mercoledì 1 luglio 2009

Jackson: grazie a dio siamo italiani, almeno in questo

C’è proprio da pensarlo e non solo per gli standard di qualità relativi alla sanità pubblica, ma anche per la moralità e la deontologia degli operatori sanitari. Prendiamo un esempio tra tutti: mettiamo che io sia un chirurgo plastico e si presenti da me un individuo che di razza nera, desideri diventare bianco, sottoponendosi tra l’altro ad una trentina d’interventi chirurgici atti a trasformalo in una sorta di mostro. La prima cosa che farei sarebbe l’attivazione immediata di un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.) piuttosto che l’accondiscendenza cieca e becera nei riguardi del suo proposito. Cambiare razza è un po’ come cambiare sesso, nel momento in cui tale necessità trae origine da un devastante disagio interiore; è conditio sine qua non vi siano però dei presupposti ben precisi, normati tra l’altro da una rigida legislazione. Prendiamo un individuo che si alimenti solo ed esclusivamente di farmaci, che viva murato in casa, che dorma in una camera iperbarica, che sperperi miliardi come caramelle, che si conceda qualsiasi tipo di lusso non traendo alcun piacere da esso; un qualsiasi medico attiverebbe gli assistenti sociali, un gruppo d’ascolto psicologico, si darebbe comunque da fare, in un modo o nell’altro. Purtroppo non tutte le culture sanitarie sono simili alla nostra e non tutti i medici ragionano con lo stesso metro, cioè anteponendo il bene del paziente al profitto personale ed i risultati si sono visti. In questo il povero Jackson è immagine fedele del paese in cui è vissuto e vittima sacrificale di uno star sistem divora persone, cose e sentimenti. Un paese in cui se non hai un dollaro in tasca ti lasciano morire per strada come un cane, mentre se sei ricco sfondato ti viene concesso il più assurdo dei suicidi.Lode comunque agli States in si attua la più spietata delle meritocrazie in campo lavorativo, terra in cui anche chi non ha alcun santo in paradiso può esprimere le proprie potenzialità senza essere ostaggio del servilismo e della raccomandazione. Nessuno è perfetto; una abrogatina alla pena di morte e qualche ritocco alla sanità e chiederò volentieti asilo politico, non essendo abbastanza velina ne paraculato per emergere sul suolo natio.

martedì 30 giugno 2009

Sto crepando di cancro? (riflessioni notturne di un malato in ospedale;il sottoscritto)

