martedì 10 gennaio 2012

Psicoterapia : analisi delle intenzioni insite nell’agire problematico Parte 2°

Da un punto di vista delle linguistica semantica,  sono stati trovati due metodi per comprendere quello che poi viene definito il significato : l’aspetto paradigmatico e quello sintagmatico (due modalità che la linguistica ha messo a fuoco per cogliere quello che è il senso di una parola, di una preposizione). Stiamo parlando del tipo di significato che organizza quell’azione, anche se poi quell’azione viene vissuta o valutata da qualcuno come problematica (non necessariamente il nostro interlocutore). Cosa facciamo per comprendere le intenzioni sottese all’agire problematico? L’intenzionalità che è legata al problema che il nostro interlocutore ci porta?   Se parliamo dal punto di vista del modello antropomorfista, per noi è utile in termini clinici configurare l’altro come se fosse una persona attiva che si muove sulla base di schemi intenzionali e quindi il problema non è un oggetto ma è un prodotto. L’effetto del modo di configurare è quindi una scelta pragmatica e non sostanziale anche se poi i fenomenologi per esempio, attribuiscono anche sostanzialità al tema dell’intenzionalità. Come facciamo a fare questa operazione? Esempio: una donna che manifesta uno stato ansioso e nel momento in cui ciò accade, il marito le sta più vicino: l’intenzionalità è il tenersi più vicino il marito. E’ utile quindi l’esame del contesto che sta intorno al problema. Per intenzionalità non ci riferiamo necessariamente ad un’azione volontaria, consapevole; questa è semplicemente una modalità attiva che l’altro ha per organizzare, gestire una azione in un determinato contesto. Il significato di un gesto è costruito sulla base delle reazioni che gli altri offrono a questo gesto.   Quindi quando ci troviamo di fronte a problematiche strane o sintomatiche per le quali, chiedendo all’altro perchè si comporta in un determinato modo, otteniamo la risposta “non o so, ma sto male” (egli non ha la consapevolezza o non riesce a costruire sul piano volontario quel tipo d’azione), se esploriamo quali sono le reazioni degli altri o il momento in cui avviene tale azione (la situazione in cui l’azione problematica viene agita), possiamo in qualche misura ricostruire ex novo il significato connesso a quel gesto. Un altro esempio:  un cliente viene da me e si lamenta di vivere dei momenti di tristezza senza riuscire a dominarli e controllarli.  E’ opportuno dunque fare la fotografia della situazione e della sequenza di questo momento di tristezza, ossia cosa c’è prima, durante e dopo.  Si scopre che questo è l’episodio che consente poi alla moglie di avvicinarsi e condividere con lui uno spazio d’intimità (ciò non aveva esito di svilupparsi in momenti altri che non fossero quelli). Il gesto legato al problema ha una finalità che è connessa ad uno spazio relazionale e che può essere vissuto dal nostro interlocutore a vari gradi di consapevolezza. Questo è l’aspetto di studio del significato sul piano sintagmatico. Una parola può essere significata o noi siamo in grado di cogliere il significato di quella parola, se analizziamo la sequenza di parole che segue e precede quel termine.  L’interazione si sviluppa sul piano temporale ed è necessario cogliere l’agito problematico all’interno di una sequenza, perché a fronte tale sequenza, possiamo meglio comprendere il significato che ne è avviluppato. Il prima e il dopo. Tale analisi va condivisa con il nostro interlocutore al fine di garantirgli la possibilità d’intravedere una prima intenzionalità legata al suo sintomo e quindi, quella cosa che gli sembrava mostruosa, subita, vissuta come una palla al piede, è rivista come dotata di un’utilità profonda e che si lega a bisogni, esigenze o ad aspettative di vario tipo. Già nel condividere questo tipo d’analisi, introduciamo un lavoro terapeutico di ri-scrittura della storia problematica: quello che è un sintomo, diventa un agito intenzionale  e ciò può consentire la fuori uscita dal problema. Il paziente acquisisce uno schema di controllo su quegli aspetti che subiva nonostante ne fosse lui l’autore segreto.
C’è un altro aspetto che può essere utile tenere in considerazione, quando facciamo un’analisi di questo tipo (molto praticato ad esempio nella terapia dei costrutti personali). Cosa è necessario fare? (legato al discorso precedente sulle distinzioni e sulle differenze).  Al signore che portava in terapia il momento di tristezza, poniamogli questa domanda: “cosa fai prima, cosa fai durante e cosa fai dopo?” Se la risposta è : “dopo viene mia moglie e mi consola”, ciò è rilevante e concede a quel momento un significato che prima non aveva. Cos’altro possiamo metter in campo per investigare meglio il mondo di significati sulla cui base il cliente dice a se stesso: “ho un momento di tristezza?” Qual è la domanda che è celata dietro al racconto che il paziente ci fa? (Tristezza – felicità = l’opposto psicologico non è necessariamente l’opposto che troviamo nel dizionario. Non diamo per scontato l’aspetto degli opposti che i nostri interlocutori ci portano. Spesso scopriamo sono una cosa completamente diversa da quello che immaginiamo). Jacques Derrida diceva che ogni parola è usata per distinguere un segmento da un non detto; il non detto diventa significativo per attribuire il senso a quella parola. Nel momento in cui io dico azzurro, sto anche dicendo che non è marrone. L’imprenditore triste che ha risposto alla richiesta di raccontare come è, secondo lui, una persona che non è triste”,  ha detto che : “una persona non triste, non è una persona felice, ma è una persona sana”.   Nel suo mondo psicologico, tristezza, è utilizzata come elemento distintivo da un non detto  che è un non detto di sanità. Egli aveva una profonda paura d’essere malato di mente. D’avere qualche problema serio ed il non detto rimane tacito, implicito, dato per scontato. Facciamo quindi un’analisi sequenziale: prima e dopo (dove il dopo è a mio giudizio più rilevante). Il durante è utile esplorarlo per passare da una definizione del problema di tipo astratto, ad una che sia in grado di rapprenderlo in una lettura concreta, quasi empirica. Quando lavoriamo sul piano dell’azione, dobbiamo farci dire quali azioni vengono compiute quando il cliente è triste: “quando sei triste cosa fai?” “Sto davanti alla finestra, seduto sulla poltrona, afflosciato”.  Oltre a questo, c’è un aspetto che implica tutto ciò che non viene detto, ma che è rilevante per quel tipo di comunicazione che ci viene offerta. A volte capita che il paziente si sia costruito attorno al termine depresso la sua identità; prima di demolirla, è necessario costruire attorno tutta un’impalcatura di sostegno nuova, grazie alla quale poi riesce a reggersi. Non dobbiamo essere irriverenti quando l’altro parla di se con termini anche di tipo medico e psichiatrico, perché sono delle gabbie, ma anche delle stampelle che uno usa per muoversi. E’ il bastone che usa fino a che non gli ripariamo le gambe.

martedì 29 novembre 2011

Psicoterapia : distinzione tra logica strategica e collaborativa. Parte 1°

Utilizziamo una psicoterapia di tipo conoscitivo, ossia l’analisi della situazione problematica del nostro interlocutore. Gli assi su cui ci stiamo spostando per impostare la terapia sono :

