Ruolo manipolatorio del terapeuta, soprattutto nel caso della terapia strategica: la difesa la lascio fare a Warzlawick, che ha speso fior d’inchiostro su questo punto in quanto era ben consapevole di tale problema. Quanto possiamo sentirci autorizzati ad andare oltre quella che è una prima richiesta del paziente? Mai, dato che non abbiamo, rispetto ad altre teorie psicologiche, nessun tipo d’appiglio teorico e d’assunto normativo che ci consenta di capire di cosa quel paziente ha bisogno. A fronte di una richiesta che è esplicita, il modo in cui possiamo soddisfarla non è necessariamente dato da quello che l’interlocutore ritiene utile, perché se fosse stato utile, non sarebbe venuto da noi. Tra cliente e terapeuta c’è un qualcosa che viene esplicitato ed un qualcosa che fa parte del "retrobottega"; il nostro retrobottega è un qualcosa che non deve mai essere totalmente condiviso con il nostro cliente proprio perché i sentieri che noi riteniamo opportuni per raggiungere un obiettivo concordato, sono di solito molto distanti da ciò che è utile fare per raggiungerlo. Quindi semplificando, la richiesta va ridefinita quel poco che ci consenta d'avere un margine di manovra, dato che è necessario distinguere le richieste che rientrano nella nostra possibilità d’intervento da quelle che invece si aggrappano all’idea della presenta di una bacchetta magica o si riferiscono a tersone terze su cui non possiamo avere influenza.

Esempio: qualcuno viene da noi e si lamenta di soffrire per una storia andata male. Si lavora sulla sua sofferenza; un collega che cha seguito il caso prima di noi ed aveva accolto la stessa richiesta, ha fatto in modo che il paziente uscisse dallo studio, due anni dopo, con la convinzione d’avere un conflitto con la madre. In questo caso
c’è una sovrascrittura da parte del terapeuta che invita l’altro a condividere le sue pre-concezioni teoriche (in questo caso definisce sia il problema che la richiesta che viene fatta). Nel nostro caso il problema non si pone dato che non abbiamo alcun tipo d’interpretazione aprioristica che ci fa dire cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Seconda considerazione: il fine della prima seduta è quello di concordare l’obiettivo, per cui, se stai esagerando in questo tentativo di ridefinizione, è il cliente che te lo fa notare. Non serve avere tanti termometri esterni; è una sorta di negoziato che viene formulato. Se alla fine della seduta il paziente concorda sul modo in cui tu hai contribuito a ridefinire il problema, il negoziato è riuscito; se ciò non accade, si perde il cliente. Le terapie
mainstream, quelle un po’ più datate, avevano come effetto che l’epistemologia del terapeuta era in qualche modo fatta propria dal cliente; noi non abbiamo un linguaggio codificato, teorico, con il quale progressivamente, insegniamo all’altro a parlare. C’è una differenza fondamentale tra le psicologie interpretative e quelle che
anziché interpretare, cercano di
comprendere. La differenza tra noi ed uno psicoanalista è che questo interpreta, cioè legge il senso comune dell’altro rapportandolo ad un’altra storia, una teoria che lui ha in testa e che ritiene essere più vera o più fondata del resoconto del cliente. Noi non abbiamo nessun tipo di teoria sulla base della quale interpretare l’altro e che ci consenta di dire che questa cosa è un complesso di Edipo. Lui sta male perché un inconscio reattivo.