Caro diario, ebbene si, chi se lo aspettava? Certo in età mia crepare di maggio, ci vuole tanto, troppo coraggio, dritto tabella fino l’inferno, avrei preferito andarci in inverno; mi dispiace tanto per i miei figli che probabilmente non vedrò crescere. Ma andiamo con ordine, dato che ancora sono un medico, anche se passato dall’altra parte di quella linea terribile che delimita il sano dal malato. Carcinoide del tratto gastro enterico? Cancro del pancreas? Cazzo, ecco perché avevo scariche diarroiche da tre settimane; eppure la mia mente era talmente lontana da tale evenienza da non considerare neppure la negatività degli esami colturali delle feci come fattore prognostico negativo (per essere positivi al cancro). Inoltre mi dicevo: “io medico non posso essere ammalato, la mia professione mi tiene lontano da tale evenienza! Io curo e non mi ammalo come ogni misero mortale”. Eppure mi ritrovo qui su di un letto d’ospedale a fare autodiagnosi e soprattutto autopronosi, considerando che non è un paziente qualunque quello a cui devo dare delle risposte, ma a me stesso. Ed i colleghi? Mah, professionali senza ombra di dubbio, ma assolutamente assenti sul piano del conforto morale ad un uomo che fino a poco tempo fa aveva dei progetti di vita e che ora si trova costretto a riconsiderarli alla luce della nuova situazione clinica. Ma è giusto che un medico non si coinvolga delle sfighe altrui e mantenga la giusta distanza? Forse. La noia del reparto è terribile; troppi tempi vuoti e spazi da riempire con le proprie sensazioni e paure. Debbo dire in tutta onestà che quando era dalla parte giusta (quella sana) o semplicemente più comoda, ho sempre cercato di portare un minimo ristoro al mio prossimo e quando, più per stanchezza e distruzione fisica da superlavoro, non ci riuscivo, mi sentivo in colpa e cercavo di rimediare. Portavo come esempio di vita un bellissimo film che consiglio a tutti i medici (e non) di vedere: “un medico, un uomo”, praticamente la mia storia; speriamo che anche questa sia a lieto fine. Ma come in un triller ecco pian piano dipanarsi la diagnosi: sono disteso su un lettino in attesa dell’ecografia all’addome; il fegato è ok a parte la presenza di una cisti di circa due centimetri (che già sapevo d’avere da una precedente eco). Ma poi la sonda indugia in epigastrio in modo anomalo; il gel viene gettato copioso e poi la situazione che fuga i miei dubbi e mi getta nello sconforto; il collega esce dalla stanza e mi dice:”vado un attimo a chiamare il primario”. Ecco qua, Fulvio, sei sfottuto! Arriva il boss e prende in mano la situazione; “..non sembra però la coda del pancreas interessata..”, mentre tra me e me mi dico: “K del pancreas? Sei mesi di vita e soprattutto sei mesi di merda!”. "Qui ci sono delle area ipoecogene lungo il mesentere, piccole ma abbastanza numerose". Cavolo, penso io, un caso interessante; è particolarmente, estremamente interessante, ma soprattutto è l’evenienza che sia il mio caso a renderlo unico per il sottoscritto. Bisogna fare una tac urgente toraco-addominale per avere un quadro completo della situazione; nel frattempo completiamo gli esami. E si, ineccepibile, è proprio così penso io, mentre mi pulisco da quel ettolitro di gel che ho sulla pelle e mi dirigo barcollando e sconsolato verso il mio letto. La solitudine che ti assale è terribile, ti senti come sbattuto da una parte all’altra in un mare in tempesta; ti viene voglia di piangere, ma sai che sei troppo grande per farlo, anche se ti concedi qualche libertà. Ti senti come un terremotato sotto la propria casa spazzata via dal sisma. In compenso sai che saranno gli altri a piangere per te e si sforzeranno di dirti che tutto si risolve, che le cure oggigiorno fanno miracoli; praticamente tutto il tuo repertorio di balle commiserevoli che molte volte hai tirato fuori dal cilindro magico per cercare di dare tregua alla tua ansia e quella del tuo paziente. Certo si può guarire, ma a quale prezzo? Una pietas medica che però con te non funziona, perché ne conosci l’origine e l’utilizzo. Ti scorre davanti tutta la vita in un modo spontaneo; la mia infanzia con la separazione dei miei genitori e l’adolescenza non proprio idilliaca. La mia prima moglie con tutte le sofferenze annesse e connesse; cazzo, sono passati 25 anni, ma avrei voglia di sentirla; la seconda che si trova da qualche parte al di la dell’oceano (come la prima ma molto più a nord) e che non sento più da 15. Chissà che fine hanno fatto? I sacrifici bestiali dell’università, i traslochi da una parte all’altra dell’italia, le morose intramezzate tra i matrimoni. E poi l’amico brusco con cui ho già sotterrato due compagni di ventura (Piero e Marco, l’ultimo pochi mesi fa per melanoma); ci eravamo detti: “bisogna che ci troviamo, basta farlo solo in occasione dei funerali degli amici”. Mi sa che gli mando un sms: tieniti pronto per il prossimo funerale…il mio! E poi tutte le facce di quei poveretti che mi hanno preceduto nella sfiga della malattia e a cui ho tolto gli occhi per campare con una promessa: io così, cachettico e devastato non mi riduco, ho la pozione magica costituita da due o tre fiale di diazepam in flebo con una confezione di insulina pronta e, se mi girano le palle, completo in coktail della casa con una scatola di xilonor special ad uso odontoiatrico in vena. Praticamente una bomba infallibile scaccia cachessia neoplastica e strozzate filo clerical- berlusconiane sulla sacralità della vita e sulla alimentazione e idratazione forzata di un cadavere ambulante. Ma bisogna che mi moglie non lo sappia, se no scatta la lacrima e il controllo a vista. Ok, sono le 1.30 di notte; di solito a quest’ora entra un marocchino in carcere, arriva una telefonata in guardia medica per un dolore all’orecchio, squilla il telefono in ospedale per chiedere l’esecuzione di una terapia al bisogno per un’agitazione psicomotoria. Nulla di tutto questo accade ora per me, solo l’attesa della tac e qualche altra scarica. Cavolo, vuoi vedere che mi viene nostalgia della medicina? Putroppo e vero, solo quando stai male ti rendi conte delle cose che hai e che stai rischiando di perdere. Come reagisce un medico alla malattia? Naturalmente curandosi, come tutti. Ma alla grave malattia? Probabilmente con i due soli metodi di reazione da me ritrovati entrambi presenti nelle pieghe del mio animo, metodi che in ogni uno di noi traggono origine dal cosiddetto istinto di sopravvivenza. In effetti avevo voglia di reagire, di prendere il toro per le corna e di interagire con i colleghi nella stesura della diagnosi e della eventuale terapia, di chiedere di poter visionare la cartella clinica, gli esami, ecc. Dall’altro invece di sprofondare nel nulla, di scomparire, di affidarmi totalmente agli altri, fingendo di non capire cosa mi stesse accadendo. I rischi sono fondamentalmente due; nel primo caso di pisciare nell’orticello degli altri scatenando la reazione: “ma che cazzo vuole questo qui; qui comandiamo noi!”, dall’altro di farsi eccessivamente minare della depressione e disperazione. L’equilibrio tra le due cose è molto difficile, quando hai di fronte la dama bianca ad