  che l'anomalia  alla base della cefalea risieda  nel distretto prossimale intracranico della carotide interna e la ritmicità della presentazione un coinvolgimento delle strutture ipotalamiche connesse alla regolazione dei ritmi circadiani.
L'emicrania cronica parossistica è una sindrome cefalgica molto rara con attacchi multipli che possono ricordare la cefalea a grappolo. La durata è breve, sono di marcata intensità a sede peri orbitaria e si succedono a cadenza giornaliera regolare. Alla cefalea sono spesso associati congestione nasale omolaterale, rinnorea, ptrosi, lacrimazione e/o irritazione congiuntivale. Colpisce tipicamente soggetti di sesso femminile con accessi che durano da 2 a 45minuti e si succedono con una frequenza giornaliera assai elevata (mediamente 14 attacchi nelle 24 ore).  Gli attacchi, a differenza della cefalea a grappolo, raramente sono riuniti in periodi epicritici e la stessa regredisce con l'esclusiva somministrazione di indometacina. La patogenesi è sconosciuta.
Cefalea di tipo tensivo:  dolore sordo, frequentemente dopo uno stress psicofisico o dopo una lettura prolungata. Inizia sotto forma episodica strettamente correlata allo stress; in seguito può cronicizzarsi in una condizione in cui si manifesta quotidianamente anche in assenza di elementi scatenanti.  Il dolore è bilaterale, sordo, cupo e persistente anche se presenta variazioni di intensità durante il corso della giornata; viene spesso descritto come un senso di oppressione, pesantezza o al contrario di leggerezza localizzato a fascia attorno al capo. Il quadro clinico sfortunatamente è nebuloso anche perchè il 10% dei pazienti soffre anche di emicrania e la sovrapposizione dei sintomi crea un panorama alquanto vario e complesso di manifestazioni cliniche. La durata può variare da 30 minuti a sette giorni, ma per definizione deve essere presente meno di 15 giorni al mese per poter essere classificata come episodica; se dura di più è definita cronica. Possono essere associati sintomi lievi di foto e fono fobia, lieve nausea determinata dal quadro ansioso più che dalla cefalea stessa ed umore depresso.
Cefalea indotta da farmaci: alcuni farmaci, comunemente utilizzati nella terapia della cefalea, se assunti in eccesso, possono essere responsabili a loro volta del'insorgenza di cefalea. Il pericolo di dipendenza farmacologica connesso all'utilizzo di ergotamina anche a dosi terapeutiche, era noto da tempo. In  questo caso la comparsa di cefalea o solo il timore di un attacco, può indurre il paziente  ad un'eccessiva e costante autosomministrazione.  Ne consegue che per fenomeni di tolleranza farmacologica, questo paziente troverà sollievo alla propria cefalea solo utilizzando dosi progressivamente maggiori di ergotamina con sempre maggiori rischi di tossicità. (anche i comuni anestetici, tipo aspirina o paracetamolo, sono fatti oggetto di abuso cronico, con lo stesso rischio di indurre cefalea). Le caratteristiche della cefalea sono: durata ininterrotta per tutto il corso della giornata e con fluttuazioni d'intensità. E' presente già al risveglio ed è di grado da lieve a moderato, cupo e a localizzazione fronto occipitale oppure diffuso. Il quadro può essere complicato da una sovrapposizione di emicrania, per cui il paziente assume analgesici durante l'intera giornata con cadenza di 3 - 4 ore in concomitanza all'attenuarsi dell'effetto antalgico. La completa remissione della cefalea, se mai viene ottenuta, è transitoria e più spesso solo parziale.
Approfondimenti diagnostici: emocromo con ves (informazioni su stato generale del paziente e sulla presenza di patologie associate a cefalea (infezioni meningee, endocardite, arterite temporale, neoplasie). EEG (elettroencefalogramma): gravato da falsi positivi e negativi; ha bassa specificità tale da essere raramente utile per la corretta diagnosi. TAC: consente di evidenziare la presanza di processi espansivi endocranici (neoplasie) e di atrofia cerebrale ed idrocefalo. RMN: si ottengono immagini più definite rispetto alla Tac, anche se non è particolarmente sensibile nei confronti di emorragie recenti. Esame del liquor: (puntura lombare) consente di confermare o escludere una causa infettiva (meningite) o vascolare (emorragia subaracnoidea). Da evitare nel sospetto di un  processo espansivo endocranico.
Terapia: (dopo sicura diagnosi di emicrania);  prevenzione dell'attacco  con:
Rilamig  2,5 mg.; 1 cp al bisogno ai primi sintomi di cefalea. Se il paziente non ottiene beneficio dopo la prima dose di frovatriptan, per lo stesso attacco non deve essere assunta una seconda dose, perché non si è evidenziato alcun beneficio. Frovatriptan potrà essere usato per attacchi di emicrania successivi. Controindicato in caso di pazienti con anamnesi di infarto miocardico, cardiopatia ischemica, vasospasmo coronarico (per es. angina di Prinzmetal), malattie vascolari periferiche, pazienti con sintomi o segni suggestivi di cardiopatia ischemica.Ipertensione arteriosa grave o moderatamente grave, ipertensione lieve non controllata. Pregresso accidente cerebrovascolare (CVA) o attacco ischemico transitorio (TIA). Grave insufficienza epatica (Child-Pugh C).Contemporanea somministrazione di frovatriptan con ergotamina, derivati ergotaminici (incluso metisergide) o con altri agonisti dei recettori della 5-idrossitriptamina (5-HT1).
Oppure : Difmetrè cpr. il più presto possibile dopo l’insorgenza della cefalea (il farmaco è efficace anche se assunto in una fase più tardiva) + Cynazyn 5 gtt. la sera prima di coricarsi.
Il Difmetrè è indicato nel trattamento dell’attacco acuto di emicrania con o senza aura. E’ particolarmente idoneo per il trattamento di pazienti che, durante l’attacco, soffrano di nausea e vomito.Trattamento degli episodi di cefalea tensiva. Si consiglia di assumere Difmetrè il più presto possibile dopo l’insorgenza della cefalea, tuttavia il farmaco è efficace anche se assunto in una fase più tardiva.Adulti (età tra 18 e 65 anni). La dose iniziale raccomandata è di una compressa per via orale o di una supposta per via rettale all’insorgenza della cefalea. La forma farmaceutica e il dosaggio devono essere scelti in base alla gravità dei sintomi e alle caratteristiche individuali del paziente. Le formulazioni in supposte sono particolarmente adatte nei pazienti con nausea e vomito.
Rilamig nella fase prodromica + Elopram 5 gtt. la sera prima di coricarsi.
Nimotop gtt. 15 + 15 gtt a stomaco vuoto (ore 8.00 + 0re 20) + Laroxyl 5 gtt. la sera prima di coricarsi.

