Caro diario, ebbene si, chi se lo aspettava? Certo in età mia crepare di maggio, ci vuole tanto, troppo coraggio, dritto tabella fino l’inferno, avrei preferito andarci in inverno; mi dispiace tanto per i miei figli che probabilmente non vedrò crescere. Ma andiamo con ordine, dato che ancora sono un medico, anche se passato dall’altra parte di quella linea terribile che delimita il sano dal malato. Carcinoide del tratto gastro enterico? Cancro del pancreas? Cazzo, ecco perché avevo scariche diarroiche da tre settimane; eppure la mia mente era talmente lontana da tale evenienza da non considerare neppure la negatività degli esami colturali delle feci come fattore prognostico negativo (per essere positivi al cancro). Inoltre mi dicevo: “io medico non posso essere ammalato, la mia professione mi tiene lontano da tale evenienza! Io curo e non mi ammalo come ogni misero mortale”. Eppure mi ritrovo qui su di un letto d’ospedale a fare autodiagnosi e soprattutto autopronosi, considerando che non è un paziente qualunque quello a cui devo dare delle risposte, ma a me stesso. Ed i colleghi? Mah, professionali senza ombra di dubbio, ma assolutamente assenti sul piano del conforto morale ad un uomo che fino a poco tempo fa aveva dei progetti di vita e che ora si trova costretto a riconsiderarli alla luce della nuova situazione clinica. Ma è giusto che un medico non si coinvolga delle sfighe altrui e mantenga la giusta distanza? Forse. La noia del reparto è terribile; troppi tempi vuoti e spazi da riempire con le proprie sensazioni e paure. Debbo dire in tutta onestà che quando era dalla parte giusta (quella sana) o semplicemente più comoda, ho sempre cercato di portare un minimo ristoro al mio prossimo e quando, più per stanchezza e distruzione fisica da superlavoro, non ci riuscivo, mi sentivo in colpa e cercavo di rimediare. Portavo come esempio di vita un bellissimo film che consiglio a tutti i medici (e non) di vedere: “un medico, un uomo”, praticamente la mia storia; speriamo che anche questa sia a lieto fine. Ma come in un triller ecco pian piano dipanarsi la diagnosi: sono disteso su un lettino in attesa dell’ecografia all’addome; il fegato è ok a parte la presenza di una cisti di circa due centimetri (che già sapevo d’avere da una precedente eco). Ma poi la sonda indugia in epigastrio in modo anomalo; il gel viene gettato copioso e poi la situazione che fuga i miei dubbi e mi getta nello sconforto; il collega esce dalla stanza e mi dice:”vado un attimo a chiamare il primario”. Ecco qua, Fulvio, sei sfottuto! Arriva il boss e prende in mano la situazione; “..non sembra però la coda del pancreas interessata..”, mentre tra me e me mi dico: “K del pancreas? Sei mesi di vita e soprattutto sei mesi di merda!”. "Qui ci sono delle area ipoecogene lungo il mesentere, piccole ma abbastanza numerose". Cavolo, penso io, un caso interessante; è particolarmente, estremamente interessante, ma soprattutto è l’evenienza che sia il mio caso a renderlo unico per il sottoscritto. Bisogna fare una tac urgente toraco-addominale per avere un quadro completo della situazione; nel frattempo completiamo gli esami. E si, ineccepibile, è proprio così penso io, mentre mi pulisco da quel ettolitro di gel che ho sulla pelle e mi dirigo barcollando e sconsolato verso il mio letto. La solitudine che ti assale è terribile, ti senti come sbattuto da una parte all’altra in un mare in tempesta; ti viene voglia di piangere, ma sai che sei troppo grande per farlo, anche se ti concedi qualche libertà. Ti senti come un terremotato sotto la propria casa spazzata via dal sisma. In compenso sai che saranno gli altri a piangere per te e si sforzeranno di dirti che tutto si risolve, che le cure oggigiorno fanno miracoli; praticamente tutto il tuo repertorio di balle commiserevoli che molte volte hai tirato fuori dal cilindro magico per cercare di dare tregua alla tua ansia e quella del tuo paziente. Certo si può guarire, ma a quale prezzo? Una pietas medica che però con te non funziona, perché ne conosci l’origine e l’utilizzo. Ti scorre davanti tutta la vita in un modo spontaneo; la mia infanzia con la separazione dei miei genitori e l’adolescenza non proprio idilliaca. La mia prima moglie con tutte le sofferenze annesse e connesse; cazzo, sono passati 