ammiccare suadente. Questo dovrebbe farci ricordare il ruolo fondamentale della parola di conforto, del sostegno che noi medici releghiamo quasi sempre agli infermieri e che invece dovrebbero essere parte preponderante della terapia, soprattutto di chi non ha le conoscenze e le competenze mediche per districarsi da solo nel mondo della sofferenza fisica e psicologica dettata dalla malattia. Capisco altresì il motivo che spinge i reparti ospedalieri a destarsi come per magia alle 5 del mattino con prelievi, pressioni da misurare, giro di terapia e quant’altro, quando si potrebbe tranquillamente aspettare orari più dignitosi: la notte per un malato è una sorta d’incubo fatto di dolore fisico e psichico che desta paure ed amplifica la solitudine della malattia; più breve è, meglio è e meno danni produce. Sensazioni che ho provato anch’io in prima persona, mentre attendevo le prime luci dell’alba insonne, guardando l’orologio che non si decideva a correre più in fretta, magari pensando ai miei figli a casa nella paura di non rivederli più. La notte trascorre come il giorno, mentre osservo dalla finestra della stanza, fortunatamente singola, le cime degli alberi che si muovono al vento, mentre quello stesso orizzonte privo di profondissima quiete e di sovrumani silenzi mi coinvolge di giorno. Sei mesi sono pochi e ancor più ingiustamente pochi se passati in un letto d’ospedale nella sofferenza. Siamo a giugno, penso, luglio, agosto, settembre,ottobre,novembre,dicembre, contando con le dita fino al primo dito della mano opposta a quella già utilizzata e completamente estesa; natale, capodanno e poi? Stop; fine corsa. E’ la mattina della tac e mi viene inserita una nuova agocannula nel braccio sx per il mezzo di contrasto; “vuole scendere in barella in radiologia?”, mi viene chiesto “No, no, finche posso cammino sulle mie gambe”. In fondo al corridoio scorgo un rappresentante del farmaco che suole frequentare il mio studio; fortunatamente è distratto e non si accorge di me. Non ho voglia di vedere ne incontrare proprio nessuno. In sala d’attesa di radiologia c’è anche in mio benzinaio di fiducia che attende una risonanza magnetica; “cazzo, ma questa gente sana non ha nulla di meglio da fare che venire in ospedale?”, penso. Poi chiamano il mio nome e salgo a bordo della tac, una sorta di star gate entro cui il tuo corpo passa a ripetizione senza però mai andare in altri luoghi lontani e senza dubbio più piacevoli. “Bene, ora spettiamo il verdetto”, dico a mia moglie che mi aveva accompagnato. Questo arriva dopo poco e per bocca della collega internista che aveva ricevuto il referto in reparto: “bene, dice lei, non ci sono metastasi, ma la presenza di una sospetta invaginazione intestinale, oltre naturalmente la massa mesenterica che comunque pare bene localizzata. Sento subito il chirurgo per una consulenza urgente”. Segue un silenzio irreale nella stanza in cui restiamo soli io e mia moglie, collocati uno di fronte all’altro, seduti in posizione diametralmente opposta. Di nuovo focalizzo la mia attenzione oltre la finestra d’alluminio della stanza, cercando conforto nelle cime degli alberi lontane. Nel terrazzino della stessa hanno nidificato due piccioni, che da quando sono entrato continuo ad osservare mentre preparano il nido e si scambiano incredibili attenzioni. Ecco cosa manca nei sani, il tempo e capacità di osservare le cose magari gustandone qualche particolare meno evidente. Dopo poco arriva il chirurgo e si siede davanti a me sulla sedia capovolta dicendomi: “ so che sei un collega; io sono il chirurgo e quindi taglio e il mio consiglio è intervenire subito per il rischio di addome acuto per necrosi di ansa. Il subito vuol dire tra circa tre ore….se sei d’accordo”. "Si, si, sono d’accordo, sussurro io pensando alle stronzate che si dicono in frasi fatte di rito o di circostanza: questo mi dice di sapere che sono un collega e mi illumina con una rivelazione trascendente; è chirurgo e quindi taglia! Ma io pensavo che il chirurgo facesse tutt’altro". Infine il trasferimento in chirurgia con la flebo tenuta modello statua della libertà in alto e sulla mano sinistra per facilitarne il deflusso, la depilazione tra le battutine del barbiere di Siviglia del reparto abituato a scrutare gli occhi vuoti dei condannati allo scannatoio ed infine l’anticamera della sala operatoria mentre ti preparano ad essere macellato: calze bianche autoreggenti modello gigi o’ recchione anti trombosi, sonde per e.c.g. sul torace ed una specie di tray corder sulla fronte di star trekkiana memoria. Ed una domanda: perché mai ti piazzeranno sotto le luci al neon modello plafoniera da cesso ed in modo tale che tu non possa far altro che guardarla dritta nelle sue zigrinature? Spostando lo sguardo per cercare di carpire i segreti di quella stanza di pre-tortura, null’altro si vede che quel riflesso luminoso che hai impresso nel nervo ottico. Dall’altra parte stanno ultimando l’intervento e senti il collega anestesista dire alla paziente: “faccia un bel respiro a fondo, forza, forza, a fondo se non posso estubarla”. Io penso: “beata lei, almeno si è risvegliata”. E di come sia strano ricordare le invidie per cose futili che ci ingabbiano in egoismi personali e vite senza senso alla ricerca del superfluo, quando ti basterebbe adesso solo risvegliarti. Infine l’anestesista arriva per i suoi servigi anche da me e con il solito incedere: sei un collega vero?. Io annuisco con la testa, accecato dal neon ed immobilizzato sul lettino: sei passato dall’altra parte, “mi conforta”. Vuoi che ti dia del midazolam per stare tranquillo? Noi siamo quasi pronti. No, no, quello si usa per la sedazione palliativa o terminale, penso io erudito da un recente corso d’aggiornamento professionale; porta sfiga”. E poi ti svegli con la bocca amara e l’alito come se avessi ciucciato un calzino usato dopo la maratona di New York. Infine si apre la porta della sala operatoria e con una sensazione di entrare nel castello delle streghe del luna park sotto casa, mi conducono all’interno. Qui scopro con un velo di terrore d’essere l’unico italiano e forse comunitario presente: assistenti slave, strumentaria panamense; chi sarà il chirurgo e soprattutto quale passaporto avrà in tasta? Faccia un saltino dall’altra parte, dice una di queste; c’è la fa? Sapessi che balzo farei (se potessi) e soprattutto dove e a gambe levate. Infine una scena pietosa per posizionare il mio corpo sul tavolaccio operatorio: mano sinistra imprigionata a sinistra dentro una sorta di laccio (induce a riflettere: se mi sveglio con la pancia aperta, almeno non vado a toccare gli organi interni esposti), gambe divaricate come per un intervento ginecologico: cazzo-penso-ma avranno le idee chiare sul da farsi? E da dove vogliono entrare a ravanare nel mio intimo? Ok, ci siamo, un ultimo pensiero ai miei figli e alla situazione orrenda in cui in poco tempo mi sono trovato catapultato che…. Ok tutto bene, respira a fondo, tutto finito. Che meraviglia l’anestesia; pensate come doveva fare un secolo fa chi doveva essere operato e soprattutto che aspettative di vita aveva un uomo con la mia malattia