domenica 22 agosto 2010

Comportamento suicidario ed aggressività

Il comportamento suicidario non è mai completamente componibile e mantiene sempre qualcosa di misterioso, di indecifrabile e di enigmatico.Ricordiamo alcune delle possibili letture ed attribuzione di senso che possono essere date ad un atto suicidario:
A) Protesta contro a società o contro un partner, contro certe regole di vita, un sistema politico o contro una "generazione" (come avviene talvolta negli adolescenti).
B) Aggressività e rabbia vendicativa: il suicida "getta il proprio cadavere"sulle spalle di qualcuno, dell'innamorato che se ne è andato, di un insegnante che non è stato comprensivo, di un giudice ritenuto ingiusto, di un genitore che non si accontenta, di un nemico che non si piò efficacemente contrastare.
C) Risposta al lutto: quando una perdita è sentita come troppo dolorosa ed il darsi la morte quasi come ricongiungersi a chi si è perduto.
D) Desiderio di uscire da una condizione di coscienza e di consapevolezza, ma non dalla vita
E) Per liberarsi da una sofferenza, da un dolore fisico o mentale quando questo sia sentito come insopportabile.
F) Panico omosessuale.
G) Desiderio di espiazione e castigo per colpe comunque sentite come insopportabili (come nel melanconico grave).
H) La "soluzione finestra", il suicidio impulsivo quando un evento è "insopportabilmente e acutamente traumatico" per l'assetto psichico del soggetto.
I) Fame di affetto: è spesso evidente il pensiero " quando sarò morto mi vorranno bene", "quanta gente verrà ai miei funerali", "quando sarò morto piangeranno per me".
L) Sacrificio: in nome di un valore superiore (patria, religione, libertà, credo politico, ecc.). Il soggetto valorizza e raggiunge il suo ideale di stima rinunciando a parti di sé.
M) Ordalia o gioco: per mettere alla prova il proprio coraggio o interrogare il destino.
N) Affermazione di sé: "te lo farò vedere quanto sono forte, quanto coraggio ho, quanto soffro".
O) Colpevolizzare: "farò in modo che tu uccida e così pagherai con la colpa". (I bambini maltrattati, da adulti spesso hanno condotte che li portano ad esporsi a pericoli).
P) Un'intenzionalità delittuosa e omicida: quando si mette in pericolo la propria vita per trascinare un altro alla morte.
Q)Vendetta: per provocare il rimorso negli altri e rovinare loro la vita.
R) Ricatto: come modo per ottenere qualcosa.
S) Per porre fine ad una situazione sentita come insopportabile e non modificabile.
T) Per evitare di vivere sentimenti di "vergogna" sentiti come intollerabili, per una condizione umiliante.
Dalle possibilità di senso elencate possiamo ricavare due considerazioni: 1) vi è un nucleo comune a tutti i suicidi, quasi un comune denominatore che è l'intenzione di trovare una via d'uscita, una soluzione per porre termine ad una situazione sentita come "insopportabile e non modificabile". 2) Pur cercando l'uscita dalla vita e dal mondo, vi è sempre una tensione relazionale molto forte, caratterizzata dall'aggressività. In un articolo del 1967, Franco Fornari sottolinea come fondamentale questo aspetto e riporta molti esempi culturali ove il suicidio indica una evidente intenzione di danneggiare "gettando il proprio cadavere sulle spalle" di qualcuno. Sempre Fornari ricorda il monologo di Amleto sull'incertezza del vivere o del morire dove le motivazioni profonde della fantasia di suicidio sono comprensibili come " ristagno al di dentro di Amleto stesso di aggressività colpevolizzata che esploderà nel finale della tragedia".  E' opportuno fare una breve digressione sull'aggressività vista dal punto psicoanalitico. Gli psicopatologisti, dopo che Adler ne parlò come di una pulsione nel 1906, alternarono opinioni che valorizzano ora una origine istintuale, innata, ora una origine appresa, reattiva, in relazione ad esperienze di frustrazione. Su tale questione gli psicoanalisti si dividono e molto schematicamente, per citarne alcuni, vi è chi propone come pulsione in se (Hartmann, Kriss) o come pulsione di morte ( Federn, H. Klein, Menninger), chi invece asserisce una sua origine appresa, culturale (Sullivan, Fairbain, Guntrip, Kohut), altri ancora (Bergeret, Kernberg, Mitchell in particolare) tengono conto di entrambi gli aspetti e cioè di una base biologica e delle relazioni vissute. Quest'ultima posizione appare la più opportuna in quanto permette di valorizzare quanto viene portato di nuovo dalla ricerca biologica (da cui si aspettano contributi per una sempre maggior conoscenza), ma nello stesso tempo è possibile pensarla non come un esclusivo processo neutrale e aspecifico che si scarica e si trasferisce direttamente dal cervello ai comportamenti, ma come un fenomeno prolungato e complesso che entra nelle esperienze di relazioni primitive e viene a far parte del gioco mentale della rappresentazione del sé e del costruirsi della persona. Solo un breve richiamo su quanto le osservazioni psico analitiche possono arricchire la conoscenza di situazioni cliniche. Consideriamo la depressione: non è qui intenzione ricordare il ben noto modello della depressione e del suicidio, quanto invece sottolineare come questo modello ci aiuti nel trattamento del depresso a meglio comprenderlo e a gestire in modo più proficuo la relazione. Il modello psicoanalitico sottolinea nella depressione la presenza di una ostilità introflessa ed auto diretta. Se la collera è sempre presente nel lutto, nel depresso è sempre presente una intollerante rabbia di fronte alle frustrazioni. Diventa così essenziale nel rapporto con il depresso riconoscere le diverse espressioni della stessa, in quanto l'ra, l'ostilità, il rancore, la gelosia, l'invidia e tutti i vari aspetti contenuti nell'aggressività non sono facilmente individuabili nel paziente, anche perché il broncio, il corruccio, la stizza, l'irritazione, possono essere variamente manifestate. L'aggressività è così riconosciuta, essendo negata, distorta, trasformata e solo indirettamente coglibile: silenzi ostinati, autoaccuse, rimproveri, ma soprattutto i contenuti auto aggressivi. Negli aspetti manifesti il paziente depresso ce l'ha e se la prende con sé stesso: la spietatezza con cui vengono messe in atto manovre di attacco e di distruzione verso il sé, testimoniano ampiamente la molteplicità dei comportamenti auto punitivi  e la colpa sembra essere una componente fondamentale (anche se spesso non facilmente comprensibile) di una complessa situazione interna. Molte considerazioni si potrebbero fare sul ruolo che ha l'aggressività nel produrre depressioni cronicizzate, provocazioni, reazioni terapeutiche negative e richieste continue o insaziabili e da parte del medico risposte controaggressive espressive nel distacco, nel cinismo o nella prescrizione farmacologica come furore terapeutico che mal cela la non sopportazione  dei propri limiti. Inoltre le difficoltà di collaborazione che spesso lo psichiatra ha nel trattare farmacologicamente il paziente depresso non possono essere comprese se non si valorizza il concetto di "ambivalenza" che opera in maniera eccessiva nella vita mentale del depresso, caratterizzata dal fatto che quantità di amore ed odio coesistono pressoché in parti eguali (incapaci di amare perché odiano sempre quando amano), modalità questa che si esprime anche nella relazione col medico attraverso una oscillazione tra sottomissione e ribellione e che può farci comprendere come da momenti di buona compliance si passi ad altri in cui vi è un completo abbandono della stessa. Da quanto detto ci sembra che l'approccio psicoanalitico possa arricchire in maniera determinante la comprensione delle vicende dell'aggressività, indipendentemente dalla sua origine. Il problema non è pertanto se essa abbia una origine innata o no o che il substrato biologico che la sostiene sia primitivamente o secondariamente compromesso, quanto invece quello della sua amministrazione interna e di questo si occupa la psicanalisi. Restando nell'ambito dei processi maturativi e della crescita, le vicende del conflitto sono fondamentali per insegnare all'individuo a poter rinunciare a meccanismi automatici di espulsione e di incorporazione per imparare a strutturare organizzazioni interne con cui rispondere in maniera adeguata agli stimoli. Così per quanto riguarda la storia dell'aggressività, se il conflitto viene tollerato e superato, l'individuo avrà maggiori capacità di adattamento alla realtà, a sopportare le frustrazioni, le perdite. Se anche una discreta ambivalenza sarà raggiunta (capacità di provare buoni e cattivi sentimenti verso lo stesso oggetto), allora l'aggressività non sarà solo sinonimo di distruzione e di perdita, ma invece potrà essere gestita e resa disponibile per acquisizioni libidiche, per la crescita, la competitività, la sessualità e la crescita in genere. Questo dipenderà dal fatto che l'individuo possa far conto su meccanismi auto regolatori efficaci, sia biologici che psicologici, nella gestione delle sue esperienze aggressive. Da questo breve excursus se ne ricava che nel pensiero psicoanalitico si sono sviluppate nel tempo due posizioni interpretative del comportamento suicidario. 1) la prima è storicamente legata agli scritti di S.Freud sul disturbo nucleare della malinconia, che valorizza la ritorsione su di sé di una aggressività rivolta primitivamente verso l'oggetto, oltre che sentimenti di colpa per i propri impulsi aggressivi tramite un super io severo e sadico e punitivo che rende la colpa persecutoria per cui il suicido appare come "un omicidio con rotazione a 180°". 2) una seconda posizione valorizza una vulnerabilità alla offesa narcisistica, per cui davanti all'esperienza del limite viene vissuta una ferita che fa provare non tanto sentimenti di colpa, quanto di vergogna insopportabile che porta una tensione che sfocia in un'aggressività distruttiva che può essere convogliata in una impulsività e violenza verso gli altri o in disperazione, mortificazione, impotenza intollerabile, suicidio. Il meccanismo trionfa paradossalmente: ristabilisce una stima di sé, megalomanica, pur distruggendo il proprio corpo, supera e cancella la feria reintegrando uno stato pre-conflittuale tramite la soppressione dell'io. Questo è possibile in quanto il processo difensivo, le forze autoconservatrici dell'identità e dell'io falliscono, travolte da una aggressività assoluta. E' carente una base di sicurezza, di autostima, su cui è tanto più possibile contare quanto più è aumentata nella storia evolutiva della persona una adeguata esperienza di separazione. E' stata carente una esperienza positiva della conflittualità edipica che abbia permesso l'integrazione degli affetti, l'esperienza del dolore e del lutto come processo di emancipazione.  In entrambe le situazioni non è stato possibile vivere adeguatamente la separazione e la perdita, in modo che l'oggetto buono interno sostenga nelle vicende della vita. Ricordo le considerazioni di R. Rossi sul tragico destino dell'uomo che per formarsi in un sé conchiuso, in una identità discretamente integrata e separata è necessario abbia superato un'esperienza di separazione. Se così non è, l'autodistruzione, come attaccoall'oggetto introiettato e malamente amato, è maggiormente possibile. L. Pavan Unipd. Tratto da "atti di formazione per operatori OPG. Il comportamento aggressivo e violento" Firenze 8.11.2003 

sabato 21 agosto 2010

Carcere ed autolesionismo : il significato secondo Baechler

Gesti a carattere liberatorio con:
Significato di fuga; il soggetto, attentando alla propria vita, cerca di fuggire da una situazione sentita come insopportabile.
Significato di lutto; il soggetto attenta alla propria vita in conseguenza della perdita (reale ed immaginata) di un effettivo elemento della sua personalità o dell'ambiente che lo circonda.
Significato di castigo; il soggetto attenta alla propria vita per espiare un errore o una colpa, reali od immaginati.
Significato di delitto; il soggetto attenta alla propria vita per trascinare con sè nella morte un'altra persona.
Gesti a carattere dimostrativo con:
Significato di vendetta; il soggetto attenta alla propria vita sia per provocare un rimorso altrui, sia per infliggere all'altro l'infamia della comunità.
Significato di richiesta e ricatto; il soggetto attenta alla propria vita per fare pressione sull'altro, ricattandolo.
Significato di sacrificio e di passaggio; il soggetto attenta alla propria vita per raggiungere un valore o una condizione giudicata superiore.
Significato di ordalia e di gioco; il soggetto attenta alla propria vita per mettere in gioco se stesso.