AZIONE ----------NARRAZIONE---------RELAZIONE

L’azione sulla base della quale viene costruito ed agito il problema; le relazioni che sono implicate nel definire quel tipo d’azione come problematica. Vi è anche un 4° focus d’intervento : OLISTICO, ossia quello che si occupa della relazione che un individuo ha rispetto un sistema più ampio. Esistono due poli indicatori di movimento della persona che si racconta in terapia: il paziente racconta gli aspetti che non vanno (anche la persona più sana del mondo, messa davanti ad uno psicologo, troverà qualche magagna), ossia elabora tutto un resoconto circoscritto a dettagliare gli aspetti del problema. Su questi elementi costruiamo l’intervento successivo, ossia proponiamo delle prescrizioni, dei compiti. C’è un secondo atteggiamento del terapeuta, complementare a questo, estremamente utile in terapia: egli non lavora solo con una logica conoscitiva, ma anche interagisce nella conversazione clinica già con una modalità terapeutica. Già nella conversazione sono messe in atto alcune strategie che consentono il cambiamento, la soluzione del problema. La terapia strategica  si  muove quasi esclusivamente con la prima logica; è una terapia centrata sul problema: si invita l’altro a raccontare quasi in modo empirico (paradossale sul piano epistemico) , in modo concreto il suo problema, perché a fronte di quel tipo di dettaglio, il terapeuta strategico è poi in grado di prescrivere i compiti a fronte dei quali si interrompono le tentate soluzioni. C’è un'altra tradizione che è poco conosciuta in Italia (che fa riferimento ad un istituto di Milwaukee) e si chiama terapia focale orientata alla soluzione ed è incentrata sulla seconda logica. Funziona non tanto su una logica strategica, ma su una collaborativa (terapia fiorita negli anni 2000). Queste due tradizioni cliniche possono essere intergrate in modo assolutamente utile e pragmatico; questo è il valore aggiunto del modello interazionista e che consente di spostarci su una parte più centrata sul resoconto del paziente ad una in grado di gestire la conversazione con già finalità terapeutiche (orientata alla soluzione). Nei primi incontri la terapia orientata alla soluzione difficile è da intraprendere; se una persona ha  problemi da 5 – 6 anni e viene da noi per esporli, ha bisogno di uno spazio più ampio in cui possa raccontarsi; sembrerebbe infatti innaturale non concederglielo alle prime sedute (può essere percepita come una nostra incapacità di comprendere ed accogliere). La prima fase della terapia con intento conoscitivo, ci consente di trasportare gran parte della stessa al di fuori dello studio; quando siamo in grado di comprendere il problema, possiamo dare delle prescrizioni ad hoc  (il paziente si fa terapia da solo al di fuori dello studio = terapia efficace in tempi brevi, anche posta in essere quando non sta con noi). La scuola interazionista coglie le potenzialità di entrambe le tradizioni; nella prima seduta, cerchiamo di comprendere (se siamo bravi, basta una) e diamo delle prescrizioni ad hoc (a volte ne bastano 2, a volte 3. Se arriviamo alla 4°, ripensiamoci). Alla fine del secondo colloquio diamo delle prescrizioni; se siamo stati efficaci, incisivi nel darle, al 3° colloquio la persona che torna in studio sta già meglio. Il sistema percettivo reattivo (termine mutuato dai sistemici) che mantiene il problema viene percosso, perturbato e la persona nella distanza che separa un incontro dall’altro, ha già sperimentato che nella sua vita quotidiana è possibile una realtà sconnessa dal problema. In questo modo dalla terza seduta, adottare una logica che tende ad amplificare i comportamenti che sono orientati alla soluzione, diventa molto più semplice. Distinzione tra logica strategica e collaborativa : la prima l'utilizziamo sempre  (per logica strategica intendiamo quello che è il principio assoluto epistemologico del modello, ovvero sia il lavorare sempre e necessariamente con l’orientamento  all’obiettivo).  Tutto ciò che facciamo e diciamo deve essere finalizzato. Pericolo: nel tentativo di sbloccare il problema, non cogliamo l’esigenza metacomunicativa del paziente che in quel momento è l’essere ascoltato, in quanto chi gli sta in torno, ad esempio,  non lo fa mai. Nel drop out, è possibile che racconti che siamo dei terapeuti non in grado di accoglierlo, comprenderlo. C’è un aspetto semantico che non riguarda necessariamente l’essere terapeuti e che dobbiamo tenere in considerazione (esempio: rituali da rispettare, i preliminari, anche se sono poco efficaci sul piano terapeutico). La fiducia dell’altro nei nostri confronti va compresa da un punto di vista tecnico (se il paziente non fa una cosa prescritta è perché non ha fiducia): è un effetto psicologico che deriva da una serie di sottili pratiche conversative, posturali, gestuali che noi possiamo valutare. La fiducia può essere anche l’obiettivo terapeutico che noi dobbiamo perseguire in funzione di un certo di tipo d’azioni che possiamo intraprendere. Se conosciamo qualcuno per la prima volta, cominciamo ad ascoltare o osservare quali sono gli impercettibili scambi che vengono agiti e a fronte dei quali la persona ottiene per esempio la nostra fiducia; cosa fa? Ci guarda negli occhi? Ha un tono della voce suadente? Annuisce? Ha una mimica facciale che è simile alla nostra? Sorride? Sta serio ? Cosa fa? Come per la simpatia, cosa vuol dire che quello mi sta simpatico?  Siamo in grado di compiere una serie di piccole mosse che ci consentono di diventare antipatici/simpatici. Sappiamo come diventare antipatici/simpatici. Questo lo facciamo solitamente per un sapere implicito (siamo all’interno di un contesto sociale in cui siamo tutti abituati a tentare d’ottenere la simpatia altrui). Ma quello che facciamo da un punto di vista implicito quando facciamo terapia, può non essere sufficiente per la terapia (la nostra spontaneità non è sufficiente per ottenere effetti terapeutici). Le modalità che abbiamo per fare terapia hanno per una percentuale caratteristiche tecniche; un'altra grossa variabile è figlia dei nostri sistemi relazionali; modalità che siamo in grado di gestire, adottare ed usare sul piano strategico, ma che abbiamo imparato perché abbiamo vissuto la nostra vita. Il rispetto ad esempio, non è un qualcosa che può essere insegnato ed imparato;  non posso fare una lezione alla fine della quale qualcuno può uscire dall’aula con l’acquisizione del concetto di rispetto. Per imparare il rispetto è necessario vivere un’esperienza dove qualcuno ha avuto rispetto per noi. Solo se ci infiliamo su d’una esperienza simile siamo in grado di padroneggiare il rispetto, che poi possiamo utilizzare in altri ambiti ed anche quello terapeutico. Quindi tutti i registri utilizzati in ambito terapeutico sono in piccola parte tecnici, ma per buona parte il risultato della nostra sensibilità culturale. Lavoriamo in modo strategico quando il nostro atteggiamento è orientato all’obiettivo; si è strategici anche quando si compiono azioni nei confronti dell’altro per le quali egli non è a conoscenza di ciò che stiamo facendo. Le prescrizioni che diamo sono molte volte prive di spiegazioni; queste le diamo a posteriori se è necessario. Lavoriamo su una logica che manipola la situazione in modo che il nostro interlocutore si sposti da A a B. La logica collaborativa funziona invece in un sistema completamente ortogonale e cioè noi non siamo più padroni d’ un sapere per il quale facciamo dietro le quinte le cose e ne mostriamo all’altro solo l’effetto, ma coinvolgiamo quasi direttamente il nostro interlocutore nel progetto terapeutico (lo facciamo nostro alleato sulla base dell’intenzione terapeutica che condividiamo). Kelly diceva che il paziente è una persona come noi; questo ci consente di non perdere di vista tutti quegli aspetti di prosodia che abbiamo descritto prima e sulla base dei quali si gioca il movimento di quei sentimenti che vengono condivisi. L’altro ci concede più fiducia se siamo un po’ meno strategici, ma più persone comuni.
Lo S.T.P. (schema di tipizzazione della personalità) è epistemologia; il modo in cui noi conosciamo l’altro è figlio delle nostre esperienze epistemologiche, per cui se abbiamo premesse meccanomorfiche (semplificando), allora categorizziamo l’altro. Se ci spostiamo sul piano antropomorfista, le tipizzazioni non diventano più un atto conoscitivo legittimo, utile, praticabile.
Cos’ è l’esperienza? Non è quando passiamo attraverso una stanza e poi abbiamo esperienza di tale transito. Se fosse connotata con termini semplicistici (immaginando d’essere dei pazienti),  andremo da un terapeuta di 70 anni, perchè ha più esperienza rispetto ad uno di 30. Vi sto dicendo che quello di 30 può avere più esperienza di quello di 70 anni. La nostra esperienza si è tanto più raffinata quanto più siamo in grado di distinguere le differenze ( Bateson : la mente è una struttura che coglie le differenze. Se tutto fosse azzurro, non vedremo l’azzurro.Wolf). La differenza è necessaria.  Buona parte della qualità, delle proprietà mentali e psicologiche non sono entità, ma differenze: per definire un comportamento aggressivo devo farlo sulla base della differenza del comportamento di X  rispetto a quello d’un altro.  Salvini diceva che per fare gli psicologi bisogna aver letto molti romanzi. Perché? Facciamo nostre le infinite distinzioni che sono implicite e tacite e replicate nel senso comune. Quindi quando la nostra capacità di distinguere è più raffinata, siamo molto più in imbarazzo a tipizzare, perché ogni tipizzazione diventa un atto di riduzione talmente estremo che snatura ciò a cui stiamo assistendo. Tanto più siamo in grado di distinguere, tanto più siamo in grado di comprendere chi ci sta parlando e tanto più siamo in grado di regolarci rispetto il nostro interlocutore. Cos’altro può essere, per la nostra formazione, l’esperienza? E’ il fatto d’avere 20 pazienti al giorno per 10 anni? Dobbiamo aspettare 50 anni per essere terapeuti esperti? E’ l’ allenarsi a vedere delle alternative possibili, percorrerle o farle percorrere. Ma andando sul piano strettamente scolastico, l’esperienza è il padroneggiare la metateoria.  Il nostro assetto epistemologico deve essere discusso, visto, analizzato, condiviso, intereriozzato, stressato, sfidato ogni mattina al punto tale che quell’assetto epistemologico è parte di noi.    Ogni cosa che accade quindi nello studio di psicoterapia, siamo in grado di gestirla alla luce del senso che siamo in grado di attribuirgli. Tutto ciò che faremo oggi è l’esito di una metateoria; non è uno strumento che noi prendiamo ed utilizziamo. Non è uno strumento come il martello che prendiamo ed utilizziamo; noi siamo in grado di generare il martello.