sospetta. Ho un freddo bestiale con brividi scuotenti e chiedo una coperta, mentre porto la mia mano sull’addome. Mi avevano detto che avrebbero inziato con la laparoscopia e solo in caso di problemi mi avrebbero aperto come un suino dallo sterno al pube. Quindi, penso io, se trovo una ferita laparotomica, vuol dire, indipendentemente da quanto mi diranno, che le cose non sono andate per il verso giusto (diagnosta fino in fondo). In effetti, putroppo, il taglio prende tutto l’addome, mentre penso: cominciamo bene il post operatorio. Arriva l’anestesista a cui chiedo: come è andata? Tranquillo, non abbiamo trovato alcuna invaginazione intestinale e quindi abbiamo dovuto aprire l’addome in toto per cercarla meglio. Alla fine abbiamo fatto delle biopsie multiple sul mesentere. Penso: questi mi hanno aperto e richiuso subito perché ormai non c’è più nulla da fare, sono in operabile per l’estensione del male nella mia cavità addominale. Lo sconforto mi assale ancora, ma sto troppo male per non pensare al dolore post chirurgico venturo e lasciare i pensieri funerei al dopo. Vengo portato in stanza e vedo a fatica alcuni volti amici e sorridenti. Chiedo a mia moglie brutalmente: mi hanno aperto e richiuso? No, no, tutto bene, non hanno trovato nulla al di fuori della massa che comunque aveva un aspetto lipomatoso, benigno. Stai tranquillo. Come non hanno trovato nulla?E la t.a.c., l’intervento d’urgenza, la lapoaroscopia, l’ostruzione intestinale? Non mi avranno mica squartato per il cazzo? Chiudo gli occhi mentre ascolto un lamento di sofferenza ritmico provenire dalla stanza vicino alla mia. Ben tornato sulla terra fulvio, mi dico. Il mattino dopo scopro altri piccoli particolari del mio status quo: alla sinistra un drenaggio che fuori esce dall’addome a riempire una sacca posta a terra; a destra sachettone pieno d’urina la cui origine non mi desta alcuna curiosità ed infine sondino naso gastrico dalla narice di sinistra a pescare dal fondo del mio stomaco. Braccio sinistro con baxter contenente antidolorifici; giro gli occhi e guardo a fatica il contenuto: 7fiale di contramal, 5 di lixidol e 2 di limican. Bene, bene, potrò stare un pò tranquillo almeno sul piano del dolore. Giro lo sguardo dalla parte opposta e vedo mia moglie sulla poltrona, mentre cerca di fare stracking dopo la notte d’assistenza. Come va? Mi chiede ed io mentre sento in gola il sondino a rasparmi la faringe e a soffocarmi annuisco: bene, bene. Mi hanno detto di procurarti una panciera elastica per poter tentare di muoverti; magari con il baxter nella mano destra, catetere tra i denti, sondino a sinistra, drenaggio in tasca e flebo trainati sul trespolo a quattro ruote, penso io. Come si può pensare al concetto di movimento in queste condizioni? E poi, una volta giunta la panciera, compare la più totale inabilità fisica a fare qualsiasi cosa, dal muoversi, alzarsi, respirare, tossire, annuire. Man mano che compare lucidità, compaiono anche i quesiti più esistenziali ed essenziali: ma, se non mi hanno trovato l’invaginazione, ma solo la massa su cui hanno fatto le biopsie, ciò vuol dire che nel caso essa sia maligna, dovranno riaprirmi a breve?! No, non è possibile, di nuovo in sala operatoria, di nuovo l’agitazione, lo scoramento,l’ansia appena provata e che pensavo lasciata alle spalle. Ma per l’esame istologico ci vogliono almeno sei-sette giorni. Cosa faccio io nel frattempo? In realtà nel frattempo di cose ne ho fatte molteplici e non certo piacevoli come il riposizionamento a vivo e per due volte del sondino naso-gastrico a causa di una notte di vomito bestiale ed incoercibile. Un’autentica tortura medievale con tanto di vomito ematico, dispnea e crisi ipertensiva. Faccia stravolta, lacrime agli occhi, disperazione nel sentirsi calare in gola un pezzo di plastica voluminoso e che martorizza poi in breve tempo i tuoi tessuti laringei ad ogni deglutizione. Un calvario, una sofferenza indicibile, mentre mi vengono in mente le persone a cui quello stesso sondino avevo posizionato in precedenza. Cazzo, ecco cosa di sente, cosa di prova; quanto male ho fatto a questi poveri disgraziati! E poi il dolore nel tentare di scendere dal letto, il fastidio terribile nel momento della rimozione di tubuli e cannule dagli orifizi più disparati, naturali o neoformati, presenti sul mio corpo. Infine il giorno del giudizio; arriva il primario (ha la mia stessa età, beato lui, ma certamente non ha avuto le mie stesse spintarelle) che mi dice: “buone notizie; è una lipomatosi del mesentere, non è necessario fare alcun altro intervento, ma solo alcune indagini ulteriori d’approfondimento. Vi risparmio a questo punto il proseguo della storia clinica a lieto fine per calarmi nella pugnalata vigliacca che ho ricevuto, mentre ero su di un letto d’ospedale inerme, inflittami da alcuni dirigenti. Tralasciando anche le innumerevoli telefonate ed i gesti spontanei di solidarietà avuti da quasi tutti i colleghi dei miei tanti posti di lavoro (che ringrazio da questo blog e farò sicuramente non appena uscito dall’ospedale, in prima persona), c’è chi ha atteso questo momento per farmi le scarpe. Una volta saputo che probabilmente stavo per crepare di cancro e che quindi avrei dovuto farmi ricoverare d’urgenza, sconvolto, avevo provveduto ad avvisare le varie segreterie delle ulss riguardo questa mia nuova e sgradita condizione. In particolare avevo chiesto al collega dell’ospedale presso cui lavoravo di cercare di coprire i miei turni per questa tragica evenienza. Naturalmente la risposta era stata: “non ti preoccupare, stai tranquillo, pensa solo a guarire e a curarti, per il resto ci pensiamo noi, mi raccomando”. Da parte mia avevo garantito la mia presenza per il mese di luglio ed avevo già programmato i turni di guardia per tale periodo, sperando di portare a casa la pelle. Bene, sapete cosa è successo, mentre io lottavo con il dolore fisico in un letto d’ospedale? Dato che il mio contratto scadeva a luglio, sono stato semplicemente sostituito e quindi ho perso il mio posto di lavoro; punto. A me è stato detto che con la prossima convenzione, sarei stato reintegrato in organico…forse, naturalmente. Lascio a voi comprendere il mio stato d’animo nella circostanza e lo stupore di tutte le persone a cui ho raccontato quanto occorsomi. Morale conclusiva: per fortuna sono vivo; per il resto ci penserò domani non appena sarò in forze (12 kg persi in 1 mese e 10 giorni) e mi sentirò di nuovo in grado di affrontare questa vita di merda con la stessa ostinazione, pulizia mentale e personale di sempre! E con il valore aggiunto di aver provato sulle mie carni lo strazio della malattia e la devastazione della mente che essa comporta, cosa che nessuna scuola, nessun barone del cazzo potrà mai insegnarti. P.s.: all’ecografia pre dimissione non risultava più alcuna massa mesenterica, tanto che il primario di medicina che l’ha eseguita credeva che fosse stata escissa. Chissà cosa mi è successo? Nel frattempo: ecocardiogramma, risonanza magnetica addominale tra 7 giorni ed un timore: chi cerca (qualcosa d’anormale con esami sofisticati)…..….trova e poi…. son caaaazzi sua!