25 anni, ma avrei voglia di sentirla; la seconda che si trova da qualche parte al di la dell’oceano (come la prima ma molto più a nord) e che non sento più da 15. Chissà che fine hanno fatto? I sacrifici bestiali dell’università, i traslochi da una parte all’altra dell’italia, le morose intramezzate tra i matrimoni. E poi l’amico brusco con cui ho già sotterrato due compagni di ventura (Piero e Marco, l’ultimo pochi mesi fa per melanoma); ci eravamo detti: “bisogna che ci troviamo, basta farlo solo in occasione dei funerali degli amici”. Mi sa che gli mando un sms: tieniti pronto per il prossimo funerale…il mio! E poi tutte le facce di quei poveretti che mi hanno preceduto nella sfiga della malattia e a cui ho tolto gli occhi per campare con una promessa: io così, cachettico e devastato non mi riduco, ho la pozione magica costituita da due o tre fiale di diazepam in flebo con una confezione di insulina pronta e, se mi girano le palle, completo in coktail della casa con una scatola di xilonor special ad uso odontoiatrico in vena. Praticamente una bomba infallibile scaccia cachessia neoplastica e strozzate filo clerical- berlusconiane sulla sacralità della vita e sulla alimentazione e idratazione forzata di un cadavere ambulante. Ma bisogna che mi moglie non lo sappia, se no scatta la lacrima e il controllo a vista. Ok, sono le 1.30 di notte; di solito a quest’ora entra un marocchino in carcere, arriva una telefonata in guardia medica per un dolore all’orecchio, squilla il telefono in ospedale per chiedere l’esecuzione di una terapia al bisogno per un’agitazione psicomotoria. Nulla di tutto questo accade ora per me, solo l’attesa della tac e qualche altra scarica. Cavolo, vuoi vedere che mi viene nostalgia della medicina? Putroppo e vero, solo quando stai male ti rendi conte delle cose che hai e che stai rischiando di perdere. Come reagisce un medico alla malattia? Naturalmente curandosi, come tutti. Ma alla grave malattia? Probabilmente con i due soli metodi di reazione da me ritrovati entrambi presenti nelle pieghe del mio animo, metodi che in ogni uno di noi traggono origine dal cosiddetto istinto di sopravvivenza. In effetti avevo voglia di reagire, di prendere il toro per le corna e di interagire con i colleghi nella stesura della diagnosi e della eventuale terapia, di chiedere di poter visionare la cartella clinica, gli esami, ecc. Dall’altro invece di sprofondare nel nulla, di scomparire, di affidarmi totalmente agli altri, fingendo di non capire cosa mi stesse accadendo. I rischi sono fondamentalmente due; nel primo caso di pisciare nell’orticello degli altri scatenando la reazione: “ma che cazzo vuole questo qui; qui comandiamo noi!”, dall’altro di farsi eccessivamente minare della depressione e disperazione. L’equilibrio tra le due cose è molto difficile, quando hai di fronte la dama bianca ad ammiccare suadente. Questo dovrebbe farci ricordare il ruolo fondamentale della parola di conforto, del sostegno che noi medici releghiamo quasi sempre agli infermieri e che invece dovrebbero essere parte preponderante della terapia, soprattutto di chi non ha le conoscenze e le competenze mediche per districarsi da solo nel mondo della sofferenza fisica e psicologica dettata dalla malattia. Capisco altresì il motivo che spinge i reparti ospedalieri a destarsi come per magia alle 5 del mattino con prelievi, pressioni da misurare, giro di terapia e quant’altro, quando si potrebbe tranquillamente aspettare orari più dignitosi: la notte per un malato è una sorta d’incubo fatto di dolore fisico e psichico che desta paure ed amplifica la solitudine della malattia; più breve è, meglio è e meno danni produce. Sensazioni che ho provato anch’io in prima persona, mentre attendevo le prime luci dell’alba insonne, guardando l’orologio che non si decideva a correre più in fretta, magari pensando ai miei figli a casa nella paura di non rivederli più. La notte trascorre come il giorno, mentre osservo dalla finestra della stanza, fortunatamente singola, le cime degli alberi che si muovono al vento, mentre quello stesso orizzonte privo di profondissima quiete e di sovrumani silenzi mi coinvolge di giorno. Sei mesi sono pochi e ancor più ingiustamente pochi se passati in un letto d’ospedale nella sofferenza. Siamo a