Non interpretando nulla, il racconto del nostro interlocutore ha il massimo statuto che gli si può attribuire. Non rischiamo di fraintenderlo o di inalberarci verso un sentiero che è più viziato dalla nostra teoria che dalla richiesta del cliente. Sul termine "manipolazione" c’è già posto un giudizio di valore; bisogna lavorare in modo strategico e quindi orientato ad un obiettivo e, a volte, tenendo separato uno scenario che si condivide con il cliente rispetto ad un retrobottega che rimane esclusivo nostro, dato che dobbiamo fare sia gli attori che i registi della psicoterapia. La manipolazione è un qualcosa che appartiene a tutti i tipi di terapia anche quelli che apparentemente negano d'esserlo. Un bambino che piange, sta manipolando la madre, cioè la comunicazione che lui offre è una comunicazione che influenza l’altro e quindi, come sosteneva Warzlawick, poiché è impossibile non comunicare, nel momento in cui lo facciamo stando zitti, anche il silenzio risulta manipolatorio, ossia vincola l’altro a rispondere in maniera congrua a quello che noi abbiamo fatto. Ogni forma d’interazione è manipolativa; solo che possiamo accettare questa cosa e farcene carico, cioè una volta stabilito che la comunicazione produce inevitabilmente un influenzamento dell’altro, cerchiamo d'orientare tale influenza in virtù del raggiungimento dell’obiettivo. E’ un influenzamento pilotato. In altri casi non lo si pilota e lo si lascia al senso comune; probabilmente la prima è la migliore alternativa. Gergen diceva che la terapia strategica sul modello di Palo Alto, la utilizzava poco perché gli sembrava troppo manipolativa; ma se è vero che ogni forma di comunicazione implica un margine d’influenzamento dell’altro, è ipocrita fingere che non sia così. Tale argomento è molto complesso e come tale può essere affrontato da molteplici punti di vista; il mio
è un punto di vista tecnico: immaginando il terapeuta come un tecnico, la manipolazione deve essere rivista come un atto inevitabile del processo terapeutico. Dal punto di vista etico, altrettanto la manipolazione è funzionale nella misura in cui l’obiettivo è l’unica cosa che conta, il benessere dell’altro viene prima del mezzo che io utilizzo per perseguirlo. Il fine giustifica i mezzi. Dal punto di vista morale, che era quello di cui parlava Gergen, la manipolazione può essere fastidiosa, ma fastidiosa per il terapeuta, cioè diventare eccessivamente manipolatori può essere qualcosa che ci fa stare a disagio. Ma un terapeuta non deve avere come orientamento per lo svolgimento del proprio lavoro il punto di vista morale, ma quello etico, che è diverso. Se torniamo agli assunti che abbiamo visto insieme quando abbiamo parlato del
significato è abbiamo detto che questo emerge come punto intermediario di un processo interattivo (quindi non è dominio tuo ne dominio mio, ma si stabilisce sulla base dell’interazione), allora il termine manipolazione è inadeguato all’interno di questa cornice, perché prevede che uno manipoli l’altro, quando la realtà psicologica si gioca sempre nel mezzo. Tutto è manipolazione e allora nulla è manipolazione.
La comprensione diventa una interpretazione condivisa. Può diventare un’arma a doppio taglio nel momento in cui si adotta tale metodo non solo nel campo lavorativo, ma con la fidanzata, in famiglia; è necessario allora fare un certo percorso di riposizionamento in quanto si tende ad eccedere con questa forma mentis. La seconda parte della seduta è organizzata in modo tale che il paziente deve pensare ex novo ad un’immagine di se futura una volta capito il perché del suo problema, della sua diversità. In questo modo si rendono più esplicite le anticipazione che il paziente si fa rispetto la persona che diventerebbe in un futuro ipotetico dopo aver risolto il problema, ossia capito che sia. Da un punto di vista metateorico, che senso ha questo?
Ci si muove da una interazione ritualistica ad una generativa; inizialmente smuovo un po’ quella del paziente e poi ne genero una alternativa. Si mette il cliente nella condizione di cominciare a pensare a cose alternative al suo problema, a quelle che macina da quindici anni. Ossia: tu fai bene a scoprire il perché, ma una volta che hai capito, cosa cambierà nella tua vita? Lo mettiamo sotto torchio, in modo tale che lui cominci a raccontarsi, a reinventarsi, ad immaginarsi.