giovedì 11 giugno 2009

La disgrazia degli acronimi in medicina

L'acronimo (dal greco κρον, akron, "estremità" + νομα, onοma, "nome"), è una parola formata con le lettere o le sillabe iniziali o finali di determinate parole di una frase o di una definizione. I medici di famiglia lo sanno bene; ogni volta che un paziente viene dimesso dall'ospedale con tanto di foglio di accompagnamento per il curante, il pensiero si focalizza su un quesito esistenziale: "che razza di acronimo troverò oggi sul foglietto di dimissione?" E si, perchè i nostri bene amati colleghi ospedalieri, oltre a non dimettere il paziente munito di ricetta medica (o di equivalenti farmaci prescritti), ci stimolano la fantasia, così brutalmente tarpata dalla burocrazia, con continui rebus e quiz da settimana enigmistica. Ogni volta si scoprono così nuove frontiere della "acronimistica", anche se ormai i vari BEAM,BERA,CCT,CEEG,CHF, non ci fanno più paura, dato che ci siamo muniti di manualetto tascabile o meglio di programma computerizzato in acrobat reader con tutte le sigle delle abbreviazioni in medicina conosciute ed utilizzate. Domanda: ma perchè non scrivete come mangiate? Lo sò che si perde moltissimo tempo prezioso per scrivere Zero end-expiration pressure invece che ZEEP, ma vi assicuro che gli anatemi lanciati sulla vostra persona prima o poi sortiranno l'effetto desiderato e allora saranno cazzi vostri! Eppure nonostante i manualetti ed i programmi compiuterizzati summenzionati, qualcuno partorisce delle abbreviazioni fai da te non presenti in nessun testo, ma solo nella testa (da**) di chi lo ha coniato: "ABR". Ma che cavolo è ABR? Forse il dosaggio ematochimico del brancamenta in circolo? Dato che i nostri programmi di gestione del paziente non concedono grandi voli pindarici (quelli sono gli esami e quelle sono le codifiche degli stessi), non ci resta che scrivere quanto richiesto alla cieca, sperando che tale esame esista. Naturalmente ABR è un rebus anche per i vari centri clinici e per il centro unico di prenotazione (CUP, appunto) e dopo numerose telefonate di chiarimento a destra e manca, si è scoperto non essere un esame ematochimico (era inserito, tra l'altro e a sproposito, tra emocromo con formula, transaminasi, funzionalità tiroidea ecc.) Trattasi di "potenziali evocati uditivi del tronco cerebrale", anche se non ci metterei la mano sul fuoco. Ma allora, se la richiesta è questa, perchè scrivere ABR e non P.E.U. (ad esempio) o, ancor meglio, potenziali evocati uditivi? Ci si sente meglio a "scrivere dotto/criptico" e a rompere le palle agli altri? Probabilmente si. Vi lascio allora con una novità; un acronimo tipicamente loco-regionale coniato in onore e diretto agli ossessivi-compulsivi dell'abbrevizione misteriosa: V.I.C.D.T.M! Premio a chi scopre il significato.