martedì 8 novembre 2011

Libero arbitrio e dissociazione tra conoscenza esplicita ed implicita

Le neuroscienze cognitive si limitano, per forza di cose, a cercare di localizzare nel cervello le funzioni mentali. Ora sapere dove, è interessante per un neuroscienziato, ma sicuramente non spiega le funzioni mentali; sapere che certe funzioni si svolgono nelle aree prefrontali, non aggiunge nulla alla loro comprensione. E’ necessario andare alla ricerca dei meccamismi; la localizzazione non è sufficiente. Ciò è importante riguardo la sussisenza del libero arbitrio nell’agire; quando ad esempio afferro un bicchiere, soggettivamente la seguenza di eventi di cui sono consapevole è la seguente :  prendo una decisione, inzio un’azione, monìtoro l’esecuzione di questa ed afferro il bicchiere. In realtà questa è un illusione nel senso che le aree cerebrali coinvolte si attivano prima che io abbia la consapevolezza d’aver deciso. Usando un linguaggio dualistico, pervasivo nella vita quotidiana, si potrebbe dire che il mio cervello ha deciso prima che io sia consapevole di averlo fatto. E’ una questione che ha suscitato molti dibattiti. L’altro aspetto di cui parlerò è la dissociazione tra conoscenza esplicita ed implicita che si osserva in moltissimi pazienti con lesioni cerebrali localizzate: in questi una funzione mentale specifica è andata perduta, ma solo a livello cosciente; a livello non cosciente quella funzione è mantenuta.
Primo problema: noi abbiamo l’impressione d’agire perché lo decidiamo coscentemente; questo è il libero arbitrio, questa è la base della responsabilità penale. Ma è proprio vero? Ci sono diverse ricerche, alcune recenti, altre più datate (le prime sono degli anni 80 del secolo scorso) che ne parlano in modo compiuto La situazione sperimentale è molto semplice: si chiede al paziente che partecipa all’esperimento d’eseguire una azione non a comando (non in seguito ad una stimolazione), ma semplicemente quando ne ha voglia. Tipicamente il soggetto siede ad un tavolo ed il suo compito è sollevare un braccio quando ne ha voglia. Gli si dice: “quando decide, alzi il braccio”. Lo sperimentatore esamina due momenti: quando il soggetto ha avuto esperienza cosciente d’avere deciso d’alzare il braccio e quando, grazie a registrazioni elettriche, emerge che le aree cerebrali coinvolte si sono attivate. Sulla base della nostra esperienza, ci si dovrebbe attendere che inizialmente il soggetto ha esperienza coscente d’ aver deciso, quindi si attivano le aree cerebrali per eseguire il movimento. Vediamo invece che prima si attivano le aree motorie corticali; passano quindi 350 millesimi di secondo e c’è l’esperienza cosciente di volere eseguire il movimento. Trascorrono altri 150 millisecondi ed il movimento viene eseguito. Libet, il primo ad aver fatto esperimenti di questo tipo, sostiene che l’emergere a livello di coscienza della decisione di compiere l’azione, non è epifenomenico, come sembrerebbe, perché in realtà le aree motorie si sono attivate prima (quindi serve poco avere coscienza d’aver deciso). Secondo libet quello è lo scarto temporale (150 msec in situazioni sperimentali) in cui è possibile bloccare l’esecuzione dell’azione. Cioè se non ci fosse l’emergenza a livello di coscenza della decisone, non sarebbe possibile bloccare l’azione. Invece grazie a ciò, l’azione può essere bloccata prima che diventi balistica e vada al compimento in ogni caso. Però il punto cruciale è che il libero arbitrio sarebbe un’illusione dovuta al fatto che per un meccanismo che non è stato ancora completamente delucidato, la decisione cosciente viene retrodatata, nel senso che noi abbiamo l’impressione che preceda e non segua l’attivazione delle aree corticali. Recentemente sulla rivista Nature Neuroscence, è stato pubblicata un’ ennesima conferma delle ricerche di Libet con una precisazione importante: se si estende il periodo di registrazione precedente la decisione cosciente, si osserva che nelle aree prefrontali l’attivazione avviene un paio di secondi prima; quindi la sequenza è : attivazione delle aree prefrontali (aree per il controllo dei processi cognitivi. E’ lì che avviene la decisione); le aree prefrontali quindi innescano le aree motorie. Quindi il tutto emerge a livello di coscienza. Questo è il problema della coscienza legato al libero arbitrio L’ipotesi più probabile e che si tratti di un’ illusione dovuta a questo meccanismo che ci fa retrodatare la decisione cosciente. È una ipotesi, ma non c’è nessuna evidenza empirica che testimoni che l’emersione a livello di coscenza ci permetta di bloccare il movimento. La coscienza secondo Libet ha un ruolo causale; sembrerebbe proprio il contrario ed in base a ciò che è stato detto. Questi invece ipoteticamente sostiene che ce l’abbia, ma solo in senso inibitorio.
Affrontiamo l’altro argomento cioè quello della dissociazione tra conoscenza implicita ed implicita. Tutto ciò che è nella nostra mente c’è, secondo la visione meccanicistica empirica, perché è contenuta anche nel nostro cervello. La coscienza, l’esperienza cosciente è una proprietà che hanno alcune rappresentazioni mentali, non tutte (molto poche per la verità). Questa è una destinzione molto importante che ha anche a che fare con il problema del fine vita (con ricadute legislative). E’ importante distinguere l’esistenza delle condizioni per la coscienza dai contenuti della coscienza : nel caso di lesioni del tronco dell’encefalo, per esempio, che portano al coma o agli stati vegetativi, mancano le condizioni per la coscienza, mentre nei pazienti di cui parlerò, le condizioni per la coscienza sono conservate. Sono compromessi dei contenuti specifici. Le rappresentazioni possono diventare coscenti, a volte diventano coscenti, i processi mai. Due esempi intuitivi: se io chiedo qual’ è la capitale della Francia, Parigi è la rappresentazione che diventa cosciente, però non credo che ci sia mai speranza che diventi coscente il processo che ha portato a recuperare quell’informazione. Se chiedo quanto fa 17 x 5, diventiamo coscienti di una rappresentazione intermedia, ma non dei processi. Negli ultimi trent’anni, l’evidenza che rappresentazioni mentali diventino attive ed abbiano influenza sulle nostre funzioni cognitive e non solo, ma senza diventare coscenti, sono molte; sono state condotte molteplici ricerce a riguardo, sia su pazienti normali che cerebrolesi (il cui studio è più semplificato). Il primo esempio di dissociazione tra conoscenza esplicita perduta ed implicita conservata è costituito da una ricerca di Damasio, menzionata “nell’errore di Cartesio”. Esisono dei pazienti che a seguito di una lesione cerebrale, circoscritta, manifestano una sindrome che va sotto il nome di prosopagnosia. Non riconoscono più i volti che dovrebero essere familiari; sono in grado di dire che quello che hanno di fronte è un volto, di conoscerne l’età , la provvenienza etnica, di determinarne il sesso, ma non sono capaci di dire se è un volto familiare o meno. A tutti noi è accuduto d’incontrare una persona; il volto è noto, ma non ci ricordiamo null’altro di lei; è una situazione abbastanza imbarazzante. Questi soggetti invece non hanno questo imbarazzo perché per loro nessun volto è familiare; ciò che manca è il senso di familiarità. Cosa ha fatto quindi Damasio nella sua ricerca? Ha presentato delle fotografie ad alcuni di questi pazienti con dei volti di parenti (quindi che avrebbero dovuto essere noti) o di personaggi pubblici o dei medici e degli infermieri se ospedalizzati; altri erano volti assolutamente sconosciuti. Il compito del paziente era di dire se gli era noto oppure non noto il viso proposto. I pazienti rispondevano sempre di no. Damasio però registrava un'altra risposta : la modificazione della conduttanza cutanea (il riflesso psicoverbale) che si sa essere superiore di fronte ad un volto noto rispetto ad uno non noto. Scoprì che la risposta neurovegativa era quella corretta, anche nel momento in cui il paziente diceva di non conoscere chi presentato in foto (la madre ad esempio); aveva cioè una risposta psicoverbale che aumentava. C’era quindi una dissociazione tra la conoscenza esplicita che era perduta e costituiva il sintomo (la prosopagnosia) e questo rionoscimento non cosciente che esplicitava come il volto fosse stato riconosciuto. Nella mente del paziente si svolgevano tutti i processi fino al riconoscimento; ciò che mancava era l’emergenza a livello di coscienza. Per il resto era tutto normale. Altro caso è quello della visione imperfetta; questi sono pazienti che a seguito di una lesione cerebrale localizzata, hanno una parte cieca del campo visivo (documentata alla campimetria). Il paziente in quell’area è cieco e tale anomalia è presente anche in visione binoculare. Il paziente se ne accorge subito ed è molto preoccupato; impara quindi ad affinare delle strategie per leggere evitando la parte cieca. Il ricercatore può chiedere la collaborazione del soggetto dicendo: “io a volte le presenterò una luce nel suo campo cieco a volte no, lei mi deve dire quando le sto presentando la luce e quando no”. Il paziente inizialmente è scettico, sapendo di non vedere assolutamente nulla. Al : “provi ad indovinare” questi indovina nel 93 – 97% dei casi; se ci fosse veramente una casualità, dovrebbe avere una media di risposte corrette del 50%. Ciò accade sempre tranne quando la luce cade nella macchia cieca (normalmente presente in tutti noi) in cui si ha una percentuale di risposta corretta del 47%. Il paziente sostiene d’essere cieco, di non vedere, però se costretto ad indovinare ci riesce. Se nella parte cieca presento degli stimoli costituiti da barrette orizzontali, verticali ed oblique ed il compito è di riconoscerle, nel caso di quelle orizzontali e verticali il soggetto ha una prestazione pari al 90% di risposte corrette. Riesce quindi a svolgere il compito senza essere consapevole e pensando di tirare ad indovinare. Altro esperimento pubblicato nel 88 in “Nature” e replicato altre volte, è condotto in pazienti affetti da negletta emidiligenza spaziale (non sono in grado d’esperire ciò che è nel loro campo spaziale di sinistra). A volte questo distrubo riguarda lo spazio personale, quindi non si vestono, pettinano, non mangiano nella parte sinistra del piatto. Per loro la parte sinistra dello spazio non esiste. Di fronte a due disegni di una casa, messa una sopra l’altra, uguali e dove dalle finestre di sinistra di quella sopra escono delle fiamme, il paziente dice che quelle due case sono uguali.
Il paziente è convinto che quelle due case siano identiche, anche se quella superiore è in fiamme. Ma se gli si chiede di scernerne una, (su quale delle due ricadrebbe la sua scelta?) egli sceglie sempre quella senza fiamme e non è in grado di spiegarne il perché. Afferma di preferirla perché più grande, più bella, quando invece un attimo prima aveva detto che erano identiche.