I cambiamenti non sono possibili nella realtà se nemmeno riusciamo ad immaginarli. Dobbiamo aiutare il nostro interlocutore ad immaginarsi diverso. Tutte le domande, le riflessioni, i pensieri, ce li poniamo da una posizione precisa; se noi spostiamo pensieri, riflessioni, domande da quella posizione, tutto sarà diverso. I pensieri non sono quelli platonici che esistono al di fuori ossia sono immanenti; se io modifico la forma di vita con cui si muove il nostro interlocutore, anche i pensieri cambiano. Se noi ci sediamo su di un comodo divano dopo aver pasteggiato, abbiamo pensieri diversi da quelli che potremmo avere dopo aver fatto una corsa. Un libro del Dalai Lama parla della distinzione delle emozioni secondo l’ottica occidentale e come vengono invece inquadrate all’interno della filosofia buddista. Nel mainstreem, le emozioni vengono barbaramente suddivise in positive e negative per l’effetto che hanno sulla persona. Se fanno star bene o male colui che le vive. Tra le emozioni positive, si incontrano la gioia, tra le negative, la rabbia, la paura. Nella filosofia buddista, la riflessione fatta (figlia di uno sguardo olistico) è molto simile a quella che potremmo fare noi e che ha molto a che fare con l’etica; la distinzione tra emozioni positive e negative non è data dall’effetto che queste possono avere sul singolo, ma sul tipo d'azioni che vengono sollecitate da questa matrice emotiva e che possono avere delle conseguenze collettive. Il fatto che un’emozione sia positiva o negativa è valutata sul tipo di reazioni che quell' emozione induce in noi e sul tipo d’azioni conseguenti che noi siamo in grado di fare rispetto al sistema, agli altri. Ci sono emozioni come la rabbia che anche per il buddista sono negative, inquanto portano ad azioni violente; altre come la paura che non sono necessariamente negative. Dipende se attraverso queste emozioni possono essere prodotte delle azioni più meno utili al sistema, all’individuo che al di fuori di noi, all’altro. Tutto quello che facciamo in terapia o nella nostra vita dovrebbe avere una valutazione etica; dobbiamo valutare se il tipo d’azioni che intraprendiamo o invitiamo l’altro ad intraprendere sono etiche, funzionali rispetto all’ecologia del sistema. Il pensiero sistemico ci invita a considerare la nostra attività terapeutica non soltanto sulla base degli effetti o dei riflessi che può avere sul singolo, ma anche di quelli che può avere sul sistema. Noi non ci occupiamo delle emozioni come cose, ma per come vengono configurate nel discorso, quindi non tanto le emozioni quanto il vissuto emotivo, il modo in cui la persona conosce ed utilizza le emozioni per vivere. Non ci sono aspetti dell’essere umano che vengono trascurati da un approccio che è fondato sullo studio della conoscenza dell’altro. Noi studiamo come l’altro comprende se stesso, al di là e al di sopra di qualunque tipo di realtà ontologica o primaria che possiamo ipotizzare. Il nostro livello di competenza è giocato sulla realtà di secondo ordine (non lavoriano sui problemi dell’altro, ma sul modo in cui gli significa). Il termine etico non vuol dire quella che è la norma del diritto collettivo e che è condivisa sul modello del non rubare; io lo utilizzo per il modo che a che fare con una analisi molto dettagliata delle implicazioni che una nostra azione può avere immaginandola amplificata su larga scala. Per alcuni versi il modello interazionista può ospitare, nella sua riformulazione applicativa, il modo che poi ci consente di lavorare in terapia e può richiamare a se alcune terapie brevi che sono ampiamente diffuse nel contesto nazionale ed internazionale. Tale modello ci consente di mettere a fuoco una metateoria che ha al suo interno l’uso di una serie di pratiche che si associano a quelle tradizioni terapeutiche altrettanto famose : la