venerdì 20 agosto 2010

Approccio farmacologico al paziente violento. Parte seconda

L'obiettivo primario dev'essere l'instaurare un'alleanza terapeutica su base empatica andando a ridurre per quanto possibile il clima di tensione ambientale anche allontanando il paziente da un eventuale contesto disturbante.Un'altra finalità del colloquio è poi individuare rapidamente un'ipotesi diagnostica ed ottenere in modo tempestivo informazioni attendibili sul paziente e sul suo ambiente riconoscendo la validità delle istanze del paziente stesso ed avviando nel contempo una negoziazione per contenerne gli aspetti distruttivi, cercando di risolvere gli aspetti controtransferali di rabbia, paura e frustrazione. Il paziente andrebbe poi progressivamente responsabilizzato verso le possibili conseguenze di un atto di violenza. Dopo una accurata valutazione del quadro sintomatologico del paziente con comportamenti violenti e delle possibili condizioni che sottengono ad essi, l'intervento farmacologico si rende spesso necessario e va distinto in due fasi, in quanto differisce nelle situazioni di emergenza, in cui va attuata una sedazione e nel lungo termine. In emergenza vengono utilizzati neurolettici, antipsicotici atipici e benzodiazepine alla minima dose efficace e monitorando le funzioni vitali del paziente continuativamente. Nella scelta della terapia farmacologica più adeguata si parla di neurolettizzazione rapida ad alta o a bassa potenza farmacologica; nel primo caso la molecola più utilizzata è l'aloperidolo (Haldol, Serenase) basse (5 mg. i.m. ogni 4-8 ore, fino a 15-30 mg./die) o ad alte dosi ( 10 mg. i.m. ogni 30 minuti, fino a 45 - 100 mg./die). Durante il trattamento in condizioni d'emergenza andrebbe sempre monitorata la pressione arteriosa per il rischio ipotensivo e la possibile insorgenza di crisi comiziali e di sintomi extrapiramidali che se imponenti, implicano il passaggio ad una neurolettizzazione rapida a bassa potenza. I farmaci ad alta potenza ad elevato dosaggio risultano comunque contro indicati in patologie organiche di base che favoriscono la comparsa di EPS e di riduzioni pressorie e nel delirium o nei casi di intossicazione /astinenza da alcool o da ansiolitici, in quanto gli effetti sedativi e anticolinergici possono aggravare la condizione di base riducendo il livello di coscienza. Non va inoltre dimenticato che i sintomi extrapiramidali e l'acatisia in particolare, possono indurre un effetto paradosso con incremento dell'agitazione e conseguentemente del comportamento violento. Per la neurolettizzazione a bassa potenza farmacologica, la molecola di prima scelta è la clorpromazina (Largactil, Prozin) a basse (25 mg.i.m. ogni 4 ore, fino a 150 mg./die) o ad alte dosi (75 mg. i.m. ogni 4 ore fino a 400 mg./die) i cui effetti collaterali principali sono la disforia ed il rischio di crisi ipotensive. Gli antipsicotici atipici hanno reso più vasta la gamma delle opzioni terapeutiche nell'intervento d'emergenza nei confronti del paziente violento; il risperidone (Risperdal, Belivon, Risperidone) in particolare sembra essere una valida alternativa all'aloperidolo somministrato per viaintramuscolare. Recenti studi hanno dimostrato che la somministrazione orale di risperidone in associazione al lorazepam (Tavor) risulta efficace quanto l'aloperidolo più il lorazepam per via intramuscolare. Dalla letteratura emerge che l'olanzapina (Zyprexa) risulta avere un'efficacia paragonabile a quella dell'aloperidolo somministrato per via intramuscolare negli stati di agitazione acuta associati a schizofrenia, nella fase maniacale del distrurbo bipolare e nella demenza, dimostrando anche un minor effetto sedativo rispetto agli antipsicotici tipici. Per quanto riguarda la quetiapina (Seroquel) , oltre all'attività antipsicotica, ne è stata attestata l'efficacia in numerosi altri distrurbi psichiatrici , ampliando notevolmente lo spettro d'azione; per il controllo del comportamento violento si è rivelato un farmaco valido negli episodi di aggressività legati alla schizofrenia di tipo paranoide, al distrubo borderline di personalità, ai disturbi psicoaffettivi, al disturbo ossessivo-compulsivo,alla demenza di Alzheimer e alla demenza a corpi di Lewy. In particolare un recente studio su 257 pazienti affetti da schizofrenia in fase di agitazione acuta ha dimostrato una maggiore efficacia nei parametri dell'ostilità e dell'aggressività nei soggetti  trattati con quetiapina (150-750 mg.) rispetto a quelli in terapia con aloperidolo (12 mg.).Le benzodiazepine sono utilizzabili in monoterapia o come coadiuvanti dei neurolettici nelle situazioni di acuzie; il lorazepam resta la benzodiazepina di prima scelta per le sue proprietà di assorbimento rapido e di persistenza in circolo per tempi maggiori rispetto al diazepam che viene assorbito rapidamente dai tessuti. I dosaggi sono di 2 – 4 mg. i.m. ogni ora o 2 – 4 mg. Per os ogni 4 – 6 ore; dopo la fase acuta non andrebbero superati i 10 mg./die. In associazione o meno con antipsicotici. Particolare cautela va posta nei confronti dei pazienti con ritardo mentale o demenza in quanto possono causare disinibizione e peggiorare l‘agitazione. Per gli interventi a lungo termine il ventaglio di opzioni terapeutiche è più ampio e spazia dagli antipsicotici tipici e  atipici agli ansiolitici, dagli anticonvulsivanti ai betabloccanti, dagli antidepressivi al litio. La quetiapina (Seroquel) sembra essere una valida alternativa nel controllo dell'aggressività nei soggetti psicotici ad una dose media di 800 mg; per l'utilizzo di tale molecola risulta particolarmente indicata la monosomministrazione serale in modo da diminuire il tempo diurno di sedazione e ridurre il numero di drop out. Numerosi studi hanno sottolineato l'efficacia della clozapina (Leponex, Clozapina) nei pazienti affetti da schizofrenia, in particolare nel controllo dell'ostilità e dell'aggressività nei soggetti resistenti ad altri farmaci; il dosaggio medio in questi casi è di circa 300 mg./die, raggiungibile in tre settimane, iniziando da 25 mg./die.Buoni risultati nel lungo termine hanno riscontrato pure l'olanzepina (Zyprexa) alle dosi di 10 - 20 mg./die e il risperidone (Risperdal, Belivon, Risperidone) alle dosi di 4 - 8 mg./die che presenta una rapida efficacia ed un vantaggioso profilo nell'insorgenza di effetti extrapiramidali. Pur trovando una positiva applicazione nel trattamento delle situazione di acuzie, le benzodiazepine non hanno largo utilizzo per il trattamento del paziente violento a lungo termine per il rischio di comparsa di effetti paradossi con disinibizione e conseguente aumento dell'aggressività e la possibile insorgenza di fenomeni di abuso, dipendenza, tolleranza ed astinenza. Il clonazepan (Rivotril) viene usato con successo nel trattamento della violenza episodica nei pazienti con disturbo esplosivo intermittente per migliorare l'autocontrollo a piccoli dosaggi (0,5 mg. 2 - 3 volte al giorno). Numerosi studi hanno documentato l'efficacia degli anticonvulsivanti nel trattamento a lungo termine dell'aggressività in diversi disturbi psichiatrici e non limitatamente ai soli casi con alterazione dellEEG cliniche e subcliniche. La carbamazepina (Tegretol, Carbamazepina) in particolare ai dosaggi di 600 - 1200 mg./die trova indicazione nella schizofrenia, nei disturbi organici e di personalità con attento monitoraggio della crasi ematica e della funzionalità epatica.  La difenilidantoina  viene utilizzata nei pazienti con "episodic discontrol syndrome" e con ritardo mentale, mentre l'acido valproico (Depakin Chrono) nel disturbo bipolare o schizoaffettivo alle dosi di 750 - 2000 mg./die. Anche se non è stato ancora ben chiarito il meccanismo d'azione dell'aggressività, i betabloccanti si sono rivelati efficaci nel ridurre i comportamenti violenti nei soggetti affetti da schizofrenia e con disturbi cerebrali organici a dosaggi superiori di quelli utilizzati in terapia antiipertensiva. Particolare cautela va prestata nei confronti di soggetti ipertesi o che assumono in associazione neurolettici, perchè i betabloccanti ne possono aumentare i livelli plasmatici, mentre sono del tutto controindicati  in caso di asma bronchiale ed altre broncopatie croniche ostruttive, diabete mellito, cardiopatie, vasculopatie periferiche, nefropatie ed ipertiroidismo. Il carbonato di litio trova indicazione nella prevenzione del comportamento violento associato ad episodi maniacali e ad altre condizionipsichiatriche quali il ritardo mentale, sindromi organiche cerebrali, schizofrenia, disturbi di personalità e dalla condotta; in questi casi va posta particolare attenzione se è presente un trattamento concomitante con neurolettici per cui viene suggerito il monitoraggio periodico dei livelli plasmatici di questi ultimi. L'utilizzo di farmaci antidepressivi trova spazio nelle forme di aggressività legata ai disturbi dell'umore; inoltre il crescente interesse verso tali molecole nel trattamento del comportamento violento si basa sul ruolo ormai noto che il sistema serotoninergico gioca nella modulazione dell'impulsività e del comportamento aggressivo. L'amitriptilina (Adepril,Laroxyl,Triptizol)  ed il trazodone (Trittico) si sono dimostrati validi presidi nel trattamento di individui con danno organico cerebrale e comportamento violento, mentre numerosi studi attestano l'efficacia della fluoxetina (Prozac) nel ridurre l'aggressività nei soggetti con ritardo mentale, disturbi della personalità e nei pazienti depressi nel prevenire gli impulsi suicidari.