lunedì 8 giugno 2009

Le risate grasse dei nostri dirigenti

Ogni anno si ripete il calvario dei medici della guardia di ****, sfigatissimo posto dove accade di tutto e di più. Il servizio di continuità assistenziale (ex guardia medica) è diretto ai residenti di un determinato comune e garantisce l’assistenza sanitaria nelle ore in cui il medico di famiglia è assente (notturni, prefestivi e festivi). Se però una determinata località ha un elevato afflusso turistico (e la nostra è la seconda spiaggia in Italia come numero di presenze), l’azienda sanitaria ha l’obbligo di istituire una servizio di guardia turistica h 24. Ma chi controlla che l’azienda onori questo suo preciso obbligo? Nessuno, naturalmente! Così sotto la spada di Damocle dell’omissione di soccorso, d’atti d’ufficio e abbandono d’incapace, l’azienda ci costringe a seguire 350.000 non residenti durante le ore notturne (oltre ai nostri 13.000 assistiti residenti), perché il servizio per i turisti cessa la sua attività ambulatoriale alle ore 20.00. E che lingue parlano questi signori? Le più svariate, dal danese all’olandese, dal polacco al ceco, dallo svedese al tedesco. Una babele di lingue che nessuno naturalmente conosce e che ingigantiscono il già difficile problema di diagnosi in tenda, roulotte e villaggio turistico (perché non abbiamo un ambulatorio disponibile). E poi c’è chi si presenta sotto la sede di guardia e viene visitato in urgenza sulle panchine del parco, in macchina, sulle scale o chi ha una piccola ferita da suturare e che dovrà affrontare 10 ore di anticamera di pronto soccorso per il trattamento. Chi vomita sulla porta, chi non ha il termometro e vuole che glielo porti in campeggio, chi ha scariche le pile del misuratore della pressione e ti minaccia di denuncia perché non gliele vai a comprare e portare a domicilio. Un villaggio per disabili senza medico da cui riceviamo minimo una chiamata per notte (ma a questi, chi gliela data l’abilitazione per ospitare questi soggetti fragili?). Chiamate dal 118 per codici rossi, dato che è presente una sola ambulanza e senza medico a bordo (naturalmente insufficiente per un siffatto bacino d'utenza), ubriachi che collassano, pillole del giorno dopo come caramelle ed esposti, tanti esposti oltre che pietrate alle macchine dei medici e rigature di carrozzeria. Cose da terzo mondo e soprattutto sotto gli occhi di tutti! Ogni anno sono partite richieste di potenziamento del servizio rivolte al direttore del distretto, delle convenzioni, al Sindaco, ma nulla si è mosso e nulla è cambiato. La cosa che inoltre infastidisce di più (oltre al più totale menefreghismo ed ignavia di questi signori) è che l’azienda specula sul nostro lavoro; infatti siamo “incentivati” con la bellezza di 30 euro lordi per ogni visita a non residente di cui resterà nelle nostre tasche il 60%, mentre il restante verrà intascato dall’ulss (il medico a fine mese deve fare anche la coda in banca, fuori servizio, per versare i soldini guadagnati). Come dire: non solum, non attivo un servizio dovuto (1° risparmio), sed etiam, guadagno dal vostro lavoro extra contrattuale ed estorto su minaccia di denuncia (2° risparmio). E poi dicono che i dirigenti in Italia sono tutti degli inetti ed incapaci! Ma quest’anno si era deciso fosse l’anno della riscossa; i medici si erano ritrovati per firmare l’ennesimo documento con tanto di foto della stanza della sede di guardia (posto da film orror) e con l’ennesima richiesta d’istituzione del servizio notturno per i turisti, pena le possibili dimissioni di massa. Nel frattempo e fino al 16/06 (data d’attivazione del servizio per i turisti anche se i campeggi e gli alberghi sono già stracolmi persone) avremmo continuato (per dovere deontologico e per non essere inchiappettati) a seguire le urgenze mediche di tutti. In realtà cosa è successo? Molti colleghi con necessità di guadagnare anche quei quattro spiccioli, hanno continuato a visitare le più svariate cagate che possono capitare ad un non residente e, per di più, a domicilio tipo: unghia incarnita, puntura d’insetto, scottatura da sole (notoriamente gravissime urgenze mediche). Al momento di decidere sulle paventate dimissioni in divenire, si sono ritirati in buon ordine garantendo, a breve giro di posta, ai dirigenti uno spettacolo cabarettistico inaspettato (e a noi una gran bella figura da culo). Citando un noto film, non ci resta che piangere e recitare un sonoro mea culpa aspettando il trasferimento, a questo punto inderogabile, verso altri e più seri lidi. Consiglio per gli acquisti: prima di programmare una vacanza balneare, informatevi bene sul tipo di assistenza medica garantita in loco; il rischio è di trovarsi, nel bel mezzo dell'europa (e con prezzi demenziali), con una situazione da terzo mondo.