terapia sistemico narrativa, che è opera principale di White, considerato dopo Ericson il più grande creativo nell’arte clinica del scolo scorso. Questi ha perfezionato quella che è poi diventata famosa come terapia narrativa. La
terapia strategica, nell’accezione di Palo Alto e non la rimasticazione Nardoniana e la così detta
terapia focale breve, ha costruito dei protocolli d’intervento estremamente efficaci e che sono orientati al massimizzare i processi o gli effetti di cambiamento nell’atto terapeutico. Le terapie brevi sono tutte accomunate dall’interesse d'essere più efficaci possibile nel minor tempo possibile. Gli autori hanno distinto alcuni fattori che possono essere utili per orientarci nella pratica clinica:
la terapia narrativa è una terapia che agisce soprattutto a livello della narrazione e che tende ad essere focalizzata sul problema che la persona presenta ed è principalmente orientata a discutere con l’interlocutore del problema che porta (in terapia). La terapia strategica ha sempre come attenzione principale l’aspetto del problema, ma è focalizzata sull’azione. La terapia focale breve ha come fuoco d’intervento sia l’azione che la narrazione, però è orientata non tanto al problema , quanto alla soluzione. Significa che durante la conversazione clinica un terapeuta orientato alla soluzione trascura o tende a ridurre lo spazio dedicato all’attenzione sul problema che l’altro pone e cerca d'enfatizzare tutti gli aspetti che possono essere collegati alla soluzione, cioè al momento in cui il problema non c’è o c’è meno. Riguardo al caso X, è opportuno chiedersi in quali spazi questa posa muoversi con un certo grado di competenza e d’equilibrio, staccati dallo spazio dedicato al suo matrimonio; questo fa già parte di questa modalità terapeutica, cioè di una terapia che viene agita allo scopo d’amplificare le aree del resoconto del nostro interlocutore e che sono private del problema, sono al di fuori del problema. Ora sappiamo che abbiamo
come fuoco d’intervento la narrazione, l’azione o l’aspetto sistemico relazionale che è ovviamente pervasivo di tutto questo. Sappiamo che
possiamo lavorare in termini decostruttivi o generativi; quando lavoriamo in termini decostruttivi, significa che facciamo un’analisi del problema in modo tale da interferire con i processi interattivi che lo reggono, quando lavoriamo in termini generativi produciamo o invitiamo l’interlocutore a mettere in moto dei processi interattivi nuovi che sono orientati all’uscita dal problema, al nuovo alla soluzione. Queste cose sono parte della stessa medaglia, intercambiabili. Riassumendo, c’è un problema: questo nell’ottica strategica viene mantenuto dalle tentate soluzioni, cioè le soluzioni che l’interlocutore agisce pensando d'ottenere un effetto, ma che sono disfunzionali. In qualche misura, attraverso le tentate soluzioni, anzichè risolvere il problema, lo perpetuo. Un modo per agire terapeuticamente è quello di interrompere le tentate soluzioni. Qual è l’altro modo terapeutico per intervenire?
Promuovere le soluzioni funzionali. Quelle disfunzionali vengono interrotte, quelle che possono essere funzionali vengono amplificate. Soluzioni che il cliente non sa di avere. Le tentate soluzioni sono agite sopratutto sul piano del comportamento e nel momento in cui vengono agite consentono ad una configurazione di senso e di significato di mantenersi.