Approccio farmacologico al paziente violento. Parte prima

La mancanza di una precisa definizione del termine "aggressività" ed il fatto che questa dimensione psicopatologica si ritrovi in molte condizioni patologiche senza però configurare un quadro clinico definito, sono forse alcune delle ragioni per cui il problema dell'aggressività è stato finora poco studiato e non ancora chiarito. Provando comunque a cercare una definizione, si può parlare di aggressività come un comportamento tendente all'auto affermazione che può originare da impulsi innati o come risposta acquisita a stimoli esterni e che può essere adeguato con finalità di autoconservazione o indeguato e manifestarsi attraverso un atteggiamento distruttivo e violento verso l'ambiente, altre persone o sè stessi. Con il termine violenza invece si indica un'aggressione fisica da parte di un essere umano verso un altro, con l'intenzione specifica di nuocere, i cui aspetti fondamentali sono l'intento, cioè la volontà di creare danno, l'azione stessa e lo stato emotivo sottostante di rabbia, irritazione o ira. Le aree cerebrali coinvolte nel comportamento violento risultano essere i nuclei del rafe, la corteccia prepiriforme ed il sistema olfattivo in generale, l'amigdala, l'ipotalamo ed il lobo frontale e temporale. L'emisfero destro in particolare, sembra essere coinvolto maggiormente nelle risposte affettive-emozionali e nelle condotte impulsive e secondo alcuni autori un aumento dell'aggressività corrisponderebbe ad una maggiore attivazione in sede temporale medio-posteriore e frontale anteriore. Dal punto di vista neurochimico l'aggressività sarebbe mediata da un incremento dell'attività dopaminergica e da una riduzione della trasmissione serotoninergica e gabaergica; è stata infatti osservata una minore concentrazione  liquorale di acido 5-idrossiindolacetico in soggetti aggressivi appartenenti a diverse categorie diagnostiche (disturbi affettivi, schizofrenia, disturbi di personalità) rispetto alla popolazione controllo.  La malattia mentale rimane un fattore di rischio confermato di violenza nella comunità, ma complessivamente l'entità della relazione fra disturbo mentale e violenza non è elevata e, in termini assoluti, il rischio sociale di violenza nei pazienti psichiatrici è modesto. In particolare i sintomi psicotici attivi sono di per sè più importanti come fattore di rischio rispetto alla presenza di uno specifico disturbo psichiatrico e l'associazione con l'abuso di sostanze aumenta notevolmente il grado di pericolosità. Da un punto di vista epidemiologico, circa il 10 - 15% dei ricoverati in strutture psichiatriche hanno manifestato comportamente aggressivi negli anni precedenti il ricovero e il 10% dei ricoverati manifesta comportamenti aggressivi in un periodo di tre mesi, mentre la frequenza di comportamenti violenti in ambito ambulatoriale risulta essere minore ( circa il 3% nell'anno precedente). I disturbi mentali più frequentemente associati a comportamento violento sono i disturbi dello spettro schizofrenico, sopratutto in soggetti maschi, giovani con sintomatologia grave e ad  esordio precoce, il disturbo delirante a contenuto persecutorio e l'abuso di alcol e di sostanze, in particolare se in sindrome d'astinenza. Un aumento dell'incidenza degli episodi di violenza rispetto alla popolazione generale si riscontra anche nei disturbi mentali organici (demenze, sindromi post-traumatiche, epilessia temporale, delirium), nel disturbo bipolare in fase maniacale, nel disturbo esplosivo intermittente, nel disturbo del controllo degli impulsi atipico, nel disturbo dell'adattamento con anomalie della condotta e nei disturbi di personalità, in particolare antisociale e borderline. L'obiettivo principale nelle situazioni di emergenza è l'evitare danni imminenti al paziente stesso e agli altri ed il ricorso all'isolamento e alla contenzione possono essere elusi se l'intervento viene svolto da un gruppo formato da un numero sufficiente di operatori  ben addestrato, in grado di riconoscere tempestivamente i segnali di escalation della violenza e con un preciso piano di trattamento. Un intervento d'emergenza va messo in atto nei casi in cui il paziente aggredisce fisicamente o verbalmente persone od oggetti o talvolta in presenza  di irritabilità, comportamento intimidatorio ed aumento dell'attività psicomotoria in pazienti non collaboranti. I fattori predittivi dell'insorgere d'episodi di violenza che gli operatori devono valutare sono in generale l'espressione di idee di violenza (desideri di aggressività verso una persona specifica, allucinazioni di tipo imperativo) ed il comportamento durante il colloquio, come ad esempio il passaggio da una fase di apparente calma ad uno stato di agitazione psicomotoria con aggressività verbale o atteggiamenti di sfida verso gli operatori.  Va poi indagata la presenza di una storia personale recente e/o remota di violenza (frequenza degli arresti, procedimenti legali,  problemi con le autorità in epoca adolescienziale) specialmente nei casi in cui i sistemi di supporto socio-relazionale sono carenti ed il background socio-culturale è povero, con appartenenza a gruppi etnici o sociali emarginati, bassa scolarizzazione e nelle realtà in cui il modello violento è uno stile di coping. L'attegiamento non cooperativo e la storia di scarsa compliance ai trattamenti, l'abuso di sostanze, un' anamnesi neurologica  positiva per danni organici del lobo frontale, vasculopatie cerebrali, mallatia di Alzheimer, cerebropatia infantile, disturbo organico di personalità, epilessia del lobo temporale sono altri fattori associati all'insorgere di episodi di violenza. Attenzione particolare deve essere rivolta ai possibili errori comportamentali in cui l'operatore può incorrere come il drammatizzare o banalizzare una situazione d'emergenza o l'assumere atteggiamenti verbali, mimici e posturali negativi, critici, provacatori o ironici, non permettendo al paziente d'esprimere liberamente i propri pensieri ed emozioni. Ugualmente rischioso è l'assumere atteggiamenti seduttivi e formulare promesse  che non possono essere mantenute, fornire interpretazioni premature ed invadere lo spazio occupato dal paziente o voltargli le spalle.  Fare intervenire la forza pubblica in modo precipitoso e acritico può essere un altro comportamento sbagliato  come il sottovalutare le situazioni critiche limitandosi ad un approccio di tipo esclusivamente verbale con un paziente gravemente agitato; il ricorso alle forze dell'ordine andrebbe richiesto nel momento in cui il potenziale aggressore si sente più protetto e tutelato nei suoi diritti. Se è possibile abbozzare delle linee guida comportamentali, esse potrebbero essere innanzitutto l'agire in condizioni di sicurezza mantenedo una certa distanza dal soggetto per evitare di essere colpiti con movimenti bruschi ed improvvisi, tenedo conto che  lo spazio vitale nel paziente violento è circa 4 volte più ampio del normale.   E' fondamentale per gli operatori ascoltare il paziente con rispetto ed attenzione ed utilizzare domande neutre ed ampie e frasi brevi dal contenuto chiaro e comprensibile con un tono di voce caldo rassicurante, mantenendo per tutta la durata del colloquio  un aspetto mimico e posturale di calma ed offrendo massima visibilità di movimento in modo da facilitare l'espressione verbale del paziente e di ridurre le possibili interpretazioni in senso paranoideo.