domenica 31 maggio 2009

Il discount dell'emorragia cerebrale

L’emorragia cerebrale è un evento drammatico, ma fortunatamente non di così frequente riscontro nel setting della continuità assistenziale (242.500 casi all’anno in Italia di ictus cerebri, circa 48.500 sono le emorragie cerebrali (15-20%) intraparenchimale o subaracnoidea (3%), l’80% sono ictus ischemici). In effetti gli unici casi visti dal sottoscritto in 19 anni di professione riguardano la mia precedente attività di medico di pronto soccorso (mai rimpianta!) con tanto di decerebrazione in diretta di una poveretta rimpallata tra neurochirurgia e p.s.(vedi post dedicato). Ma ecco cosa mi è accaduto ieri notte: guardia medica, prima telefonata: ”dottore, può venire a vedere mia madre che ha la faccia anestetizzata?” “La faccia anestetizzata?” “Si, sente tutto il volto intorpidito; sa….., è invalida, l’anno scorso ha avuto una emorragia cerebrale e adesso ha degli esiti stabili” (paralisi emisoma destro). “Mah…signora, non è proprio semplicissimo capire cosa sta accadendo in una paziente con già grave deficit neurologico, ci vorrebbe una consulenza specialistica urgente”. “Ma dove vado adesso io?! Non la posso trasportare senza l'ausilio dell’ambulanza”. “Va beh, (tentativo fallito miseramente!), vengo a darle un’occhiata. All’arrivo trovo uno stato ipertensivo moderato e soprattutto una midrisi fissa (pupille dilatate modello gatto insonne di notte) con anisocoria (pupille di diametro diverso). Dispongo il trasporto urgente attraverso il 118 all’ospedale di zona. Dopo circa due ore, nuova richiesta di intervento: (tra mal d’orecchie da mezz’ora, puntura di zanzara sul culo, ecc.) “Dottore, può venire a vedere mia madre che ieri è caduta battendo la testa e adesso ha vomito”. “Signora, non l’ha portata al pronto soccorso ieri? “No, non sembrava nulla di grave, ma adesso vorrei che venisse a controllarla”. “Ogni suo desiderio è per me un ordine! Obbedisco! (in realtà il mio pensiero era leggermente diverso). All’arrivo trovo la donna con vomito a getto, forte cefalea e soprattutto ipertensione arteriosa (200/100). L’esame neurologico mostra già deficit motorio e di sensibilità al braccio destro. Nuova richiesta di trasporto urgente attraverso il 118 all’ospedale di zona. Morale: 19 anni di attività, tre emorragie cerebrali in tutto; 12 ore di guardia, 2 casi in fila indiana. Per finire il racconto, in Italia si può ancora morire (da turista polacco) per paura che il servizio medico sia a pagamento. La notte di guardia precedente alla mia: “dottore, è il 118 di ****, abbiamo l’ambulanza sul posto al camping***. C’è un paziente di 37 anni in arresto cardiaco. Può andare a vedere? (domanda vigliacca e retorica). Il collega si reca sul posto, ma non può far altro che constatare il decesso del giovane per infarto miocardico. A fatica riesce (non possedendo una “padronanza perfetta” del polacco, quindi a motti e a gesti) ad ottenere qualche notizia in più dai familiari: il poveretto dalla scorsa notte (più di 24 ore quindi) accusava un forte dolore al torace, ma pensando trattarsi di dolore intercostale e sopratutto temendo che il servizio medico fosse a pagamento ha atteso che passasse. Per far si che questa non sia solo una sterile storiella, ecco i segni ed i sintomi d'allarme dopo trauma cranico: perdita di coscienza, cambiamenti nella personalità, un mal di testa forte, persistente, o ingravescente, vomito ripetuto o nausea, crisi epilettica, impossiblità a svegliarsi, midriasi, cioè dilatazione (aumento del diametro) oppure paralisi di una o di entrambe le pupille, disfasia (voce alterata, impastata, incomprensibile), debolezza, formicolio o addormentamento delle estremità, perdita nella coordinazione, e/o aumento della confusione, inquietudine, o agitazione. Il vomito ed il deficit neurologico (p.es. debolezza in un braccio o gamba) assieme sono importanti indicatori della prognosi e la loro presenza richiede una immediata tomografia assiale computerizzata e spesso anche un intervento neurochirugico. I bambini piccoli con trauma cranico moderato o grave possono mostrare alcuni dei precedenti segni ed altri specifici dei bambini, come: pianto persistente, impossiblità ad essere consolati, e/o rifiuto a bere, essere allattati o mangiare. Se ciò dovesse succedere anche a distanza di 24/48 ore, ritornate al pronto soccorso (dove eravate già stati per escludere una frattura cranica mediante rx o per suturare la ferita, semplicemente medicarla e/o attuare la profilassi antitetanica). Non sto a soffermarmi sul da farsi in caso di dolore toracico, perché ormai anche le pietre con dolore retrosternale rotolano da sole (o meglio con il 118) al pronto soccorso.

giovedì 28 maggio 2009

Una fantastica giornata di….