La terapia strategica interviene sullo schema disfunzionale delle tentate soluzioni, la focale breve in modo tale da amplificare lo spazio delle soluzioni funzionali. C’è un'altra distinzione che ci interessa introdurre e che è utile per farci mettere a fuoco su quali e quanti piani si gioca la nostra competenza clinica. Quando facciamo un colloquio abbiamo almeno due livelli che dobbiamo ben tenere distinti e sui quali si gioca il nostro successo terapeutico:
il primo è di carattere conoscitivo. Facciamo domande, un’ investigazione rispetto il caso per raccogliere degli elementi che ci consentano di pianificare poi l’intervento che sarà di carattere prescrittivo. C’è una seconda logica che per noi è molto importante ed è quella interazionale: nel momento in cui viene sviluppata una conversazione clinica, questa ha soltanto una piccola parte conoscitiva, mentre l’altra, nella seconda, dobbiamo essere in grado di formulare delle domande che già consentano di attuare un cambiamento. Il cambiamento avverrà a casa quando il cliente svolge il compito prescritto. Nel secondo caso dobbiamo tenere in considerazione che ogni nostro intervento, ogni domanda (nel momento in cui la formuliamo), può consentire alla storia del problema di modificarsi. Dobbiamo trovare domande strategicamente efficaci al fine di riorientare la narrazione del nostro interlocutore e di mettere a fuoco le soluzioni funzionali. Facciamo i generali della battaglia e nella prima fase raccogliamo informazioni sulle quali attueremo la guerriglia (le prescrizioni) però oltre ad essere generali, siamo anche soldati, ossia quelli che poi hanno la possibilità di scontrarsi a viso aperto in trincea. Quando facciamo i soldati dobbiamo essere abili non tanto sul raccogliere informazioni, ma sul gestire l’interazione in un modo funzionale all’obiettivo. La soluzione. Per questo tipo di lavoro è necessario sforzarsi nel comprendere la mappa dell’altro; in funzione di questa comprensione poi riusciamo ad utilizzare al meglio l’arma delle prescrizioni cliniche. Su questo secondo tipo di lavoro, comprendere l’altro non è necessario. Esempio: “si immagini lei nel futuro”. Cosa farà dopo aver raggiunto il suo obiettivo, implica una conversazione orientata a generare storie alternative a quel problema.
Piccole regole per impostare la terapia, cercando d’individuare quali sono gli
step fondamentali che vanno tenuti in considerazione nel momento in cui siamo i conduttori di un colloquio e sono orientati al cambiamento. L’idea è quella di mettere insieme un armamentario concettuale che ci dia la possibilità di sfruttare le potenzialità di tutte e tre queste tradizioni. Un chirurgo se improvvisa in sala operatoria, fa dei danni; un terapeuta che non improvvisa fa danni allo stesso modo. Improvvisare significa adattare il proprio repertorio d’azioni alle risposte che si giocano nel qui ed ora con l’altro. Parte di queste derivano dalla nostra sensibilità di esseri umani. Quindi c’è un aspetto tecnico ed un di più: noi.
Incipit: il “mi dica” va già abbastanza bene. “Cosa succede?” “Mi racconti perché è qui”. La terapia si gioca sui dettagli. “Perché ha deciso di venire qua” : "ha scelto di sua iniziativa", implica un certo controllo rispetto alla gestione di ciò che dovrà andare ad affrontare. Scegliamo un incipit che consenta all’altro di sentirsi un agente attivo. Inoltre se il nostro cliente deve fare uno sforzo incredibile per seguire la terapia, stiamo pur certi che questa funzionerà a dovere, quasi a prescindere. Fatto l’incipit, il cliente comincia a raccontarsi; racconta ciò che non va (di solito). Quali sono le cose fondamentali che vanno chieste? Quali sono le cose indispensabili? Specificare :"quando? Come?"
Contestualizzare il problema. La storia del problema tende ad essere egemonica, generalizzata, omnicomprensiva; nella nostra indagine dobbiamo iniziare a circoscrivere l’area del problema. Già questo è un atto terapeutico, inquanto consente al cliente di fare distinzioni che prima il cliente non faceva, rendendosi conto che alla mattina, ad esempio, ha meno ansia. Ciò è utile per fare i confronti nelle sedute successive, dove si quantificheranno i cambiamenti di durata, intensità dell’ansia. Si parte dall’idea che tutti i pazienti vogliono dimostrare che il loro problema è grave; è parte del repertorio del paziente che va dallo psicoterapeuta. La drammaticità è esasperata come nella messa in opera di un dramma teatrale.To be continued......