La malattia mentale ed il comportamento violento

Pregiudizi e dati obiettivi.
Pregiudizi: si è preso a campione 52 pazienti omicidiari con diagnosi prevalente di schizofrenia e commorbilità di distrurbi da abuso di sostanze, disturbo antisociale di personalità e disturbo borderline di personalità. I pregiudizi: l'omicidio dello schizofrenico è improvviso, egli uccide generalmente soggetti sconosciuti, in maniere crudele ed efferata, sempre in relazione ad i suoi sintomi. Gli schizofrenici omicidi sono tutti "paranoidi". Il gesto omicidiario è il primo sintomo della malattia mentale. Lo schizofrenico che tenta il suicidio non ucciderà nell'immediato. La vittima dello schizofrenico non si rendeva conto dello stato mentale del suo assassino. La vittima non ha avuto alcun ruolo nell'omicidio. Lo schizofrenico non ha alcuna partecipazione emotiva nel fatto omicidiario e non  ripeterà il gesto in futuro. L'omicidio dello schizofrenico avvioene all'improvviso, senza alcun segno premonitore.
I dati di fatto: presenza nei 2/3 (35 casi su 52) di segnali premonitori; acquisto di un arma (9 casi), verbalizzazione generica di prossimo omicidio (8 casi), verbalizzazione di prossimo omicidio specifico (18 casi).
Assenza di sintomi premonitori : 33%
Presenza di sintomi premonitori 67%
Pregiudizi: lo schizofrenico uccide in genere persone sconosciute.
I dati di fatto: 53 vittime su 65 sono conosciute dal paziente e scelte con maggior frequenza tra (in ordine crescente) C- parenti di 1° ( padre, madre,fratelli, figli), B- moglie ed amici, A) zii, cognati, conoscenti.
Omicidio di soggetti sconosciuti : 18%
Omicidio di soggetti conosciuti: 82%
Pregiudizi: l'esecuzione del'omicidio è perpetrata in maniera violenta.
I dati di fatto: manifestazione di economicità nell'azione mortifera; in 18 casi vengono utilizzate armi bianche con una media di 4 lesioni inferte; in 15 casi vengono utilizzate armi da fuoco con una media di 3 pallottole. Vi è quindi una differenza non significativa dal punto di vista statistico con gli omicidi preparati dai sani di mente.
Pregiudizi: l'omicidio dello schizofrenico è legato ai suoi deliri e allucinazioni ed in particolare al loro contenuto persecutorio ed imperativo.
I dati di fatto: 29 casi di omicidio commessi in relazione ad un delirio; in particolare 15 casi in cui il paziente si percepiva in situazione di pericolo, 14 casi in cui il paziente manifestava contenuti deliranti del tipo mistico, di sacrificio, di influenzamento, di grandezza, ecc.. Nessun caso attribuibile ad allucinazioni imperanti. "3 casi di omicidio commessi con motivazioni senza relazione con un delirio, ma per rapina, violenza carnale, conflitto per interessi economici, gelosia, litigio in corso di ebrezza alcolica.
Pregiudizi: gli schizofrenici omicidi sono tutti "paranoidi" e non hanno mostrato comportamenti violenti in precedenza.
I dati di fatto: sono resi in esame pazienti con diagnosi di psicosi schizofrenica di tipo paranoide; 27 casi di cui 15 con disturbo antisociale di personalità e 6 con disturbo borderline di personalità. 15 pazienti con psicosi schizoaffettiva di cui 6 con abuso di sostanze e 5 con disturbo antisociale di personalità. 4 con psicosi schizofrenica di tipo disorganizzato e 6 forme miste.
Risultati: 29 dei 52 pazienti in esame presentavano precedenti penali per reati contro la persona ed il patrimonio.
Pregiudizi: l'omicidio dello schizofrenico è spesso il primo sintomo attraverso il quale si manifesta la psicosi schizofrenica.
I dati di fatto: 52 pazienti omidici; di questi 24 hanno posto in essere un tentativo di suicidio prima dell'omicidio, mentre 38 hanno presentato verbalizzzioni reiterate sul suicidio prima dell'omicidio.
I pregiudizi: la vittina non aveva alcuna percezione della malattia mentale e della capacità di uccidere dello schizofrenico omicida.
I dati di fatto: perezione della vittima (32 casi): in 14 casi il paziente era percepito come "malato di mente". In 6 era percepito come "strano" ma non malato di mente.In 12 casi il paziente era pecepito come sano di mente.
I pregiudizi: dopo aver commesso l'omicidio, lo schizofrenico non mostra alcuna partecipazione affettiva al fatto.
I dati di fatto: comportamento del paziente dopo l'omicidio; in 22 casi il paziente è rimasto sul luogo del delitto passivamente, in 9 è stato verbalizzato un sentimento di colpa, in 18 egli si è recato dalla Polizia per confessare il delitto, in 9 ha messo in atto accorgimenti per eludere la responsabilità e sfuggire alla cattura, in 6 il paziente ha tentato il suicidio subito dopo il fatto.
Il pregiudizio: dopo aver commesso un primo omicidio, lo schizofrenico non ne commette altri.
I dati di fatto: su 31 pazienti schizofrenici presi in esame ad un follow up di 20 anni, 17 di questi sono recidivi per comportamenti omicidiari.
In ultima analisi con questi pazienti è necessario attuare una accurata diagnosi (evitando gli scotomi diagnostici), una altrettanto attenta valutazione della diatesi omicidiaria, il mantenimento del controllo farmacologico sull'aggressività (a lungo termine) e una valutazione delle relazioni psicopatologiche tra soggetto schizofrenico e vittima.
Università degli studi di Sassari. G.C. Nivoli. Tratto da: "atti del corso di formazione per operatori OPG". Firenze 8.11.2003.

Sindrome da carcerazione e parasuicidiaria

Con sindrome parasuicidiaria o erosione suicidiaria possiamo definire condotte, atteggiamenti, generalmente consapevoli e stili di vita tali da poter compromettere gravemente il proprio stato di salute e mettere a repentaglio la propria incolumità fisica. Sono frequenti in ambito penitenziario e sono attuate, in genere, a scopo rivendicativo o dimostrativo; la loro individuazione spetta al servizio medico e psicologico interno alla struttura penitenziaria. Questa condotta può essere considerata una strategia per ridurre la tensione emotiva e lo stress, un’espressione d’ansietà, vergogna per lo stato di carcerazione a cui consegue un’autopunizione. In alternativa sarebbe ascrivibile ad una difficoltà di controllo degli impulsi autodistruttivi dovuti a traumi giovanili o come una ricerca di fermare le sensazioni di depersonalizzazione e dissociazione. Il sesso femminile ne è maggiormente affetto (1,2). Le sindromi parasuicidiarie sono classificate come S.H.B. o self harming behaviour e comprendono, ad esempio, il fumare, il bere, il mangiare in modo incontrollato. Si distinguono dal S.I.B. o self injurious behaviour, comprendente autolesionismi minori ( ferite autoinferte, ingestione di caustici, pile, lamette, inalazione di gas da fornello, massiccia ingestione d’alcolici ) e dal S.M.B. o self mutilatium behaviour in cui si riscontrano mutilazioni gravi, castrazioni, amputazioni di dita, eccetera. Sebbene di drammatico e shoccante impatto visivo, le automutilazioni non rappresentano tentativo di suicidio; infatti chi le attua intende punire e ferire qualche altra persona. (Walsh, Rosen, 1988)(3,4,5).