giugno, penso, luglio, agosto, settembre,ottobre,novembre,dicembre, contando con le dita fino al primo dito della mano opposta a quella già utilizzata e completamente estesa; natale, capodanno e poi? Stop; fine corsa. E’ la mattina della tac e mi viene inserita una nuova agocannula nel braccio sx per il mezzo di contrasto; “vuole scendere in barella in radiologia?”, mi viene chiesto “No, no, finche posso cammino sulle mie gambe”. In fondo al corridoio scorgo un rappresentante del farmaco che suole frequentare il mio studio; fortunatamente è distratto e non si accorge di me. Non ho voglia di vedere ne incontrare proprio nessuno. In sala d’attesa di radiologia c’è anche in mio benzinaio di fiducia che attende una risonanza magnetica; “cazzo, ma questa gente sana non ha nulla di meglio da fare che venire in ospedale?”, penso. Poi chiamano il mio nome e salgo a bordo della tac, una sorta di star gate entro cui il tuo corpo passa a ripetizione senza però mai andare in altri luoghi lontani e senza dubbio più piacevoli. “Bene, ora spettiamo il verdetto”, dico a mia moglie che mi aveva accompagnato. Questo arriva dopo poco e per bocca della collega internista che aveva ricevuto il referto in reparto: “bene, dice lei, non ci sono metastasi, ma la presenza di una sospetta invaginazione intestinale, oltre naturalmente la massa mesenterica che comunque pare bene localizzata. Sento subito il chirurgo per una consulenza urgente”. Segue un silenzio irreale nella stanza in cui restiamo soli io e mia moglie, collocati uno di fronte all’altro, seduti in posizione diametralmente opposta. Di nuovo focalizzo la mia attenzione oltre la finestra d’alluminio della stanza, cercando conforto nelle cime degli alberi lontane. Nel terrazzino della stessa hanno nidificato due piccioni, che da quando sono entrato continuo ad osservare mentre preparano il nido e si scambiano incredibili attenzioni. Ecco cosa manca nei sani, il tempo e capacità di osservare le cose magari gustandone qualche particolare meno evidente. Dopo poco arriva il chirurgo e si siede davanti a me sulla sedia capovolta dicendomi: “ so che sei un collega; io sono il chirurgo e quindi taglio e il mio consiglio è intervenire subito per il rischio di addome acuto per necrosi di ansa. Il subito vuol dire tra circa tre ore….se sei d’accordo”. "Si, si, sono d’accordo, sussurro io pensando alle stronzate che si dicono in frasi fatte di rito o di circostanza: questo mi dice di sapere che sono un collega e mi illumina con una rivelazione trascendente; è chirurgo e quindi taglia! Ma io pensavo che il chirurgo facesse tutt’altro". Infine il trasferimento in chirurgia con la flebo tenuta modello statua della libertà in alto e sulla mano sinistra per facilitarne il deflusso, la depilazione tra le battutine del barbiere di Siviglia del reparto abituato a scrutare gli occhi vuoti dei condannati allo scannatoio ed infine l’anticamera della sala operatoria mentre ti preparano ad essere macellato: calze bianche autoreggenti modello gigi o’ recchione anti trombosi, sonde per e.c.g. sul torace ed una specie di tray corder sulla fronte di star trekkiana memoria. Ed una domanda: perché mai ti piazzeranno sotto le luci al neon modello plafoniera da cesso ed in modo tale che tu non possa far altro che guardarla dritta nelle sue zigrinature? Spostando lo sguardo per cercare di carpire i segreti di quella stanza di pre-tortura, null’altro si vede che quel riflesso luminoso che hai impresso nel nervo ottico. Dall’altra parte stanno ultimando l’intervento e senti il collega anestesista dire alla paziente: “faccia un bel respiro a fondo, forza, forza, a fondo se non posso estubarla”. Io penso: “beata lei, almeno si è risvegliata”. E di come sia strano ricordare le invidie per cose futili che ci ingabbiano in egoismi personali e vite senza senso alla ricerca del superfluo, quando ti basterebbe adesso solo risvegliarti. Infine l’anestesista arriva per i suoi servigi anche da me e con il solito incedere: sei un collega vero?. Io annuisco con la testa, accecato dal neon ed immobilizzato sul lettino: sei passato dall’altra parte, “mi conforta”. Vuoi che ti dia del midazolam per stare tranquillo? Noi siamo quasi pronti. No, no, quello si usa per la sedazione palliativa o terminale, penso io erudito da