venerdì 28 ottobre 2011

Psicoterapia: incipit terapeutico. Parte 3°

Con le persone che vengono inviate da altri, bisogna fare un lavoro molto diverso. Se un ragazzo ad esempio è inviato dal preside della scuola  ed afferma: “il professore è uno stronzo!” Cosa facciamo?  Terapeuta: “cosa faresti se fossi al mio posto? Viene qui e siediti al posto mio". Se non sappiamo cosa fare, rimbalziamo a lui la risposta, con l’espediente  scenico del cambio di sedia. E' necessario trovare un punto di contatto dicendo: “anche io alla tua età ho vissuto una esperienza analoga”. Può essere rischioso, ma è una buona idea.  Che accordo dobbiamo fare con il ragazzo? Su cosa possiamo far leva sapendo che è stato forzato a recarsi da noi? (motivazione terapeutica). Che obiettivo concordiamo con lui?  Qual è il sentimento principale che anima l'adolescente seduto di fronte a noi? L’ostilità. Allora possiamo dire: “lavoriamo su qualcosa che sicuramente farà indispettire quello stronzo del professore. In tal modo tu ci stai meno quì ed il professore ti odierà perché sicuramente non si aspetta tutto questo da te”. Anche di fronte a casi in cui la motivazione è apparentemente incongrua rispetto al lavoro terapeutico, può essere ridefinita se noi intercettiamo quello che è il bisogno principale dl nostro interlocutore. Così  comunque continuiamo a fare i terapeuti normativi, però  facciamo in modo  che il nostro operato consenta ad entrambe le parti di percepire un risultato; il  professore  vede il ragazzo meno turbolento e quest’ultimo è contento di rendere pan per focaccia a colui il quale lo ha costretto a venire in terapia.  Noi (in veste di psicologi istituzionali) non commettiamo l’errore di riconoscere che il disagio istituzionale portato dal ragazzo  è un disagio proprio del ragazzo. Domande per contestualizzare un problema. Dove? Come? Quando? C’è n’è un’altra importante che è : perché adesso? E’ una domanda che può essere molto generativa, in quanto tante volte troviamo delle persone che si raccontano il problema da molti anni e gli sfugge il  come mai, solo ora, si accorgono d'averlo. Cos’altro chiediamo? Non dobbiamo essere in imbarazzo nel ripetere una, due, tre volte la stessa domanda;  abbiamo bisogno di questo tipo di informazione. Ne hai parlato con qualcun altro?  Con chi?   In questo modo viene introdotto il livello della relazione. Come gli altri reagiscono? Significa  che quello che  analizziamo come tentata soluzione non è soltanto il tizio che è seduto dinnanzi a noi, ma è un’analisi che comprende anche il sistema:  il sistema di relazioni. La mamma, la zia, il fratello, il professore, rispetto al problema, come reagiscono? Che cosa fanno? Che cosa fanno poco prima che tu esprima questo problema e dopo? Come reagiscono a quell’espressione? Rispetto alle relazioni, c’è un altro elemento che è estremamente importante da investigare. Quali sono questi altri che sono più presenti quando c’è il problema: esempio, ho ansia, ma non ce l’ho quando sono con mia madre. Ce l’ho quando sono con il professore. C’è qualcun’altro che ha lo stesso problema? Questa domanda la proponeva anche Kelly tra quelle d'apertura; può avere un effetto positivo e uno negativo. Quello positivo nel dire: “allora c’è qualcun altro......”; quello negativo sta nel dire: “no, sono solo io”.  Chiedere se gli altri riconocono il suo problema o è solo lui ad accorgersi d’averlo?  Questo problema è un problema per chi? Ovvio, per l’individuo. Ma sappiamo che un individuo da solo non esiste. Quindi anche le considerazioni che lui può fare e sulla cui base vive una certa parte della sua realtà come problematica sono figlie di una relazione, d'una credenza condivisa. Qual’è questa credenza? Quale norma infrange? Morale collettiva?  Rispetto a quali valori? E questi valori, da chi sono incarnati? Dalla mamma, lo zio. Ma se qua ci fosse qualcun'altro, sarebbe d’accordo con questo valore?  Il valore della mamma, dello zio, alla luce del quale tu hai il problema, come sarebbe diverso (questo tuo vissuto) se anziché valutarlo la mamma, lo zio, lo valutasse un'altra persona? Il problema non è il problema in se; è un problema solo se fotografato alla luce di un particolare sguardo. Se noi alleniamo la persona a sviluppare altri sguardi e che provengono  da altre fonti, allora ciò che appariva prima come un problema gravissimo, granitico, può anche dissolversi. 

1) Dove? Come? Quando?
2) Perché adesso?
3) Ne hai parlato con qualcun altro?  Con chi? 
4) Come gli altri reagiscono?
5) C’è qualcun’altro che ha lo stesso problema?
6) Gli altri riconocono il suo problema o è solo lui ad accorgersi d’averlo? 
7) Quale norma infrange?
8) E questi valori, da chi sono incarnati?

Cos’altro chiediamo? Se il nostro interlocutore sembra annoiarsi o mostrare insofferenza verso quello che stiamo facendo, in questo caso conviene resettare un po’ tutto e concedergli la parola dicendo: "c’è qualcos’altro che vorresti aggiungere?"  Questo vale in generale e per tutto il percorso, anche se è più utile nelle fasi più avanzate.  “Fammi un esempio di come, quando sei stato male”. Attraverso questa domanda possiamo dare all’interlocutore la possibilità d'essere più preciso rispetto ad alcuni dettagli che possono servire durante la prima seduta. Da: “sto sempre male”, astratto, ad uno per capirci, concreto. Dobbiamo in questo modo ben comprendere le tentate soluzioni poste in essere, messe in atto. Nardone codifica alcune tentate soluzioni: ad esempio c’è un problema di fobia, la tentata soluzione è l’evitamento. Questo tipo fotografia dello schema interattivo disfunzionale è in qualche modo  un contributo notevole e che è figlio di un’ esperienza molto ampia e di ricerca,  per cui a fronte di una gestione molto ampia di dati che  hanno visto fronteggiare molti terapeuti gli stessi  problemi, questi hanno individuato  i pattern delle possibili tentate soluzioni. Qual è il problema di tutto questo? (avere in qualche misura manualizzato le tentate soluzioni) Anche se da lui