La ronda dei carcerati (olio su tela, cm 80 x 64 realizzato nel 1890 dal pittore Vincent Van Gogh.Museo Puškin di Mosca).
Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (D.A.P.) pubblica con cadenza regolare i dati riguardanti gli autolesionismi maggiori nelle carceri italiane cioè suicidio, suicidio mancato, ferite autoinferte, atti di violenza etero ed auto diretta, non considerando questa serie di eventi “minori”, ma probabilmente propedeutici ai sopraccitati. Esistono altresì scarse fonti bibliografiche riguardanti la sindrome parasuicidaria anche in virtù della sottovalutazione che spesso gli operatori sanitari, operanti negli istituti di pena, pongono in atto nei suoi confronti, maggiormente occupati a trattare il quadro acuto piuttosto che prevenirlo individuando i sintomi prodromici. Non facilitano inoltre questo compito l’eterogeneicità dei quadri clinici e il modo spesso subclinico con cui si manifestano. Il sovraffollamento delle carceri, le difficoltà linguistiche e le conseguenti incomprensioni amplificano queste problematiche facendo in modo che anche ripetuti segnali d’allarme non ottengano un’adeguata risposta medica e supporto psicologico. Maggiormente esposti a questi rischi sono i soggetti reclusi nelle case circondariali dove esiste un altissimo turnover di detenuti ed il personale è spesso occupato a trattare casi urgenti come sindromi astinenziali da tossici, crisi acute di pertinenza psichiatrica, screening e visite di primo ingresso. Inoltre interessati da tali problematiche sono soggetti giovani, alla prima esperienza detentiva, in attesa di giudizio che rappresentano la parte preponderante degli ospiti di tali istituti.
 Casi clinici.
Secondo la classificazione di Ringel inerente le fasi del processo suicidarlo, la prima di queste è costituita da un senso di inadeguatezza, insufficienza e d’incapacità del soggetto, nel nostro caso detenuto, di rapportarsi al nuovo ambiente e realtà; questo produce manifestazioni ansiose, d’angoscia, irrequietezza, eccitazione, disinteresse crescente verso la sfera affettiva (6). Situazione che ricorda molto i caratteri della sindrome in corso di trattazione. Seguirà una seconda con un peggioramento del quadro sintomatologico ed un restringimento psichico con evoluzione verso gesti autoaggressivi ed infine una terza in cui si manifesta la fuga nell’irrealtà o anestesia psichica con assenza di timore per la morte.
Possiamo annoverare tra S.H.B. le condotte intraprese in carcere, ad esempio, dai diabetici insulino trattati o dai cardiopatici gravi, con precedenti d’infarto, ipertensione arteriosa, o h.i.v. positivi in trattamento con inibitori delle proteasi, che interrompono bruscamente l’assunzione della terapia per ottenere, il più delle volte, soddisfazione di qualche bisogno, per altre motivazioni di carattere psicologico associate alla sindrome da carcerazione, trauma da ingresso in carcere o per richiedere la somministrazione di farmaci ritenuti più efficaci o precedentemente utilizzati e poi, a loro giudizio arbitrariamente sospesi. In caso di protesta verso una detenzione ritenuta ingiusta, molto spesso si attua il digiuno volontario, comportamento che si cerca di dissuadere e si controlla clinicamente; pratica di protesta consolidata negli anni, che tende ad aumentare, anche se non si apprezzano danni fisici e cali ponderali di rilievo anche, in virtù del fatto che non è più attuato l’isolamento sanitario del soggetto attuante. Interessante notare, dallo studio dei singoli casi, come lo sciopero della fame e talvolta della sete, s’interrompa spontaneamente tra il 1° ed il 7° giorno. Ciò può essere determinato dal fenomeno del contagio sociale in carcere, cioè quella serie di comportamenti d’emulazione osservabile, anche sottoforma d’azioni autolesionistiche seguenti ad un isolato episodio di partenza o scatenante, in un numero decisamente superiore alla media, in un ristretto periodo di tempo. In questo specifico caso però, esso assume caratteristiche positive in quanto il detenuto comprende l’inutilità del suo gesto ai fini processuali o detentivi confrontandosi con le esperienze altrui o ascoltando i consigli del sanitario, dell’educatore o semplicemente vedendo gli altri mangiare. Se l’anoressia rappresenta una possibile caratteristica del primo ingresso e il digiuno una modalità di protesta, la bulimia è spesso in gioco nelle fasi centrali della detenzione, in cui si avverte maggiormente la sindrome da prisonizzazione. E’ quasi costante un aumento di peso dei detenuti, da un lato per l’inattività protratta, dall'altro per l’eccessivo utilizzo di alimenti ipercalorici acquistati dal sopravitto ( i detenuti possono acquistare autonomamente generi alimentari dall’esterno ). Questo, per particolari classi a rischio, è considerato un atteggiamento pericoloso: la glicemia nei diabetici può salire in modo incontrollato, la colesterolemia e trigliceridemia nei cardiopatici, allo stesso modo, può influire sull’andamento di talune patologie cardiache. Sebbene inviati al controllo degli eccessi, spesso alcuni detenuti non ottemperano ai consigli dietetici forniti dal sanitario, il più delle volte mostrando disinteresse per gli stessi e per le possibili conseguenze di un marcato aumento di peso. Per contro, quasi tutti i soggetti che si recano in infermeria chiedono di potersi pesare quasi ciò rappresentasse un modo di monitorare se stessi nei confronti delle conseguenze della detenzione. Allo stesso modo in cui il tempo scandisce le giornate ed il count-down alla scarcerazione, la bilancia visualizza ciò che il tempo trascorso in carcere ha determinato e modificato. Quasi tutti si lamentano di aver acquistato peso pur non facendo nulla per contrastarlo.“Si parla di Sindrome da carcerazione in tutti quei casi in cui l’individuo appare, indipendentemente dalla gravità del reato commesso, angosciato, oppresso, preoccupato, chiede consigli di aiuto al medico e spesso compaiono fenomeni ipocondriaci ed idee coatte (claustrofobia). Il complesso sintomatologico descritto compare già dopo 24 ore di permanenza in cella e raggiunge in suo acme dopo 2-3- giorni. Essa si manifesta in modo direttamente proporzionale alla sensibilità e cultura del detenuto. (7-8)Il trauma da ingresso in carcere è caratterizzato da una serie di fenomeni fisici di rilievo, quasi esclusivi di soggetti precedentemente sani e alla prima esperienza detentiva. Questi sintomi sono: inappetenza, anoressia completa, stipsi ostinata, cefalea ed insonnia, vertigini, precordialgia, associati a tachiacardia ed extrasistolia, tremori fini agli arti, modificazione della pressione sanguigna, turbe del tracciato elettrocardiografico. Per quanto concerne il sintomo inappetenza, possiamo affermare che, in alcuni casi, esso può manifestarsi sottoforma di anoressia nervosa, conseguente alle violente emozioni derivanti dall’ingresso in carcere che determina disgusto per tutti i tipi di cibo. Inoltre si repertano manifestazioni di tipo psicosomatico a livello dell’apparato gastroenterico con turbe della motilità e della secrezione gastrica; in alcuni casi spasmi esofagei che possono anche condurre all’impossibilità di alimentarsi. La stipsi si osserva costantemente e molto spesso diviene persistente; la sete intensa è un sintomo di solito transitorio; la cefalea è spesso conseguente alle turbe del sonno determinate dal nervosismo, affaticamento mentale, dall’ipoalimentazione, dal sovraffollamento delle celle, dal fumo di sigaretta in ambienti ristretti e con poco ricambio d’aria. La dispnea con senso di fame d’aria, angoscia respiratoria, il conseguente timore di essere affetti da patologie cardiache sono altri sintomi che allarmano il detenuto e che necessitano comunque di approfondimento diagnostico elettrocardiografico. La presenza di fini tremori agli arti, dolori lievi precordiali, vertigini, lipotimie, estremità umide e fredde sono sensazioni riconducibili anch’esse alla predetta condizione psicologica.”( Mastrantuono, Della Rovere, D’Errico, 1998 )(9,10,11). La scarsa affidabilità del dato anamnestico e sintomatologico riportato dei detenuti, che comunque cercano generalmente di amplificare il loro malessere, rappresenta un insidia per il medico di medicina penitenziaria che rischia di sottovalutare o eccessivamente enfatizzare gli stessi. Altra caratteristica del S.H.B. è il rifiuto di eseguire prelievi ematologici necessari a monitorare l’andamento di una grave malattia metabolica, come la determinazione della glicemia nel diabete, la viremia plasmatica nei sieropositivi da h.i.v. la digossinemia nei cardiopatici scompensati, eccetera. E’ interessante notare come nelle forme ad “ eziologia rivendicativa “, maggiore è la gravità della patologia, maggiore è la tendenza ad attuare questa condotta; da un lato per ovvie possibilità d’impatto al destinatario del messaggio ( magistrato, medico, direttore ), dall’altro perché, generalmente, questi soggetti sanno riconoscere, essendone da tempo affetti, i sintomi d’allarme della propria malattia e sanno condurre la loro azione fino ad un punto, oltre al quale, i segni fisici soggettivi ed oggettivi ne consigliano la sospensione: nel cardiopatico, ad esempio, la comparsa di angor toracico con o senza alterazione dell’elettrocardiogramma, nell’iperteso, la cefalea intensa, nel diabetico, lo stordimento, il calo del visus, le parestesie periferiche e quanto altro. Quindi possiamo dire, per il detenuto, che maggiore è la conoscenza della propria patologia, maggiore è la possibilità che la utilizzi per ottenere qualcosa. In casi associati a grave depressione invece, il soggetto può ignorare consapevolmente i predetti sintomi d’allarme e spesso, qualora esso non receda dal suo comportamento, è necessario disporre l’invio ad un centro clinico e nel frattempo aumentare il supporto psicologico. In alcuni altri soggetti, si rileva uno stato apatico tale da determinare il rifiuto di scendere in infermeria per la somministrazione della terapia parenterale per il semplice motivo che non vogliono fare le scale o alzarsi dal letto. In alcuni altri soggetti si è notato come, maggiori erano le determinazioni quotidiane della glicemia, maggiori erano le possibilità che essi assumessero, poco prima, elevati quantitativi di zuccheri per alterarne il risultato, come poi confermato dai compagni di cella.