un recente corso d’aggiornamento professionale; porta sfiga”. E poi ti svegli con la bocca amara e l’alito come se avessi ciucciato un calzino usato dopo la maratona di New York. Infine si apre la porta della sala operatoria e con una sensazione di entrare nel castello delle streghe del luna park sotto casa, mi conducono all’interno. Qui scopro con un velo di terrore d’essere l’unico italiano e forse comunitario presente: assistenti slave, strumentaria panamense; chi sarà il chirurgo e soprattutto quale passaporto avrà in tasta? Faccia un saltino dall’altra parte, dice una di queste; c’è la fa? Sapessi che balzo farei (se potessi) e soprattutto dove e a gambe levate. Infine una scena pietosa per posizionare il mio corpo sul tavolaccio operatorio: mano sinistra imprigionata a sinistra dentro una sorta di laccio (induce a riflettere: se mi sveglio con la pancia aperta, almeno non vado a toccare gli organi interni esposti), gambe divaricate come per un intervento ginecologico: cazzo-penso-ma avranno le idee chiare sul da farsi? E da dove vogliono entrare a ravanare nel mio intimo? Ok, ci siamo, un ultimo pensiero ai miei figli e alla situazione orrenda in cui in poco tempo mi sono trovato catapultato che…. Ok tutto bene, respira a fondo, tutto finito. Che meraviglia l’anestesia; pensate come doveva fare un secolo fa chi doveva essere operato e soprattutto che aspettative di vita aveva un uomo con la mia malattia sospetta. Ho un freddo bestiale con brividi scuotenti e chiedo una coperta, mentre porto la mia mano sull’addome. Mi avevano detto che avrebbero inziato con la laparoscopia e solo in caso di problemi mi avrebbero aperto come un suino dallo sterno al pube. Quindi, penso io, se trovo una ferita laparotomica, vuol dire, indipendentemente da quanto mi diranno, che le cose non sono andate per il verso giusto (diagnosta fino in fondo). In effetti, putroppo, il taglio prende tutto l’addome, mentre penso: cominciamo bene il post operatorio. Arriva l’anestesista a cui chiedo: come è andata? Tranquillo, non abbiamo trovato alcuna invaginazione intestinale e quindi abbiamo dovuto aprire l’addome in toto per cercarla meglio. Alla fine abbiamo fatto delle biopsie multiple sul mesentere. Penso: questi mi hanno aperto e richiuso subito perché ormai non c’è più nulla da fare, sono in operabile per l’estensione del male nella mia cavità addominale. Lo sconforto mi assale ancora, ma sto troppo male per non pensare al dolore post chirurgico venturo e lasciare i pensieri funerei al dopo. Vengo portato in stanza e vedo a fatica alcuni volti amici e sorridenti. Chiedo a mia moglie brutalmente: mi hanno aperto e richiuso? No, no, tutto bene, non hanno trovato nulla al di fuori della massa che comunque aveva un aspetto lipomatoso, benigno. Stai tranquillo. Come non hanno trovato nulla?E la t.a.c., l’intervento d’urgenza, la lapoaroscopia, l’ostruzione intestinale? Non mi avranno mica squartato per il cazzo? Chiudo gli occhi mentre ascolto un lamento di sofferenza ritmico provenire dalla stanza vicino alla mia. Ben tornato sulla terra fulvio, mi dico. Il mattino dopo scopro altri piccoli particolari del mio status quo: alla sinistra un drenaggio che fuori esce dall’addome a riempire una sacca posta a terra; a destra sachettone pieno d’urina la cui origine non mi desta alcuna curiosità ed infine sondino naso gastrico dalla narice di sinistra a pescare dal fondo del mio stomaco. Braccio sinistro con baxter contenente antidolorifici; giro gli occhi e guardo a fatica il contenuto: 7fiale di contramal, 5 di lixidol e 2 di limican. Bene, bene, potrò stare un pò tranquillo almeno sul piano del dolore. Giro lo sguardo dalla parte opposta e vedo mia moglie sulla poltrona, mentre cerca di fare stracking dopo la notte d’assistenza. Come va? Mi chiede ed io mentre sento in gola il sondino a rasparmi la faringe e a soffocarmi annuisco: bene, bene. Mi hanno detto di procurarti una panciera elastica per poter tentare di muoverti; magari con il baxter nella mano destra, catetere tra i denti, sondino a sinistra, drenaggio in tasca e flebo trainati sul trespolo a quattro ruote, penso io. Come si può pensare al concetto di movimento in queste condizioni? E poi, una volta giunta la panciera, compare la più totale inabilità fisica a fare