non è voluto (Nardone) i terapeuti che lo seguono tendono a far funzionare il loro approccio alla clinica in termini diagnostici. Tentano di diagnosticare il problema e a fronte di questo, già sanno quali sono le prescrizioni da dare, proprio perché presuppongono che le tentate soluzioni  siano quelle che il manuale gli dice. Pochi dicono che formalizzare in tal modo le tentate soluzioni uccide il pensiero strategico. Le tentate soluzioni, per quanto alcune possano essere facilmente riconoscibili e più  familiari al terapeuta, vanno sempre e necessariamente esplorate ex novo. Le prescrizioni  che noi diamo e che possono essere più  efficaci nell’interrompere queste tentate soluzioni non sono quelle  che Nardone ci dice di fare o meglio, possono essere quelle, ma l’abilità del clinico è quella di ritagliare la prescrizione che è fatta ad hoc  per quello specifico paziente. Il cliente quindi deve dirci in modo estremamente preciso cosa fa.  “Sto male, mia moglie mi ha lasciato” “Hai fatto qualcosa per stare meno male?” ” Si”  “Cosa hai fatto?” “In che modo stai male?” Facciamoci dettagliare in modo quasi comportamentale tutti gli aspetti che vengono replicati e che possono essere annoverati tra le tentate soluzioni.  “Spengo la luce, mi metto in camera e soffro”.  Sul piano del contenuto, una persona che ha un figlio che si è suicidato ci scuote, ci allarma. Sul piano del processo è la stessa cosa. Una persona che riporta una configurazione entro cui il suo dolore è tale perché ha perso un figlio, non va trattata in modo metodologicamente diverso di un’altra con qualunque altro problema.  Il modo di  fare terapia è identico. Le architravi che reggono la nostra performance clinica non  vengono variate sulla base di una  gravità che viene decisa solo sulla base di un senso comune. Si usa quindi il termine strategia e non tecnica, perché quest’ultima sta ad indicare un qualcosa che si usa con tutti. La strategia funziona solo sulla base di una condivisione con l’altro e quindi necessariamente flessibile. Intendiamo dire che di fronte ad un individuo che ha perso un figlio e che sta tanto male, il nostro obiettivo è quello di cambiare la configurazione. Perchè il suo dolore non è ontologico. E’ un dolore che vive. E’ un’esperienza che configura come dolorosa. Ci muoviamo sempre sul piano di come l’altro conosce il mondo e fa esperienza del mondo. Però con fatti vividi come la perdita di un figlio, l’impressione anche nostra è che questa sia una ferita insanabile. Quando pensiamo in questo modo siamo sul piano del contenuto, mentre dobbiamo muoverci sul piano del processo. Non è facile. Se astraiamo nei contenuti, il piano processuale viene gestito allo stesso modo, con la medesima metodologia che può assumere forme diverse.
Analisi delle narrazioni: il primo punto è un po’ più complicato. Può essere estremamente importante che noi mettiamo a fuoco, il prima possibile, quali siano le intenzioni sulla base delle quali si  reggono le tentate soluzioni che il  paziente agisce. Quali siano le intenzioni che sono collegate al problema che il cliente presenta. Ciò può essere in parte scandagliata quando facciamo un’analisi di come le persone attorno, che circondano la vita del nostro cliente, reagiscono al problema che esprime. Sulla base delle razioni che gli altri offrono al problema rappresentato , dobbiamo tentare di ricostruire quali sono le intenzionalità che stanno dietro all’espressione problematica. Fare un’analisi degli effetti relazionali di un certo agire problematico consente d'intercettare alcune intenzionalità che sono legate al sintomo. Se io ho l’ansia ed ogni volta che agisco in modo ansioso, mio marito mi sta vicino, posso ricostruire un’intenzionalità che soggiace a quel tipo di azione problematica, cioè attraverso il problema, viene perseguito un obiettivo che è quello di tenersi vicino il marito.  Molti problemi psicologici vengono vissuti come se fossero destituiti della intenzionalità della persona, cioè la persona li subisce. Quello che è invece il nostro presupposto epistemologico, ossia l’intenzionalità dell’altro, ci fa immediatamente  ricostruire quell’agire problematico come se fosse mosso da un certo ventaglio d'intenzioni che non sono necessariamente poste ad un livello di consapevolezza, ma che vanno comunque insinuate e da noi sicuramente lette. Altrettanto rilevante e da esplorare se non al primo, al secondo colloquio è il come il nostro interlocutore si spiega il problema che ha , quindi quali sono secondo le sue teorie  le motivazioni per cui quel problema continua ad esserci. “Ciò l’ansia”. “Come mai, secondo lei, ha quest’ansia?” Ricostruiamo tutto quello che è l’interpretazione del cliente rispetto alla  permanenza del suo problema. Uno potrebbe dire che ha l’ansia perché e fatto così. Magari attribuisce all’ansia un valore ontologico, genetico, per cui quelli che hanno una certa familiarità hanno l’ansia, sanno di avere l’ansia. Queste sono le credenze più faticose con cui dovremmo fare i conti. "Ho l’ansia perché sono un caratteraccio come quello di mio papà". Comprendere e analizzare il modo in cui il nostro interlocutore da una spiegazione del persistere del suo problema e troverete che  ci sono teorie anche molto fantasiose. Una paziente mi diceva che era in difficoltà perché a X vi era un’energia positiva che una volta trasferita a Y, è venuta a mancare. Queste teorie devono essere tenute in grande considerazione; non possono essere lasciate prive di risposte ed il nostro intervento dovrà tenere conto di questa teoria ingenua sul disagio. Indagare le teorie sulla base delle quali il nostro cliente immagina che possa avvenire un cambiamento. Cosa non banale. “Per cui, a fronte della situazione che mi ha presentato, secondo lei, cosa dovrebbe accadere per cambiare questa situazione? ” L’analisi della spiegazione del problema e di come  questo paziente anticipi che possa avvenire un cambiamento è per  noi informazione necessaria per capire  come vendere le prescrizioni.