Altro dato interessante è il numero elevatissimo d’infortuni che accadono durante l’attività sportiva, partite di calcio principalmente, durante “l’ora d’aria “ o in palestra, sottoforma di distorsioni, traumi, ferite ed escoriazioni. Ciò è senza dubbio determinato dalla necessità di scaricare la propria tensione psicofisica ed aggressività in modo accettabile e “ legale”. Da notare inoltre che, chi si è infortunato, difficilmente attua gesti autolesionistici e gli stessi, generalmente, aumentano nei periodi in cui, per motivi climatici, l’attività fisica esterna non si può attuare. In palestra, oltre ai suddetti infortuni, si attuano danni derivanti dall’eccesso d’attività sportiva sottoforma di strappi muscolari, dolore articolare e muscolare da accumulo di acido lattico per eccessivo carico di lavoro non programmato e stressante in soggetti costretti ad inattività prolungata per lo stazionamento in cella. Oltre alle predette finalità di scarico della tensione emotiva e dell’aggressività, può essere plausibile che la carcerazione produca nel soggetto che la subisce una diminuzione della capacità di riconoscere i propri limiti fisici con conseguente maggiore possibilità di superarli in modo critico.
Può essere, inoltre, che il detenuto tenda ad avere una minore volontà di preservare la propria incolumità e la esprima in questo modo, certamente di più difficile individuazione. Nella realtà esterna, atteggiamenti simili sono individuabili in chi, ad esempio, sebbene con tassi alcolemici ben superiori alla norma, si mette alla guida della propria autovettura o, chi sebbene epilettico, guidi la moto senza aver assunto la propria terapia abituale, cerchi rapporti sessuali occasionali senza attuare adeguate procedure di protezione. Ciò può essere determinato da una crisi del saper individuare, in determinate situazioni di stress, le possibili conseguenze di un gesto o di un’omissione; inoltre può essere annoverato tra gli atteggiamenti di sfida, che nel mondo esterno, talvolta, sono fini a se stessi, mentre, in carcere, sono finalizzati all’ottenimento di qualche beneficio o all’attivazione della richiesta d’accudimento. Inoltre, in linea di massima, si rischia di più e più consapevolmente, e per contro, si trova sempre qualcuno che risponde, in un modo o nell’altro, alle proprie aspettative, mentre spesso all’esterno ciò non accade. Paradossalmente in carcere è più agevole seguire soggetti con problematiche psicologiche, siano esse primitive o associate a tossicodipendenza o con patologia psichiatrica: in effetti, è lo stesso detenuto a richiedere periodici incontri con lo specialista visto spesso, purtroppo, come veicolo per ottenere maggiore terapia farmacologia che rappresenta una fuga dal mal di detenzione. Se si dorme di notte, si ha meno tempo per pensare alla propria situazione, se si riposa di pomeriggio la giornata termina prima ed un altro giorno è passato. All’esterno, vuoi per le normative che rendono estremamente difficile il rapporto medico – paziente psichiatrico, la diffidenza con cui è vista la malattia stessa, la scarsa volontà e motivazione per affrontare le proprie problematiche producono spesso dei veri e propri stati d’abbandono in cui la famiglia rappresenta l’unico vero sostegno.


Le sindromi parasuicidarie in carcere possono essere viste come “ danno da ricerca d’aiuto”. Allo stesso modo però in cui il tossicodipendente si assuefa all’uso di droga, il self- injuring si può abituare al dolore e ricercare lesioni di sempre maggiore gravità, rischiando ad un certo punto anche la vita. La patomimia cutanea, è una forma d’autolesionismo minore a livello cutaneo tendente a simulare una malattia dermatologica. L’autolesionismo in carcere sottende spesso una depressione borderline che si esprime oltre al cuting ( 80% ), con ematomi ( 14% ), bruciature con mozziconi di sigaretta ( 4% ) e morsi ( 2% ) autoinflitti. Non di rado giungono alla nostra osservazione detenuti che si procurano, percuotendosi, degli ematomi alle gambe e alle braccia sostenendo d’essere affetti da una malattia ematologia o dermatologica. Gli esami di rito risultano tutti nella norma. Si rileva inoltre un alto numero d’eritemi cutanei pruriginosi e conseguenti lesioni da grattamento di probabile natura psicosomatica. Alcuni soggetti, con ferite anche di notevole entità, sia autoinferte sia su base infettiva, rimuovono arbitrariamente le medicazioni. Altri, con mezzi di fortuna, eliminano gli apparecchi gessati solo perchè gli creano fastidio o prurito. Un detenuto, con una grave infezione al piede, salvato dalla possibile amputazione solo dall’ingresso in carcere e la conseguente terapia intrapresa, continuava pedissequamente e rimuoversi la medicazione e rifiutava che la stessa fosse riposizionata. Il continuo craving farmacologico del detenuto sia tossicodipendente sia non, rappresenta anch’esso una diminuzione della volontà di preservare la propria incolumità fisica. Abbiamo prima osservato come la cefalea e la lombalgia nei detenuti siano aspetti e presenze costanti; analogamente sono frequenti disturbi gastrici ed enterici da stress. Per il trattamento dei primi, i detenuti richiedono e ricorrono in modo massiccio all’uso degli antidolorifici anche parenterali procurandosi lesioni gastriche talvolta di rilievo; ciò nonostante tutti i tentativi di dissuasione del soggetto a cui viene infine spesso sospesa la terapia. La volontà di ottenere benessere immediato associato alla necessità di accudimento in quanto malato sono spesso i motivi scatenanti del comportamento posto in essere dai detenuti. Questo appare evidente in detenuti giovani e temprati che si preoccupano per segni e sintomi che, in libertà, non avrebbero nemmeno considerato.Un altro aspetto interessante è la costante e rilevante presenza nella popolazione detenuta del tatuaggio e del piercing. Un recente studio ha rilevato come questa pratica che, per alcuni ricercatori ha caratteristiche del S.H.B. in realtà proteggerebbe dagli atti autolesionistici rappresentando un self-care e non essendo esso associato ad alcun tratto particolare e patologico della personalità. (Claes,Vandereycken,Vertommen,2005). In ambito penitenziario esso assume anche valore distintivo e d’appartenenza a cui si assocerebbe una scarsa predisposizione all’autolesionismo (12). L’utilizzo smodato d’alcolici rappresenta un altra via di fuga dalla detenzione; è una pratica frequente anche se controllata in modo capillare dal personale medico. Infatti, gli alcolici sono proibiti a chi risulta affetto da patologie epatiche quali epatiti virali e cirrosi e a chi fa uso di farmaci potenzialmente gastrolesivi o attivi sul sistema nervoso centrale. Inoltre si è notato che spesso, nel caso d’autolesionismi maggiori, il detenuto in stato d’ebbrezza alcolica. Coloro che, pur rientrando in queste categorie, di nascosto utilizzano grossi quantitativi d’alcol, spesso associati a tranquillanti e sedativi rischiano gravi conseguenze sanitarie. Analogo discorso può essere fatto nei riguardi della pratica d’utilizzo del gas da cucina, fornito ai detenuti per scaldare le vivande in cella, che vie inalato a scopo narcotizzante.
Conclusioni.
Sebbene gli atti eclatanti quali suicidio e autolesionismi maggiori, rappresentino un evento dall’impatto senza dubbio maggiore sia all’interno della struttura penitenziaria che all’esterno, l’andamento del benessere del detenuto in carcere dovrebbe essere commisurato al numero degli eventi di S.H.B. che, sebbene molto spesso passino inosservati e inindicizzati statisticamente, ci possono fornire delle utili indicazioni circa la possibilità d’ulteriori e più gravi sviluppi in senso autolesionistico o autosoppressivo nella condotta del soggetto recluso.
La prevenzione si attua attraverso un maggior controllo sulle abitudini di vita intracarceraria del soggetto, il monitoraggio del ricorso all’infermeria del detenuto o del suo eventuale rifiuto a sottoporsi a controlli clinici di routine. In questo caso si può affermare come prevenzione e terapia siano praticamente coincidenti essendo entrambe costituite dal supporto psicologico a cadenza regolare o nell’acuto. Di fondamentale importanza sarà quindi l’azione combinata di medico e psicologo, il primo deputato all’individuazione dei fattori di rischio e degli atteggiamenti patognomonici, il secondo al loro trattamento in sinergia con lo specialista psichiatra, qualora sia necessario un trattamento farmacologico.