qualsiasi cosa, dal muoversi, alzarsi, respirare, tossire, annuire. Man mano che compare lucidità, compaiono anche i quesiti più esistenziali ed essenziali: ma, se non mi hanno trovato l’invaginazione, ma solo la massa su cui hanno fatto le biopsie, ciò vuol dire che nel caso essa sia maligna, dovranno riaprirmi a breve?! No, non è possibile, di nuovo in sala operatoria, di nuovo l’agitazione, lo scoramento,l’ansia appena provata e che pensavo lasciata alle spalle. Ma per l’esame istologico ci vogliono almeno sei-sette giorni. Cosa faccio io nel frattempo? In realtà nel frattempo di cose ne ho fatte molteplici e non certo piacevoli come il riposizionamento a vivo e per due volte del sondino naso-gastrico a causa di una notte di vomito bestiale ed incoercibile. Un’autentica tortura medievale con tanto di vomito ematico, dispnea e crisi ipertensiva. Faccia stravolta, lacrime agli occhi, disperazione nel sentirsi calare in gola un pezzo di plastica voluminoso e che martorizza poi in breve tempo i tuoi tessuti laringei ad ogni deglutizione. Un calvario, una sofferenza indicibile, mentre mi vengono in mente le persone a cui quello stesso sondino avevo posizionato in precedenza. Cazzo, ecco cosa di sente, cosa di prova; quanto male ho fatto a questi poveri disgraziati! E poi il dolore nel tentare di scendere dal letto, il fastidio terribile nel momento della rimozione di tubuli e cannule dagli orifizi più disparati, naturali o neoformati, presenti sul mio corpo. Infine il giorno del giudizio; arriva il primario (ha la mia stessa età, beato lui, ma certamente non ha avuto le mie stesse spintarelle) che mi dice: “buone notizie; è una lipomatosi del mesentere, non è necessario fare alcun altro intervento, ma solo alcune indagini ulteriori d’approfondimento. Vi risparmio a questo punto il proseguo della storia clinica a lieto fine per calarmi nella pugnalata vigliacca che ho ricevuto, mentre ero su di un letto d’ospedale inerme, inflittami da alcuni dirigenti. Tralasciando anche le innumerevoli telefonate ed i gesti spontanei di solidarietà avuti da quasi tutti i colleghi dei miei tanti posti di lavoro (che ringrazio da questo blog e farò sicuramente non appena uscito dall’ospedale, in prima persona), c’è chi ha atteso questo momento per farmi le scarpe. Una volta saputo che probabilmente stavo per crepare di cancro e che quindi avrei dovuto farmi ricoverare d’urgenza, sconvolto, avevo provveduto ad avvisare le varie segreterie delle ulss riguardo questa mia nuova e sgradita condizione. In particolare avevo chiesto al collega dell’ospedale presso cui lavoravo di cercare di coprire i miei turni per questa tragica evenienza. Naturalmente la risposta era stata: “non ti preoccupare, stai tranquillo, pensa solo a guarire e a curarti, per il resto ci pensiamo noi, mi raccomando”. Da parte mia avevo garantito la mia presenza per il mese di luglio ed avevo già programmato i turni di guardia per tale periodo, sperando di portare a casa la pelle. Bene, sapete cosa è successo, mentre io lottavo con il dolore fisico in un letto d’ospedale? Dato che il mio contratto scadeva a luglio, sono stato semplicemente sostituito e quindi ho perso il mio posto di lavoro; punto. A me è stato detto che con la prossima convenzione, sarei stato reintegrato in organico…forse, naturalmente. Lascio a voi comprendere il mio stato d’animo nella circostanza e lo stupore di tutte le persone a cui ho raccontato quanto occorsomi. Morale conclusiva: per fortuna sono vivo; per il resto ci penserò domani non appena sarò in forze (12 kg persi in 1 mese e 10 giorni) e mi sentirò di nuovo in grado di affrontare questa vita di merda con la stessa ostinazione, pulizia mentale e personale di sempre! E con il valore aggiunto di aver provato sulle mie carni lo strazio della malattia e la devastazione della mente che essa comporta, cosa che nessuna scuola, nessun barone del cazzo potrà mai insegnarti. P.s.: all’ecografia pre dimissione non risultava più alcuna massa mesenterica, tanto che il primario di medicina che l’ha eseguita credeva che fosse stata escissa. Chissà cosa mi è successo? Nel frattempo: ecocardiogramma, risonanza magnetica addominale tra 7 giorni ed un timore: chi cerca (qualcosa d’anormale con esami sofisticati)…..….trova e poi…. son caaaazzi sua!