martedì 25 ottobre 2011

Psicoterapia : ruolo manipolatorio del terapeuta. Parte 2°

Ruolo manipolatorio del terapeuta, soprattutto nel caso della terapia strategica: la difesa la lascio fare a Warzlawick, che ha speso fior d’inchiostro su questo punto in quanto era ben consapevole di tale problema. Quanto possiamo sentirci autorizzati ad andare oltre quella che è una prima richiesta del paziente? Mai,  dato che non abbiamo, rispetto ad altre teorie psicologiche, nessun tipo d’appiglio teorico e d’assunto normativo che ci consenta di capire di cosa quel paziente ha bisogno. A fronte di una richiesta che è esplicita, il modo in cui possiamo soddisfarla non è necessariamente dato da quello  che l’interlocutore ritiene utile, perché se fosse stato utile, non sarebbe venuto da noi. Tra cliente e terapeuta c’è un qualcosa che viene esplicitato ed un qualcosa che fa parte del "retrobottega"; il nostro retrobottega è un qualcosa che non deve mai essere totalmente condiviso con il nostro cliente proprio perché i  sentieri che noi riteniamo opportuni per raggiungere un obiettivo concordato, sono di solito molto distanti da ciò che è utile fare per raggiungerlo. Quindi semplificando, la richiesta va ridefinita quel poco che ci consenta d'avere un margine di manovra, dato che è necessario distinguere le richieste che rientrano nella nostra possibilità d’intervento da quelle che invece si aggrappano all’idea della presenta di una bacchetta magica o si riferiscono a tersone terze su cui non possiamo avere influenza.  
Esempio: qualcuno viene da noi e si lamenta di soffrire per una storia andata male. Si lavora sulla sua sofferenza; un collega che cha seguito il caso prima di noi ed aveva accolto la stessa richiesta, ha fatto in modo che il paziente uscisse dallo studio, due anni dopo, con la convinzione d’avere un conflitto con la madre. In questo caso c’è una sovrascrittura da parte del terapeuta che invita l’altro a condividere le sue pre-concezioni teoriche  (in questo caso definisce sia il problema che la richiesta che viene fatta). Nel nostro caso il problema non si pone dato che non abbiamo alcun tipo d’interpretazione aprioristica che ci fa dire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Seconda considerazione: il fine della prima seduta è quello di concordare l’obiettivo, per cui, se stai esagerando in questo tentativo di ridefinizione, è il cliente che te lo fa notare. Non serve avere tanti termometri esterni; è una sorta di negoziato che viene formulato. Se alla fine della seduta il paziente concorda sul modo in cui tu hai contribuito a ridefinire il problema, il negoziato è riuscito; se ciò non accade, si perde il cliente. Le terapie mainstream, quelle un po’ più datate, avevano come effetto che l’epistemologia del terapeuta era in qualche modo fatta propria dal cliente; noi non abbiamo un linguaggio codificato, teorico, con il quale progressivamente, insegniamo all’altro a parlare. C’è una differenza fondamentale tra le psicologie interpretative e quelle che anziché interpretare, cercano di comprendere. La differenza tra noi ed uno psicoanalista è che questo interpreta, cioè legge il senso comune dell’altro rapportandolo ad un’altra storia, una teoria che lui ha in testa e che ritiene essere più vera o più fondata del resoconto del cliente. Noi non abbiamo nessun tipo di teoria sulla base della quale interpretare l’altro e che ci consenta di dire che questa cosa è un complesso di Edipo. Lui sta male perché un inconscio reattivo. Non interpretando nulla, il racconto del nostro interlocutore ha il massimo statuto che gli si può attribuire. Non rischiamo di fraintenderlo o di inalberarci verso un sentiero che è più viziato dalla nostra teoria che dalla richiesta del cliente.  Sul termine  "manipolazione" c’è già posto un giudizio di valore; bisogna lavorare in modo strategico e quindi orientato ad un obiettivo e, a volte,  tenendo separato uno scenario che si condivide con il cliente rispetto ad un retrobottega che rimane esclusivo nostro, dato che dobbiamo fare sia gli attori che i registi della psicoterapia. La manipolazione è un qualcosa che appartiene a tutti i tipi di terapia anche quelli che apparentemente negano d'esserlo. Un bambino che piange, sta manipolando la madre, cioè la comunicazione che lui offre è una comunicazione che influenza l’altro e quindi, come sosteneva Warzlawick, poiché è impossibile non comunicare, nel momento in cui lo facciamo stando zitti, anche il silenzio risulta manipolatorio, ossia vincola l’altro a rispondere in maniera congrua a quello che noi abbiamo fatto. Ogni forma d’interazione è manipolativa; solo che possiamo accettare questa cosa e farcene carico, cioè una volta stabilito che la comunicazione produce inevitabilmente un influenzamento dell’altro, cerchiamo d'orientare tale influenza in virtù del raggiungimento dell’obiettivo.  E’ un influenzamento pilotato. In altri casi non lo si pilota e lo si lascia al senso comune; probabilmente la prima è la migliore alternativa. Gergen diceva che la terapia strategica sul modello di Palo Alto, la utilizzava poco perché gli sembrava troppo manipolativa; ma se è vero che ogni forma di comunicazione implica un margine d’influenzamento dell’altro, è ipocrita fingere che non sia così. Tale argomento è molto complesso e come tale può essere affrontato da molteplici punti di vista; il mio è un punto di vista tecnico: immaginando il terapeuta come un tecnico, la manipolazione deve essere rivista come un atto inevitabile del processo terapeutico. Dal punto di vista etico, altrettanto la manipolazione è funzionale nella misura in cui l’obiettivo è l’unica cosa che conta, il benessere dell’altro viene prima del mezzo che io utilizzo per perseguirlo. Il fine giustifica i mezzi. Dal punto di vista morale, che era quello di cui parlava Gergen, la manipolazione può essere fastidiosa, ma fastidiosa per  il terapeuta, cioè diventare eccessivamente manipolatori può essere  qualcosa che ci fa stare a disagio. Ma un terapeuta non deve avere come orientamento  per lo svolgimento del proprio lavoro il punto di vista morale, ma quello etico, che è diverso. Se torniamo agli assunti che abbiamo visto insieme quando abbiamo parlato del significato è abbiamo detto che questo emerge come punto intermediario di un processo interattivo  (quindi non è dominio tuo ne dominio mio, ma si stabilisce sulla base dell’interazione), allora il termine manipolazione è inadeguato all’interno di questa cornice, perché prevede che uno manipoli l’altro, quando la realtà psicologica si gioca sempre nel mezzo. Tutto è manipolazione e allora nulla è manipolazione. La comprensione diventa una interpretazione condivisa. Può diventare un’arma a doppio taglio nel momento in cui si adotta tale metodo non solo nel campo lavorativo, ma con la fidanzata, in famiglia; è necessario allora fare un certo percorso di riposizionamento in quanto si tende ad eccedere  con questa forma mentis.  