Carcere ed autolesionismo grave : retrospettiva di 18 anni c/o ** sezione maschile

Vengono presi in esame gli atti autolesionistici  di particolare gravità e che hanno richiesto l'ospedalizzazione urgente attuati dalla popolazione detenuta c/o ** nel periodo compreso tra il 1984 ed il 2002. In particolare vengono considerate le ferite auto inferte, l'ingestione di corpi estranei, di tossici ed i tentativi di suicidio. Dai dati emerge una sostanziale diminuzione della pratica d'ingestione di corpi estranei (lamette, batterie) radiograficamente accertata, mentre si è evidenziato un aumento di suicidi tramite impiccagione. In diminuzione  il ricorso allo sciopero volontario della fame a scopo dimostrativo, prolungato oltre al 25 esimo giorno.Stabile l'ingestione di tossici e/o caustici che comunque richiede, a scopo precauzionale e cautelativo, quasi sempre l'invio presso strutture ospedaliere per il monitoraggio ed eventuale terapia. In questi ultimi anni la popolazione detenuta è profondamente mutata; in particolare è cresciuto in modo significativo il numero di ospiti extracomunitari, mentre rimane sostanzialmente invariato quello degli italiani, sia essi tossicodipendenti o non. Risulta particolarmente difficile formulare una statistica nell'ambito di una popolazione così eterogenea. Si cercherà comunque, ove possibile, di separare gli atti compiuti dalle popolazioni diverse.
Una delle mansioni principali del medico di medicina penitenziaria, coadiuvato dallo psicologo dei Nuovi Giunti, è quello di scongiurare il pericolo rappresentato dall'attuazione di atti autolesionistici, oltre a garantire la continuità medica assistenziale ed il supporto psicologico. Il servizio di guardia medica interno consente attraverso una visita preliminare e la raccolta di dati anamnestici, un primo screening sulle abitudini del detenuto in particolare sull'uso di sostanze stupefacenti, alcool e psicofarmaci. Inoltre vengono valutati i parametri vitali, le eventuali lesioni traumatiche al momento dell'ingresso, lo stato di coscienza. Spetterà poi allo Psicologo il delicato compito di valutare il rischio d'autolesionismo del soggetto e di disporre attraverso la comunicazione all'Ufficiale di Polizia Penitenziaria il regime detentivo più indicato. Questo può essere ordinario, qualora non sussistano pericoli di atti autolesionistici, può essere adottata la grande sorveglianza da parte degli Agenti di P.P., qualora siano presenti e/o valutabili questi elementi di rischio. Qualora il detenuto abbia già  tentato il  suicidio o  eseguito gesti d'autolesionismo di particolare gravità o quando ancora la situazione psicologica lo richieda, lo stesso viene posto  in regime di grande sorveglianza, privato in cella di tutti quegli oggetti potenzialmente pericolosi e lesivi. Oltre a questi provvedimenti, può essere richiesta una consulenza specialistica psichiatrica urgente. Tutto ciò però non è sufficiente a scongiurare completamente il pericolo di tali gesti; in effetti una recente ricerca sostiene che l'incidenza del suicidio nella popolazione detenuta è circa 16 volte maggiore rispetto alla popolazione non ristretta ( 11,6 / 10.000 detenuti contro 0,7 / 10.000). IL 30% di questi soggetti adduce cause puramente strumentali nella genesi dell'atto autolesionistico o autosopressivo, come la protesta per una detenzione ritenuta ingiusta, volontà d'essere trasferito di cella o in un' altra struttura detentiva, richiesta di cella singola, timore nei confronti dei compagni di cella, ecc. Il 40% è riferibile allo stato depressivo conseguente alla detenzione. Nei casi restanti non è possibile risalire alla motivazioni del gesto in quanto o non vengono dichiarate o il soggetto non è in grado di spiegarle in modo esaustivo. I tossicodipendenti, ritenendo spesso inadeguata  alle proprie necessità la terapia prescrittagli, mettono in atto tali gesti, spesso dimostrativi, al fine d'ottenere farmaci sedativi aggiuntivi o per crisi d'astinenza.  
Se consideriamo l'ingestione di corpi estranei, gli oggetti maggiormente utilizzati sono le lamette da barba, intere o frammentate, seguite dalle batterie della radio. In un caso un soggetto ha ingerito un taglia unghie, mentre un secondo un pezzo di forchetta metallica ed un termometro. Tutti i casi si sono risolti con la spontanea esplusione del corpo estraneo e con la richiesta di dimissione anticipata dall'ospedale e contro il parere dei sanitari, formulata dal detenuto. In un singolo caso il soggetto è stato sottoposto a laparotomia urgente per asportazione della batteria in sospetta perforazione intestinale (batterie ad involucro di materiale biodegradabile, in uso alla fine degli anni 80 e facilmente attaccabile dai succhi gastrici). Complessivamente abbiamo riscontrato 14 casi di ingestione di lamette da barba, 7 di batteria;  14 casi in cui non è stato possibile risalire al corpo estraneo ingerito per mancanza di riferimento nei registri. Per ciò che riguarda l'ingestione di tossici o farmaci, complessivamente abbiamo riscontrato 5 casi degni d'ospedalizzazione urgente per ingestione di benzodiazepine. 
Le ferite da taglio autoinferte sono complessivamente 12. La localizzazione preferenziale è il braccio destro. Sedi particolari risultano essere in un caso la pianta del piede sx. e  l'area toraco - addominale (sventramento). Di particolare gravità la lesione della giugulare esterna in ferita laterocervicale dx. in un caso e la lesione dell'arteria radiale  destra al terzo medio dell'avambraccio che ha richiesto un intervento d'anastomosi termino terminale a punti staccati.  Di rilievo inoltre un 'altra lesione della giugulare sx. In tutti questi casi i soggetti mostravano un importante shock emorragico. 
I tentativi di suicidio sono stati complessivamente 8 di cui tre riusciti. Tutti quanti sono stati posti in essere da soggetti profondamente depressi a causa della detenzione ed attuati mediante impiccagione. In particolare i tentativi attuati nel 1989, nel 1992 e nel 1993 sono stati operati da soggetti tossicodipendenti da eroina e con disturbi di tipo borderline della personalità.
Lo sciopero della fame prolungato oltre al 25 esimo giorno pare essere negli ultimi anni praticamente scomparso, anche se alcuni detenuti utilizzano ancora questo strumento di protesta. In un caso recente  protratto fino al 17 esimo giorno, abbiamo potuto constatare solo una diminuzione insignificante del peso corporeo (2 Kg.).   Complessivamente è stato necessario ospedalizzare 10 detenuti. Un caso di sospensione al 50 esimo giorno ed un altro al 45 esimo hanno determinato un grave deperimento organico.  
Il ricorso all'ingestione di tossici come detersivi, disinfettanti, caustici è abbastanza frequente anche se gli stessi vengono distribuiti in forma molto diluita onde evitare i danni derivanti dal loro improprio utilizzo.Complessivamente abbiamo avuto 10 casi di questo tipo: 6 soggetti hanno ingerito detergenti, 3 caustici, 1 alcool denaturato. Nove di questi erano di nazionalità italiana, 1 nord africano; 7 tossicodipendenti di cui uno sieropositivo per virus Hiv. Il quadro clinico più grave è quello riscontrato nel 1997 con diagnosi di dimissione d'esofagite di II° e lesioni necrotiche dell'antro gastrico a causa di ingestione di detergente liquido.Da segnalare inoltre nel 1985 e nel 1988 l'ingestione combinata di lamette da barba e di detersivi da parte di detenuti italiani. Nel 1989 di ferite autoinferte al braccio ed ingestione di detersivi. Il caso segnalato nel 2000 di'ingestione d'alcool denaturato per disinfezione è stato posto in atto da un etilista cronico; non è dato sapere se per crisi d'astinenza o a scopo suicidiario.  A scopo senz'altro euforizzante è l'utilizzo del gas da fornello che viene utilizzato  dai detenuti  in cella per scaldavivande. In un caso di inalazione massiccia, i soggetti presentavano un quadro clinico con sintomatologia a carico del sistema nervoso centrale (stato confusionale - soporoso con evidente disorientamento spazio-temporale, maggiormente evidente nel caso associato all'assunzione massiccia di alcolici). Da segnalare nel corso degli anni presi in esame la singolare forma di protesta attuata da alcuni detenuti extracomunitari, che si sono cuciti le labbra con del fil di ferro lasciando solo un minimo spazio per inserire un cannuccia per bere. Da rilevare il tentativo d'incendio della cella (parzialmente riuscito) di un detenuto europeo, il cui suicidio è stato prontamente scongiurato dall'arrivo del personale preposto al controllo al piano.
L'utilizzo dell'atto autolesionistico a scopo di protesta dal 1984 al 1990 è stato quasi esclusivamente prerogativa della popolazione detenuta italiana; con l'arrivo di soggetti extracomunitari a partire da tal data è via via cresciuto il numero dei detenuti nord africani e dell'est europeo ed ora molti dei gesti in questione sono da loro attuati, anche se in virtù di una migliore organizzazione interna saniatria, che consente in sede il trattamento di ferite anche importanti e senz lesioni vascolari di rilievo, il ricorso all'ospedalizzazione urgente è molti diminuito.