Quando si è ammalati si dovrebbe restare a casa in malattia; purtroppo se un soggetto non ha tale opportunità (non è prevista dal proprio contratto di lavoro), deve armarsi di forza di volontà, imbottirsi di farmaci e uscire di casa con la speranza di farvi ritorno il più presto possibile (perchè chi non lavora....non mangia). Erano alcuni giorni che il nostro protagonista non stava bene; dolori addominali, febbre, confluiti poi in una diarrea irrefrenabile. Tre giorni di permanenza nel bagno con episodi a cadenza regolare, quasi l’intestino si fosse sincronizzato sull’orologio da polso, "tanto che era possibile fare il countdown in attesa della successiva "scarichetta". E poi il mal di pancia, la disidratazione acuta, la nausea; il poveretto non riusciva a far neppure le scale di casa senza andare in dispnea. Il dott. XX purtroppo ieri era di turno per gli espianti ; pregava: “o Signore, fai che oggi non muoia nessuno” (quanto meno di idoneo). Non è stato ascoltato. Alle ore 14.00 squilla il cellulare di servizio; “c’è un prelievo a 50 km di distanza”. “Ok, ora parto”. Il primo intervento è andato bene, nel senso che il problema del medico non si è esacerbato di colpo. Per il secondo le cose invece cominciano a girare per il verso sbagliato, se non altro per la distanza del nuovo ospedale da raggiungere: 110 Km. Lungo la strada i primi sentori e sintomi: borborigmi allucinanti udibili a distanza, dolore intenso, sudorazione, nausea, lingua felpata ed alito tipo fogne di Calcutta. Quindi sosta alla prima area di servizio disponibile ed acquisto di una bottiglia d'acqua per compensare le perdite di liquidi. Poi nella speranza di trovare un bagno decente (cosa quanto mai ardua), puntatina alla toilette cercando di dribblare quelle vecchiacce che questuano soldi davanti al cesso come se fossero lì a fare beneficenza e volontariato invece che il proprio lavoro. ”Uhhh, è andata” – disse il medico- “ per oggi sono apposto, tirando a ripetizione lo sciacquone per evitare il diffondersi nell'aere della colonna sonora dell'atto fisiologico” (non si sa mai di trovare la vecchia custode con la scopa in mano fuori la porta che ti guarda con sguardo schifato ed accusatorio). Una volta arrivato all’ospedale però i sintomi si riaffacciano con lo splendore di sempre. Il poveretto allora si reca in portineria per prendere le chiavi dell’obitorio (dopo le 15.00, non c’è più nessuno in servizio) e firmare l’ingresso, mentre con le gambe accavallate e la fronte impregnata di sudore (disperato) cerca di celare il proprio disagio abbozzando anche un sorriso di rito con il portiere e facendo molta più attenzione alla contrazione del proprio sfintere che alle parole emesse. Pensa:”per fortuna ora arrivo in obitorio, mi chiudo dentro, trovo il bagno, faccio una bella cagata e poi inizio a lavorare. Sono molto fortunato ad essere arrivato in tempo!” Così parcheggiata la vettura di servizio, aperto e richiuso l’obitorio dietro le proprie spalle, ecco inizia la caccia alla toilette. L’obitorio di*** è un lungo corridoio che a destra e sinistra ha varie porte; subito si trovano gli uffici, poi le celle mortuarie, frigorifere, la sala autoptica. Ma di cessi, nemmeno l’ombra! “Vuoi vedere che me la faccio addosso?” pensa il medico con un velo di disperazione strampato sul volto. "E poi come torno a casa?" Tutto chiuso, sbarrato; solo le celle frigorifere e la sala autoptica sono aperte. Cosa fare? Il medico sente che ormai l’esplosione è imminente e come un ciuaua alle prese con un mastino napoletano inferocito pensa in fretta ed in furia al da farsi (scappare!!!), anche il protagonista alle strette, pensa come risolvere la situazione che gli sta scappando di dosso (nel vero senso della parola). “Potrei farla nel lavandino della sala autoptica” (tanto è liquida e scivola via che è un piacere), ma il problema è che, sebbene semi interrato, l’obitorio ha delle finestre che danno in un cortiletto. Pensa un po’ se qualcuno passa e mi vede in quella situazione. Inoltre, cosa potrebbe pensare una persona nel vedere un qualcuno di sconosciuto, in un obitorio, alzarsi le braghe e filare via? Qui mi arrestano immediatamente!”. Una situazione Kafkiana! Dato che ormai il medico non riesce più nella gestione dell’evento, prende di petto la situazione e sfidando le finestre aperte, l’inopportunità del luogo, gli sguardi indiscreti, prende un bidone di plastica dei rifiuti speciali ospedalieri, si siede sopra e via. “Ahhh, meraviglioso! E’ andata anche questa volta”. Ora come smaltire il rifiuto speciale? Le opzioni sostanzialmente sono due:1) richiudere il sacchetto ermeticamente ed occultarlo tra gli altri rifiuti speciali, 2) svuotare il bidone nel lavabo delle autopsie (che di schifezze ne vede già abbastanza per conto suo e quindi non si scomporrà minimamente), lavarlo e rimettere tutto a posto. Scatta l'opzione 1, più ergonomica ed igienica. Una volta ultimato l’espianto, il medico chiama la base e apprende che vi un altro intervento da eseguire. “Ok, datemi nome e cognome che vado”. Percorsi altri 50 km, ecco che il sanitario arriva a destinazione. Il portiere gli dice: “dottore, vada in obitorio, suoni il campanello che le apro”. Il medico esegue, entra in obitorio alle prime luci della sera, prende l’ascensore per scendere nel sotterraneo passando tra le salme in esposizione nella camera ardente. L’ascensore scende con lentezza disarmante nelle viscere della terra, arriva e dopo poco si aprono le porte in un buio da incubo. “ Cavolo, potevano almeno lasciare la luce accesa!” (anzi dovevano per legge, nella stanza da osservazione). Il medico cerca allora un interruttore, ma dopo averli provati e riprovati tutti, si accorge che di accesa c’è solo la luce (spettrale) di emergenza. "Non è possibile! O sono sul set di Belfagor o su scherzi a parte!" Quindi risale al piano superiore , citofona al portiere e spiega la situazione. “Dottore, le mando un’infermiera a controllare”. Dopo cinque minuti arriva la donna che non può fare altro che constatare il guasto dell’impianto. La stessa si reca nuovamente di sopra e con il portiere chiama l’assistenza tecnica (naturalmente reperibile); tempo d’attesa: mezzora (circa, molto ma molto circa). Sapendo che da un momento all’altro il proprio intestino avrebbe potuto ridestarsi come per incanto, il protagonista si arma di coraggio. L’unica luce presente è quella dell’ascensore; così dispone il cadavere alla sua luce fioca, blocca la porta dell’ascensore con un cesto dei rifiuti speciali (umh!!!, magico cesto, elemento indispensabile anche in questo caso, "per me, numero uno!": firmato Dan Peterson), prende una luce da fronte modello speleologo che cautamente porta sempre con se ed inizia l’intervento. Nel frattempo altre infermiere cercano di accedere alla sala di osservazione-cripta per portare un altro poveretto passato a miglior vita, ma essendo bloccata la porta dell’ascensore, non possono accendervi. Il medico le sente confabulare attraverso il vano dell'ascensore, non sapendo le stesse esattamente cosa fosse successo ed il da farsi. Successivamente attraverso l’esterno, armeggiano con porta dell’uscita di emergenza proprio mentre il chirurgo sta finendo l’operazione alla “luce delle fotoelettriche” anzi “frontelettriche”. “Ancora un attimo e me ne vado!” " Speriamo che questa giornata di merda sia finalmente finita!" pensa il medico, resistendo alla tentazione di aprire la porta con un " buuuuu!!!!!" terrifico. Tra lo stupore e lo spavento nel vedersi aprire la porta di colpo e nel buio più completo da un essere mascherato, inguainato da un camice verde e con una luce sulla fronte modello locomotiva della transiberiana, le donne attendono che quel che resta del dottore se ne vada, scusandosi in coro per l'accaduto. "Per fortuna che almeno il Barcellona ha fatto fuori quei simpaticoni del Manchester United!", pensa il medico. Domanda finale (retorica al massimo grado): ma è possibile lavorare in questo modo e sopratutto vivere in questo modo? La storia comunque ha una duplice morale: 1) anche se un uomo non trova un cesso disponibile, è sempre in grado, per disperazione, di trovare valide soluzioni alternative, 2) è sempre preferibile riderci sopra perchè comunque vadano le cose, è il mezzo migliore per superarle. E comunque W i diritti contrattuali (malattia, ferie) a taluni negati!