La seconda parte della seduta è organizzata in modo tale che il paziente deve pensare ex novo ad un’immagine di se futura una volta capito il perché del suo problema, della sua diversità. In questo modo si rendono più esplicite le anticipazione che il paziente si fa rispetto la persona che diventerebbe in un futuro ipotetico dopo aver risolto il problema, ossia capito che sia. Da un punto di vista metateorico, che senso ha questo?  Ci si muove da una interazione ritualistica ad una generativa; inizialmente smuovo un po’ quella del paziente e poi ne genero una alternativa. Si mette il cliente nella condizione di cominciare a pensare a cose alternative al suo problema, a quelle che macina da quindici anni. Ossia: tu fai bene a scoprire il perché, ma una volta che hai capito, cosa cambierà nella tua vita? Lo mettiamo sotto torchio, in modo tale che lui cominci a raccontarsi, a reinventarsi, ad immaginarsi. I cambiamenti non sono possibili nella realtà se nemmeno riusciamo ad immaginarli. Dobbiamo aiutare il nostro interlocutore ad immaginarsi diverso. Tutte le domande, le riflessioni, i pensieri, ce li poniamo da una posizione precisa; se noi spostiamo pensieri, riflessioni, domande da quella posizione, tutto  sarà diverso. I pensieri non sono quelli platonici che esistono al di fuori ossia sono immanenti; se io modifico la forma di vita con cui si  muove il nostro interlocutore, anche i pensieri cambiano. Se noi ci sediamo su di un comodo divano dopo aver pasteggiato, abbiamo pensieri diversi da quelli che potremmo avere dopo aver fatto una corsa. Un libro del Dalai Lama parla della distinzione delle emozioni secondo l’ottica occidentale e come vengono invece inquadrate all’interno della filosofia buddista. Nel mainstreem, le emozioni vengono barbaramente suddivise in positive e negative per l’effetto che hanno sulla persona. Se fanno star bene o male colui che le vive. Tra le emozioni positive, si incontrano la gioia, tra le negative, la rabbia, la paura. Nella filosofia buddista, la riflessione fatta  (figlia di uno sguardo olistico) è molto simile a quella che potremmo fare noi e che ha molto a che fare con l’etica; la distinzione tra emozioni positive e negative non è data dall’effetto che queste possono avere sul singolo, ma sul tipo d'azioni che vengono sollecitate da questa matrice emotiva e che possono avere delle conseguenze collettive. Il fatto che un’emozione sia positiva o negativa è valutata sul tipo di reazioni che quell' emozione induce in noi e sul tipo d’azioni conseguenti che  noi siamo in grado di fare rispetto al sistema, agli altri. Ci sono emozioni come la rabbia che anche per il buddista sono negative, inquanto portano ad azioni violente; altre come la paura che non sono necessariamente negative. Dipende se attraverso queste emozioni possono essere prodotte delle azioni più meno utili al sistema, all’individuo che al di fuori di noi, all’altro. Tutto quello che facciamo in terapia o nella nostra vita dovrebbe avere una valutazione etica; dobbiamo valutare se il tipo d’azioni che intraprendiamo o invitiamo l’altro ad intraprendere sono etiche, funzionali rispetto all’ecologia del sistema. Il pensiero sistemico ci invita a considerare la nostra attività terapeutica non soltanto sulla base degli effetti o dei riflessi che può avere sul singolo, ma anche di quelli che può avere sul sistema. Noi non ci occupiamo delle emozioni come cose, ma per come vengono configurate nel discorso, quindi non tanto le emozioni quanto il vissuto emotivo, il modo in cui la persona conosce ed utilizza le emozioni per vivere. Non ci sono aspetti dell’essere umano che vengono trascurati da un approccio che è fondato sullo studio della conoscenza dell’altro. Noi studiamo come l’altro comprende se stesso, al di là e al di sopra di qualunque tipo di realtà ontologica o primaria che possiamo ipotizzare. Il nostro livello di competenza è giocato sulla realtà di secondo ordine (non lavoriano sui problemi dell’altro, ma sul modo in cui gli significa). Il termine etico non vuol dire quella che è la norma del diritto collettivo e che è condivisa sul modello del non rubare; io lo utilizzo per il modo che a che fare con una analisi molto dettagliata delle implicazioni che una nostra azione può avere immaginandola amplificata su larga scala. Per alcuni versi il modello interazionista può ospitare, nella sua riformulazione applicativa, il modo che poi ci consente di lavorare in terapia e può richiamare a se alcune terapie brevi che sono ampiamente diffuse nel contesto nazionale ed internazionale. Tale modello ci consente di mettere a fuoco una metateoria che ha al suo interno l’uso di una serie di pratiche che si associano a quelle tradizioni terapeutiche altrettanto famose : la terapia sistemico narrativa, che è opera principale di White, considerato dopo Ericson il più grande creativo nell’arte clinica del scolo scorso. Questi ha perfezionato quella che è poi diventata  famosa come terapia narrativa. La terapia strategica, nell’accezione di Palo Alto e non la rimasticazione Nardoniana  e la così detta terapia focale breve, ha costruito dei protocolli d’intervento estremamente efficaci e che sono orientati al massimizzare i processi o gli effetti di cambiamento  nell’atto terapeutico. Le terapie brevi sono tutte accomunate dall’interesse d'essere più efficaci possibile nel minor tempo possibile.  Gli autori hanno distinto alcuni fattori che possono essere utili per orientarci nella pratica clinica: la terapia narrativa è una terapia che agisce soprattutto a livello della narrazione e che  tende ad essere focalizzata sul problema che la persona presenta ed è principalmente orientata a discutere con l’interlocutore del problema che porta (in terapia). La terapia strategica ha sempre come attenzione principale l’aspetto del problema, ma è focalizzata sull’azione. La terapia focale breve ha come fuoco d’intervento sia l’azione che la narrazione, però è orientata non tanto al problema , quanto alla soluzione. Significa che durante la conversazione clinica un terapeuta orientato alla soluzione trascura o tende a ridurre lo spazio dedicato all’attenzione sul problema che l’altro pone e cerca d'enfatizzare tutti gli aspetti che possono essere collegati alla soluzione, cioè al momento in cui il problema non c’è o c’è meno. Riguardo al caso  X, è opportuno chiedersi in quali spazi questa posa muoversi con un certo grado di competenza e d’equilibrio, staccati dallo spazio dedicato al suo matrimonio; questo fa già parte di questa modalità terapeutica, cioè di una terapia che viene agita allo scopo d’amplificare le aree del resoconto del nostro interlocutore e che sono private del problema,  sono al di fuori del problema.  Ora sappiamo che abbiamo come fuoco d’intervento la narrazione, l’azione o l’aspetto sistemico relazionale che è ovviamente pervasivo di tutto questo. Sappiamo che possiamo lavorare in termini decostruttivi  o generativi; quando lavoriamo in termini decostruttivi, significa che facciamo un’analisi del problema in modo tale da interferire  con i processi interattivi che lo reggono, quando lavoriamo in termini generativi produciamo o invitiamo l’interlocutore  a mettere in moto  dei processi interattivi nuovi che sono orientati all’uscita dal problema, al nuovo alla soluzione. Queste cose sono parte della stessa medaglia, intercambiabili.   Riassumendo, c’è un problema: questo nell’ottica strategica viene mantenuto dalle tentate soluzioni, cioè le soluzioni che l’interlocutore agisce pensando d'ottenere un effetto, ma che sono disfunzionali. In qualche misura, attraverso le tentate soluzioni, anzichè risolvere il problema, lo perpetuo. Un modo per agire terapeuticamente è quello di interrompere le tentate soluzioni. Qual è l’altro modo terapeutico per intervenire?  Promuovere le soluzioni funzionali. Quelle disfunzionali vengono interrotte, quelle che possono essere funzionali vengono  amplificate. Soluzioni che il cliente non sa di avere. Le tentate soluzioni sono agite sopratutto sul piano del comportamento e nel momento in cui vengono agite consentono ad una configurazione di senso e di significato di mantenersi. La terapia strategica interviene sullo schema disfunzionale  delle tentate soluzioni, la focale breve in modo tale da amplificare lo spazio delle soluzioni funzionali. C’è un'altra distinzione che ci interessa introdurre e che è utile per farci mettere a fuoco su quali e quanti piani si gioca la nostra competenza clinica. Quando facciamo un colloquio  abbiamo almeno due livelli che dobbiamo ben tenere distinti  e sui quali si gioca il nostro successo terapeutico: il primo è di carattere conoscitivo. Facciamo domande, un’ investigazione rispetto il caso per raccogliere degli elementi che ci consentano di pianificare poi l’intervento che sarà di carattere prescrittivo. C’è una seconda logica che per noi è molto importante ed è quella interazionale: nel momento in cui viene sviluppata una conversazione clinica, questa ha soltanto una piccola parte conoscitiva, mentre l’altra, nella seconda, dobbiamo essere in grado di formulare  delle domande che già consentano di attuare un cambiamento. Il cambiamento avverrà a casa quando il cliente svolge il compito prescritto. Nel secondo caso dobbiamo  tenere in considerazione che ogni nostro intervento, ogni domanda  (nel momento in cui la formuliamo), può consentire alla storia del problema di modificarsi. Dobbiamo trovare domande strategicamente efficaci al fine di riorientare la narrazione del nostro interlocutore e di mettere a fuoco le soluzioni funzionali. Facciamo i generali della battaglia e nella prima fase raccogliamo informazioni sulle quali attueremo la guerriglia (le prescrizioni) però oltre ad essere generali, siamo anche soldati, ossia quelli che poi hanno la possibilità di scontrarsi a viso aperto in trincea. Quando facciamo i soldati dobbiamo essere abili non tanto sul raccogliere informazioni, ma sul gestire l’interazione in un modo funzionale all’obiettivo. La soluzione. Per questo tipo di lavoro è necessario sforzarsi nel comprendere la mappa dell’altro; in funzione di questa comprensione poi riusciamo ad utilizzare al meglio l’arma delle prescrizioni cliniche. Su questo secondo tipo di lavoro, comprendere l’altro non è necessario. Esempio: “si immagini lei nel futuro”. Cosa farà dopo aver raggiunto il suo obiettivo, implica una conversazione orientata a generare storie alternative a quel problema.
Piccole regole per impostare la terapia, cercando d’individuare quali sono gli step fondamentali che vanno tenuti in considerazione nel momento in cui siamo i conduttori di un colloquio e sono orientati al cambiamento. L’idea è quella di mettere insieme un armamentario concettuale che ci dia la possibilità di  sfruttare le potenzialità di tutte e tre queste tradizioni.  Un chirurgo se improvvisa in sala operatoria, fa dei danni; un terapeuta che non improvvisa fa danni allo stesso modo. Improvvisare significa adattare il proprio repertorio d’azioni alle risposte che si giocano nel qui ed ora con l’altro. Parte di queste derivano dalla nostra sensibilità di esseri umani. Quindi c’è un aspetto tecnico ed un di più:  noi. Incipit: il “mi dica” va già abbastanza bene. “Cosa succede?”  “Mi racconti perché è qui”. La terapia si gioca sui dettagli.  “Perché ha deciso di venire qua” : "ha scelto di sua iniziativa", implica un certo controllo rispetto alla gestione di ciò che dovrà andare ad affrontare.  Scegliamo un incipit che consenta all’altro di sentirsi un agente attivo. Inoltre se il nostro cliente deve fare uno sforzo incredibile per seguire la terapia, stiamo pur certi che questa funzionerà a dovere, quasi a prescindere.  Fatto l’incipit, il cliente comincia a raccontarsi; racconta ciò che non va (di solito). Quali sono le cose fondamentali che vanno chieste? Quali sono le cose indispensabili? Specificare :"quando? Come?"  Contestualizzare il problema. La storia del problema tende ad essere egemonica, generalizzata, omnicomprensiva; nella nostra indagine dobbiamo iniziare a circoscrivere l’area del problema. Già questo è un atto terapeutico, inquanto consente al cliente di fare distinzioni che prima il cliente non faceva, rendendosi conto che alla mattina, ad esempio, ha meno ansia. Ciò è utile per fare  i confronti nelle sedute successive, dove si quantificheranno i cambiamenti di durata, intensità dell’ansia. Si parte dall’idea che tutti i pazienti vogliono dimostrare che il loro problema è grave; è parte del repertorio del paziente che va dallo psicoterapeuta. La drammaticità è esasperata come nella messa in opera di un dramma teatrale.To be continued......